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L’estetica neo-umanista di Keith Haring

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L’estetica neo-umanista di Keith Haring

Saint Sebastian, 21 agosto 1984. Acrilico su mussola cm 152,4 x 152,4. Collezione Doriano Navarra(© Keith Haring Foundation)
Saint Sebastian, 21 agosto 1984. Acrilico su mussola cm 152,4 x 152,4. Collezione Doriano Navarra(© Keith Haring Foundation)

Le sue astrazioni fantastiche e densamente simboliche si stagliano esaltate dagli acrilici fluo e dal segno ipermarcato rendendo innocue e perfino banali le riduzioni di chi lo vuole al più graffittaro o cartoonista. E su tutto l’omino stilizzato con le braccia alzate, senza volto, percorre le tele in maniera ossessiva, testimone muto di un neo-umanesimo che la sua estetica vuole al centro dell’Universo. Perché il pittogramma antropomorfo di Keith Haring ha non solo ben presente l’Uomo Vitruviano di Leonardo ma è coerente, nel segno della tradizione tardo medievale e del Rinascimento, con la poetica antropocentrica di questo artista che intende con tutto se stesso “opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura”.

Keith Haring al Palazzo Reale di Milano

E se fin dagli esordi la critica ha posto l’enfasi sull’Haring artista globale della controcultura socialmente impegnata contro l’arroganza del potere e l’alienazione giovanile, il razzismo e l’Aids, questa mostra al Palazzo Reale di Milano pone l’accento sulla sua estetica ben radicata in una rilettura della Storia dell’Arte caratterizzata dal concetto di appropriazione, caro a Roy Lichtenstein. È da qui, da un profondo ormai chiaro che con il suo stile ironico e fumettistico, scaturisce tutto l’ immaginario di un visionario che ha metabolizzato dall’arte classica a Picasso, da Van Gogh all’arte dei nativi d’America, passando per l’arte tribale africana e il pesaggismo giapponese.

In “Untitled” del 1984 l’omino color arancio su fondo azzurro reca le braccia a trafiggere e congiungere la testa alla pancia. Spiega Haring stesso: “La riconciliazione tra testa e stomaco. Il puro intelletto senza sentimenti è inutile e addirittura potenzialmente pericoloso (per esempio il computer nelle mani di coloro che vogliono esercitare il controllo)”.

Ed è in mostra anche il gioiello arabescato “Unfinished Painting” del 1988. Ispirato dalle linee degli arabeschi marocchini e dipinto dopo un viaggio in Marocco, (morirà di li a poco di Aids) il non finito dalle gocciolature viola alla Pollock allude al senza fine del ciclo vitale che si ripete in eterno e che lo “spirito del tempo” può solo fissare nelle coordinate di un contesto che è il presente simultaneo.

“Dipingo immagini che sono il risultato delle mie esplorazioni personali- scrive Haring - e lascio ad altri il compito di decifrarle, di capirne i simbolismi e le implicazioni. Io sono il tramite. Raccolgo informazioni in una forma visibile attraverso l’uso di immagini e oggetti. Traduco queste informazioni in una forma visibile attraverso l’uso di immagini e oggetti. A questo punto ho svolto il mio compito. È responsabilità dello spettatore o dell’interprete che riceve le mie informazioni farsi le proprie idee e interpretazioni al riguardo”

Forte di 110 opere, molte di dimensioni monumentali, la mostra Keith Haring, About Art, curata da Gianni Mercurio, promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura e 24 ORE Cultura - Gruppo 24 ORE, è al Palazzo Reale di Milano fino al 18 giugno.

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