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Festival di Berlino: è il giorno di Volker Schlöndorff con «Return to Montauk»

Una scena del film «Return to Montauk»
Una scena del film «Return to Montauk»

Volker Schlöndorff torna in concorso a Berlino: a diciassette anni di distanza da «Il silenzio dopo lo sparo», uno dei maestri del cinema tedesco è nuovamente in competizione per l'Orso d'oro.

Classe 1939, Schlöndorff, che ha esordito nel 1966 con «I turbamenti del giovane Torless», è stato uno dei grandi protagonisti del cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco (insieme ad autori come Fassbinder, Wenders e Herzog) e ha firmato i suoi lavori più importanti negli anni Settanta: da «Il caso Katharina Blum» al bellissimo «Il tamburo di latta».

Oggi, a tre anni di distanza da «Diplomacy», è tornato dietro la macchina da presa con il dramma sentimentale «Return to Montauk», che vede protagonisti due attori del calibro di Stellan Skarsgård e Nina Hoss.

Lui interpreta Max Zorn, uno scrittore sulla sessantina, che si trova a New York per un tour promozionale; lei è Rebecca, una donna amata da Max diversi anni prima. I due si rincontrano in America e passano un weekend insieme: potrebbe essere l'inizio di una nuova relazione?

Si tratta di un'operazione dal forte respiro nostalgico, che mostra come il passato continui a influenzare le scelte (e le storie che scrive) di un uomo che sembra avere tutto dalla vita.

Inizialmente capace di incuriosire, «Return to Montauk», però, si fa troppo melenso con il passare dei minuti, poco lucido nel trattare i sentimenti umani e pigro negli svolgimenti narrativi.

I colpi di scena sanno di già visto, ma i limiti maggiori stanno in dialoghi poco credibili e piuttosto ricattatori: anche i due bravi attori principali non fanno una gran figura e non riescono a migliore la caratterizzazione dei loro personaggi.
Per Schlöndorff i tempi d'oro sono decisamente lontani.

In competizione ha trovato spazio anche il più interessante «Colo» della regista portoghese Teresa Villaverde.

Al centro della trama c'è una famiglia – composta da un padre, una madre e una figlia adolescente – che subisce i terribili effetti della crisi economica.
Il padre è disoccupato e fatica a trovare un senso nella sua vita, la madre torna a casa esausta ogni sera perché costretta a lavorare il doppio di prima, la figlia vive i turbamenti tipici della sua età e tiene per sé i suoi segreti.

Il cinema portoghese negli ultimi tempi si focalizza sempre più sul tema della crisi economica (basti pensare al notevole trittico «Le mille e una notte – Arabian Nights» di Miguel Gomes, uscito nel 2015) e non fa eccezione questa pellicola che mostra le difficoltà di una famiglia come metafora dei problemi di un intero Paese.

La regista riesce sempre a risultare delicata e mai retorica nel trattare un tema tanto complesso e tiene la sua cinepresa a distanza dai personaggi, senza mai giudicare le loro scelte.

Il limite, però, sta in un'eccessiva freddezza di fondo che rende quasi impossibile un coinvolgimento dello spettatore. La lunga durata (quasi 140 minuti), inoltre, non aiuta e si sente una certa ridondanza, soprattutto nella parte centrale.
Per il soggetto impegnato e il rigore stilistico, però, potrebbe comunque trovare un posto nel palmarès.

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