Domenica

Festival di Berlino: diverte a metà «El bar» di Álex de…

il festival del cinema

Festival di Berlino: diverte a metà «El bar» di Álex de la Iglesia

Una scena del film El bar
Una scena del film El bar

Irriverente, sopra le righe e grottesco: così è il cinema di Álex de la Iglesia, regista spagnolo di culto, che ha portato il suo ultimo film, «El bar», fuori concorso a Berlino. Ambientato a Madrid, racconta di otto persone che si ritrovano, loro malgrado, barricate all'interno di un bar che, senza apparente motivo, viene tenuto sotto tiro da alcuni cecchini: i proprietari e i clienti del locale dovranno provare a scoprire quali misteri si nascondano dietro tale situazione.

Utilizzando un mix di generi (dalla commedia nera al thriller), de la Iglesia firma un divertissement di discreta fattura, che parte forte con dei notevoli titoli di testa seguiti da un piano-sequenza realizzato con ottima tecnica.
I toni sono sempre eccessivi, ma c'è anche spazio per una metafora della paranoia contemporanea, con riferimenti al terrorismo e al virus Ebola: il regista non vuole prendersi troppo sul serio, ma alcuni spunti legati all'attualità colpiscono nel segno. Se la prima parte è godibile, nella seconda si sente un forte calo: le situazioni risultano ripetitive e il gioco al massacro a cui partecipano i vari personaggi coinvolge a fasi alterne. Ci si può divertire, ma bisogna accettarne le regole: non è un film per tutti i gusti.

Toni molto diversi sono quelli di «On the Beach at Night Alone» di Hong Sang-soo. Protagonista è un'attrice che s'interroga sul senso dell'amore, conversando con vari personaggi che incontra sulla sua strada.
Come ormai ci ha abituati, il regista sudcoreano divide il film in due parti, raccontando due episodi con al centro la stessa protagonista: a differenza di altre sue pellicole precedenti, che riprendevano per due volte la stessa situazione con lievi varianti, in questo caso cambiano ambientazione e personaggi, seppur alla base ci siano le medesime riflessioni.

Lo stile di Hong Sang-soo è come sempre delicato, ma chi conosce il suo cinema si trova ormai sempre davanti la stessa pellicola, con le medesime suggestioni, dialoghi e considerazioni esistenziali. Una ripetitività che interessa davvero poco e, come se non bastasse, «On the Beach at Night Alone» (il titolo è lo stesso di una poesia di Walt Whitman) è anche un lungometraggio di per sé piuttosto fiacco e capace di emozionare come dovrebbe soltanto a tratti.

Infine, in concorso ha trovato spazio anche «Joaquim» di Marcelo Gomes. Siamo nel Brasile del XVIII secolo, in una colonia portoghese che deve affrontare il calo della produzione dell'oro.
Joaquim, un militare, si è fatto un nome importante catturando i contrabbandieri che rubano il prezioso metallo, ma non ha ancora ricevuto la ricompensa pattuita per il suo lavoro e con la quale è deciso a comprare una schiava di colore di cui è innamorato.
Per riuscire a ottenere del denaro in altro modo, parteciperà a una pericolosa missione finalizzata a cercare nuove miniere d'oro.

«Joaquim» di Marcelo Gomes

Dopo «The Lost City of Z» di James Gray, a Berlino arriva un altro film sul tema delle esplorazioni in Sud America.
Anche in questo caso si parte da una storia vera – quella del patriota brasiliano Joaquim José da Silva Xavier, detto Tiradentes per la sua professione di dentista, che ha lottato per l'indipendenza del suo paese dal Portogallo – declinata però in maniera molto diversa.

La pellicola si apre con la voce narrante dello stesso protagonista che, già morto, decide di raccontare la sua storia: è un inizio suggestivo, seppur non troppo originale, capace di far entrare subito lo spettatore nella vicenda narrata. Col passare dei minuti, però, il film segue traiettorie piuttosto scontate, regalando soltanto a sprazzi dei guizzi degni dell'incipit.
Indubbiamente è un lungometraggio che può incuriosire, ma cinematograficamente resta un prodotto riuscito a metà, senza infamia e senza lode.

© Riproduzione riservata