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Festival di Berlino: l'animazione protagonista con il cinese «Have…

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Festival di Berlino: l'animazione protagonista con il cinese «Have a Nice Day»

«Have a Nice Day»
«Have a Nice Day»

Non è certo usuale trovare in un concorso di un grande festival internazionale un lungometraggio d'animazione: è successo oggi a Berlino con «Have a Nice Day», diretto dal cinese Liu Jian.

Esattamente sedici anni fa a Berlino trionfava un importante titolo d'animazione come «La città incantata» di Hayao Miyazaki e chissà che anche «Have a Nice Day» non possa trovare a sorpresa un posto nel palmarès.
Al centro della trama c'è una borsa contenente milioni di yen che attira persone provenienti da ambienti molto diversi: da sicari professionisti a figure comuni che cercano di dare una svolta alla propria esistenza.

Opera seconda di Liu Jian, dopo «Piercing I» del 2010 (che viene citato con una locandina presente in una sequenza), «Have a Nice Day» è un interessante e originale film d'animazione, valorizzato da un disegno tradizionale ma di grandissima forza visiva.

Più del soggetto di base, che sa un po' di già visto, contano i tanti personaggi in scena, ben scritti ed efficacemente caratterizzati. Non manca una riflessione sulla Cina contemporanea, divisa tra l'essere ancorata al passato e il volersi aprire a un nuovo inizio (possibile, per i personaggi, soltanto se riusciranno a mettere le mani sulla borsa con i soldi).

Nonostante sia un prodotto molto cupo e dalle atmosfere quasi angoscianti, c'è anche spazio per alcuni tocchi di grande poesia, che ricordano il miglior cinema d'animazione dell'estremo oriente.
Diviso in capitoli, «Have a Nice Day» è un riuscito esempio di animazione per adulti, che conferma il buon momento che sta attraversando il cinema cinese negli ultimi anni.

Un film che ha fatto molto parlare di sé è anche il documentario «I Am Not Your Negro» di Raoul Peck, inserito nella sezione Panorama.
Il regista haitiano riprende la storia dello scrittore James Baldwin che, alla fine degli anni Settanta, iniziò a lavorare a un'opera molto personale per invitare a riflettere sulle condizioni degli americani di colore e sulla cultura che tende a emarginarli. Quell'opera è rimasta incompiuta e questo documentario prova a restituire sullo schermo il fascino e la complessità del pensiero del suo autore.

Avvalendosi di un'accurata ricerca d'archivio e della voce narrante di Samuel L. Jackson, Raoul Peck dirige un'opera affascinante, didascalica solo in apparenza e costruita con grande attenzione.

Prima ancora che un semplice reportage sull'argomento, «I Am Not Your Negro» è un potente collage che unisce musica, cinema e televisione nel tentativo di ricostruire le tappe più significative dell'argomento socio-politico di cui tratta.
Retorico soltanto in brevi passaggi, è un film da vedere, ricco di interessante materiale di repertorio.

È uno dei rivali di «Fuocoammare» di Gianfranco Rosi nella corsa all'Oscar per il miglior documentario, anche se in pole position nella categoria parte «O.J.: Made in America» di Ezra Edelman.

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