Domenica

La prima giudice alla Corte

gabriella luccioli

La prima giudice alla Corte

Quel giorno di aprile del 1965 non può dimenticarlo, Gabriella Luccioli. È una delle otto ragazze ad aver superato il primo concorso in magistratura aperto alle donne su un totale di 200 vincitori, e ora sarà l’unica uditrice giudiziaria tra tanti uditori al Tribunale di Roma.

Il procuratore generale della Corte d’Appello, Luigi Giannantonio, dà il benvenuto alle nuove leve con la lettura di un brano di Francesco Filomusi Guelfi, filosofo del diritto della seconda metà dell’Ottocento, in cui le donne sono descritte come soggetti antropologicamente inclini al ricamo e al cucito. «Terminata la lettura, il procuratore generale non prende le distanze dal pensiero del filosofo, come mi aspettavo, ma osserva che da quel brano si trae autorevole conferma del gravissimo errore commesso dal legislatore nell’ammettere le donne in magistratura e aggiunge che l’unico modo possibile per limitare il danno è quello di assegnarle tutte ai tribunali minorili. Lo sconcerto dei presenti è tangibile. (...) In questo momento decido che non chiederò mai di esercitare le funzioni di giudice minorile». Così Gabriella Luccioli, in Diario di una giudice. Cinquant’anni in magistratura (Forum), racconta l’esordio brutale nel suo lavoro. Un libro in cui l’autrice, originaria di Spoleto, rievoca il percorso di una vita, dallo studio matto e disperatissimo per quel concorso fino alla nomina a presidente titolare della prima sezione civile della Suprema Corte. In mezzo c’è l’evoluzione della società italiana, di un Paese che a tratti ha fatto fatica a diventare uno Stato moderno e al passo con i tempi, che si è emancipato grazie a leggi e sentenze che ne hanno profondamente cambiato il volto.

Se l’introduzione del divorzio e dell’aborto è stata rivoluzionaria e contrastata, non meno divisivi sono stati alcuni provvedimenti recenti destinati a costituire un precedente importante: un esempio è la sentenza sul caso di Eluana Englaro, emessa nell’ottobre 2007 dal collegio presieduto da Luccioli, cui è dedicato un capitolo intenso, o i pronunciamenti sui diritti delle coppie omosessuali. La ricostruzione delle contrapposizioni ideologiche sui temi etici o che chiamano in causa aspetti religiosi è, in queste pagine, sempre lucida, asciutta, scevra da ogni polemica anche quando - come nella vicenda Englaro - l’autrice ne avrebbe titolo. Al di là dei casi più clamorosi, è utile ripercorrere il cammino italiano soprattutto in materia di diritto di famiglia, al quale la giudice si è dedicata nei 27 anni trascorsi in Cassazione: «Vi è il segno di una visione laica degli istituti e l’opzione per un approccio leggero al controllo giurisdizionale, attraverso il rifiuto di ogni pretesa statalista di indagare nella sfera degli stati d’animo e dei sentimenti» scrive Luccioli. Vuol dire, per esempio, in tema di separazione, fissare degli adeguati criteri di quantificazione degli assegni di mantenimento per l’ex coniuge, o tutelare il figlio maggiorenne che, non per colpa sua, ha bisogno di essere ancora mantenuto, o riuscire a ottenere il riconoscimento della paternità fuori dal matrimonio.

Nella carriera di Luccioli l’impegno di genere è molto forte. Dopo quell’episodio nel ’65, c’è sempre stata la consapevolezza di lavorare in un universo eminentemente maschile (peraltro venendo a contatto con bravi e illuminati colleghi). E dunque l’imperativo «di dover essere brava come gli uomini, efficiente come gli uomini, disponibile ad ogni esigenza dell’ufficio come gli uomini, ma con la necessità ulteriore di non sbagliare mai e di non mancare mai alle aspettative dei colleghi, che mi appare ora come un fatto discriminatorio». Questa consapevolezza, unitamente all’influenza di letture femministe nel corso degli anni 70 e ai cambiamenti sociali che ulteriormente sollecitavano le sue propensioni, l’hanno portata a fondare l’Admi (Associazione donne magistrato italiane), di cui è stata a lungo presidente, un gruppo culturale che propone «lo studio di problemi giuridici, etici e sociali riguardanti la donna nella società». Era il 1990, epoca in cui l’autrice era già stata alla Corte d’Appello di Roma, nel settore penale, e ben prima in Pretura, dove aveva esercitato le sue funzioni in materia civile. Insomma, una professionalità completa e riconosciuta, cui però sarà negata la possibilità di tagliare l’ultimo traguardo. Nel 2013 Gabriella Luccioli viene esclusa dagli otto candidati alla presidenza della Cassazione, pur avendo un profilo eccellente. È accaduto, come scrive Donatella Stasio nella postfazione, per la sua «profonda, radicata indipendenza» che in certi contesti politico-istituzionali può anche risultare scomoda? Non vogliamo pensarlo. Fa troppo male.

Gabriella Luccioli, Diario di una giudice. I miei cinquant’anni in magistratura, prefazione di Roberto Conti, postfazione di Donatella Stasio, Forum, Udine, pagg. 172, € 16

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