Domenica

I palestinesi e la missione europea

LETTERA DA RAMALLAH

I palestinesi e la missione europea

(Ap)
(Ap)

Uno Stato palestinese che si affianchi a quello di Israele dovrebbe poggiare su istituzioni autonome, strutturate, efficienti, e su un sistema giuridico e di sicurezza ben avviato. Altrimenti è inutile parlare astrattamente di due popoli e due Stati, solo per virtuosismo politico. Posto che al momento, realisticamente, si è più che mai lontani da questo obiettivo, è comunque importante sottolineare il lavoro della missione europea a Ramallah: Eupol Copps è presente dal 2006 nella capitale dei Territori per formare la polizia e la magistratura dell’Autorità nazionale palestinese, ma più in generale - come spiega il capo della missione, il francese Rodolphe Mauget, nominato dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri Federica Mogherini nel luglio 2015 - «copre tutto lo spettro che oggi chiamiamo the rule of law. Abbiamo uno staff di qualità composto da 114 persone, 69 delle quali provenienti da 20 Stati della Ue più Norvegia, Turchia e Canada, e le altre 45 locali, con un budget di poco più di 10 milioni di euro».

L’impresa è di quelle quasi proibitive, in un posto dove la vittoria di Hamas nel 2006 aveva complicato ulteriormente la situazione (la Striscia di Gaza è fuori dal raggio di azione della missione), dove sullo stallo politico e l’ormai cronica crisi economica che ha messo alle corde i civili nei Territori si innestano «la mancanza di una tradizione giuridica, problemi di tipo culturale, contrasti tra i diversi attori sulle riforme legislative, che certamente non aiutano» continua Mauget. Le competenze dei professionisti giunti dai vari Stati comunitari servono in un quadro estremamente difficile, unico appunto, nell’intera regione, «con la guerra in Siria e in Iraq e il rischio di destabilizzazione in Giordania con milioni di rifugiati».

In forza alla missione lavorano sei italiani, nessuno dei quali nella polizia: sono esperti distaccati dagli Affari esteri tra i quali Giovanni Galzignato, capo della sezione “Rule of Law” (Stato di diritto) composta da 22 persone di varie nazionalità, il cui compito è «dare supporto alle istituzioni palestinesi nella giustizia penale, e cioè le Corti, il ministero di Giustizia, l’ordine degli avvocati e la procura Generale». Galzignato, vicentino, 47 anni, ha un lungo passato professionale in Paesi dove le tensioni politiche, etniche e religiose sono molto elevate, dai Balcani all’Azerbaigian fino a Timor Est, e descrive il lavoro e la quotidianità tra Gerusalemme e Ramallah (dove nessuno di loro può vivere per statuto) come «un’esperienza che richiede grande adattabilità e flessibilità ma che dà molto in cambio». Antonio Pastore, 45enne foggiano, sostituto procuratore della Repubblica al Tribunale di Milano, a Ramallah da otto mesi, ha offerto la sua competenza in materia di anticorruzione (l’ultimo processo che ha istruito era stato quello a carico di Roberto Formigoni): «Ho lavorato soprattutto con la Commissione Palestinese Anticorruzione e, nella mia pur limitata esperienza, ho visto crescere la fiducia della società civile nelle istituzioni giudiziarie. Ad esempio, per quel che riguarda la violenza contro le donne, tutte le organizzazioni invitano i procuratori palestinesi specializzati nella materia per avere il loro contributo ed Eupol Copps sta lavorando molto con la sezione della Procura che si occupa di gender based violence». Nel novembre scorso i colleghi palestinesi, racconta ancora Pastore, sono stati alla Procura di Milano per un momento di confronto con i magistrati italiani e gli investigatori della Guardia di Finanza «sulle tecniche e sulle difficoltà delle indagini in tema di corruzione, ed è stato un incontro entusiasmante».

La realtà di oggi deve però fare i conti con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca e con le ricadute che ciò comporta anche sul dossier mediorientale. La missione europea a Ramallah ha il supporto del Governo di Israele, e non potrebbe essere diversamente; da un punto di vista tecnico c’è sempre stato l’impegno israeliano a rispettare le procedure e le policy richieste da Eupol Copps. Ma politicamente, lo si è già visto con la legge votata alla Knesset lo scorso 6 febbraio che ha messo in regola gli insediamenti illegali in Cisgiordania, soffia un vento demoralizzante.

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