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Festival di Berlino: applausi per Kaurismäki. Da premiare…

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Festival di Berlino: applausi per Kaurismäki. Da premiare «The Other Side of Hope»

«The Other Side of Hope»
«The Other Side of Hope»

Ottima accoglienza per Aki Kaurismäki: uno dei film più attesi del concorso di Berlino, «The Other Side of Hope», ha ricevuto lunghi applausi al termine della proiezione stampa e parte in prima fila per ottenere un premio importante. Al centro della trama ci sono due storie che convergono: quella di un profugo siriano che chiede asilo politico in Finlandia e quella di un finlandese deciso a cambiare vita e aprire un ristorante.

Come nel precedente «Miracolo a Le Havre» (2011), Kaurismäki parla dell'attuale situazione europea, di fughe dal proprio paese natale (in quel caso era un ragazzino africano immigrato illegalmente nel porto francese) e di persone determinate ad aiutare e sostenere chi ha bisogno.

È ancora una pellicola sulla speranza e di grande spessore umano, capace di sdrammatizzare un tema tanto complesso con un'ironia sottile e intelligente.
Kaurismäki, infatti, non rinuncia al suo stile stralunato e surreale e riesce anche a far (sor)ridere mostrando le disavventure dei protagonisti: la difficoltà di integrazione è inoltre metaforicamente rappresentata dal tentativo di aprirsi alla cucina etnica per provare ad avere successo.

Girato in 35 millimetri, il film sa anche spingere sul versante drammatico e non lesina diverse critiche al sistema di accoglienza messo in atto dai paesi europei. Un'opera essenziale e umanissima, come quasi tutte quelle dirette dal grande autore finlandese, che torna a Berlino a diciotto anni di distanza dalla presentazione di «Juha».

Molto atteso era anche «The Lost City of Z» di James Gray. Presentato all'interno della sezione Berlinale Special, il film racconta la vera storia di Percy Fawcett, esploratore britannico che scomparve nel 1925, insieme al figlio maggiore, in circostanze misteriose mentre era alla ricerca di “Z”, un'antica città perduta che lui e altri credevano trovarsi in Amazzonia.

Regista di pellicole importanti come «I padroni della notte» e «Two Lovers», James Gray firma un lungometraggio decisamente minore nella sua carriera. Dopo un bell'inizio con protagonista una battuta di caccia, il film inizia presto a calare, diventando ridondante e poco interessante. La lunga durata (140 minuti) non aiuta e i guizzi registici sono piuttosto rari: il talento di Gray si nota solo a fasi alterne e non basta una discreta fotografia per nascondere i troppi limiti di un copione piuttosto fiacco. Deboli anche le performance degli attori, a partire da quella di un Robert Pattinson fuori parte nei panni dell'esploratore Henry Costin.

Trascurabile, infine, in concorso, «Beuys» di Andres Veiel. Unico documentario inserito nella competizione principale, parla dell'artista tedesco Joseph Beuys, pittore e scultore nato nel 1921 e scomparso nel 1986. Figura controversa (in gioventù ha aderito al nazismo), è stato amico di Andy Warhol e uno dei massimi talenti artistici europei del secondo dopoguerra. Nonostante l'interessante soggetto, però, il documentario è scolastico e didascalico, adatto quasi unicamente a chi non sa nulla dell'artista che viene raccontato. Evitabile, così come il precedente film tedesco visto in concorso, «Bright Nights».

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