Domenica

Gli infiniti segreti dell’uomo che ride

libri

Gli infiniti segreti dell’uomo che ride

Ridiamo volentieri, ma non ne conosciamo la ragione. Da sempre medici, letterati, intrattenitori e filosofi cercano una risposta all'enigma della comicità, ma tutto quello che sono riusciti a trovare è soltanto qualche descrizione. Taluni hanno lasciato delle considerazioni, come questa del sommo Dostoevskij nelle “Memorie da una casa di morti”: “Si conosce un uomo dal modo come ride”. Philip Stanhope, IV conte di Chesterfield, si vantava in una lettera del fatto - dopo aver avuto il pieno possesso della ragione - di non aver mai riso in presenza di altri uomini. Sarà, ma Shakespeare gli aveva già risposto nel primo atto di “Otello”, alla scena terza, per bocca di Brabantio: “Il derubato che ride, ruba qualcosa al ladro; e se stesso deruba colui che spende un dolore inutile”.

Tutto questo discorso si potrebbe dilatare all'infinito se non fosse il caso di soffermarsi su un saggio di notevole interesse, uscito nel 2014 per l'Università della California, scritto da Mary Beard: “Ridere nell'antica Roma” (tradotto in questi giorni da Anna Maria Paci per Carocci Editore, pp. 348, euro 28). Le pagine consentono una deliziosa esplorazione tra le varie forme di comicità dell'Urbe; non soltanto in letteratura ma, passando oltre le commedie di Plauto o l'”Asino d'oro” di Apuleio, anche barzellette e scherzi burloni, iscrizioni ingiuriose e motti di spirito.

A Roma si rideva in latino e in greco, sovente utilizzando parole che sono diventate familiari anche agli studenti dei primi corsi. Certo, ci sfugge l'emozione che accompagnava talune situazioni, anche perché nella lingua dei romani tutto si giocava intorno a una parola indicante “ridere” e le altre erano sovente da interpretare, come quando Cicerone usò “cachinnare”, ovvero sghignazzare; o si incontrava in Virgilio “subridere”, che tecnicamente rimanda alla risata repressa o smorzata, qualcosa di simile alla risatina. In inglese, la lingua più diffusa oggi, al contrario ci sono numerosi vocaboli recanti sfumature sottili. Se pronunciate “chuckle” indicate un riso soffocato, “chortle” il ridacchiare, “giggle” sta per ridere scioccamente, “titter” si sposta verso il nervosamente. Sono solo alcuni esempi, dai quali è possibile stralciare “snigger”, ridere sotto i baffi, praticamente sconosciuto ai romani. Anche il greco moltiplicava i termini del riso: dal canonico “gelan” con composti e varianti si poteva arrivare a “sairein” (era il largo ghigno di Commodo) o, tra i diversi altri, a “meidian”, di solito tradotto con sorridere.

Il libro della Beard offre pagine suggestive. Per questa studiosa i romani non sorridevano utilizzando le nostre ragioni e il loro riso era fuori dagli schemi da noi adottati. Si chiede, inoltre, quale fosse il compito politico, intellettuale e ideologico del comico in una società che non osservava le nostre regole morali e nella quale l'eccesso era parte integrante del quotidiano. Di certo anche i nostri antenati necessitavano del comico. Anche per loro il riso era una componente essenziale della vita.

© Riproduzione riservata