Domenica

Fare teatro ai tempi di Trump

Teatro e danza

Fare teatro ai tempi di Trump

  • –Carlotta Brentan

Sono appena rientrata dalla prima di un nuovo spettacolo in cui recito: Il merito delle donne della veneziana Moderata Fonte. Un testo del 1600, che tratta un tema di grande attualità: se partiamo dal presupposto che uomini e donne sono creati uguali, perché le donne sono sottomesse agli uomini in ogni campo? Così si chiedeva Moderata Fonte, moglie e madre, più di quattrocento anni fa, immaginando sette nobildonne veneziane che si ritrovano in un meraviglioso giardino. Chiacchierando, bevendo, scambiandosi pettegolezzi, decidono di dividersi in due campi e di eleggere una regina. Tre donne dovranno difendere il sesso maschile contro le altre tre che avranno il compito di dimostrare che gli uomini sbagliano, comportandosi ingiustamente verso le donne.

Il debutto del Merito, produzione Kit (Kairos Italy Theater), è avvenuto alla Casa Italiana Zerilli-Marimo’, l’attivissimo centro culturale italiano della Nyu. Auditorio gremito, tutto esaurito, grande successo. L’ennesima dimostrazione che le opere di casa nostra suscitano vivissimo interesse in America. Nell’audience: amanti dell’Italia, amanti del teatro, professori universitari. L’evento di questa sera - in cui ho recitato in inglese - fa parte del festival di arte veneziana “La Serenissima” organizzato dalla Carnegie Hall. E questo è solo l’inizio: già previste nei prossimi mesi due tappe in due teatri di New York. Gli altri spettacoli della Kit in cui ho recitato di recente, La mandragola di Machiavelli ed il Decameron di Boccaccio, continuano ad essere richiesti da centri culturali e università in giro per gli States. Spero che sia così anche per il Merito. Collaboro con la Kit dai miei primissimi mesi a New York, come attrice e come produttrice del festival In Scena! che ogni anno porta nuovi spettacoli italiani sui palcoscenici della Grande Mela. In passato abbiamo presentato artisti come Iaia Forte, in un testo di Sorrentino, e dozzine di compagnie da tutta Italia, giovani ma pluripremiate. L’edizione 2017 includerà un monologo di Sandro Veronesi ed altri otto entusiasmanti spettacoli. Un bel lusso per me, che ho avuto poche occasioni di conoscere il teatro italiano in Italia, poterlo conoscere importandolo qui.

Sognavo New York da sempre. Nata a Milano, ho poi abitato in Francia, a Roma e a Londra, dove mi sono laureata in storia. Un grande aiuto, studiare all’estero: mi ha permesso di diventare totalmente bilingue. Da sempre appassionata di teatro, dopo una serie di provini sono stata accettata all’American Academy of Dramatic Arts, alma mater di giganti come Grace Kelly, Robert Redford e Danny DeVito. Finiti gli studi mi sono chiesta: cosa mi entusiasma davvero? E di cosa c’è bisogno nel paesaggio teatrale che mi circonda?

Quasi per caso mi sono trovata ad occuparmi di teatro italiano. Si sa che gli americani amano l’Italia, ma spesso ne hanno un’idea romantica e stereotipata che non corrisponde alla realtà di oggi. Dà un’enorme soddisfazione presentare spettacoli italiani ambientati ai giorni nostri, o testi del passato qui sconosciuti come Il merito delle donne - e vedere l’amore per il nostro Paese aumentare con l’aggiunta di nuove sfumature.

L’attore crea ritratti in carne ed ossa di condizioni umane che non conosceremmo altrimenti. Anche quando lavoro su progetti americani, ne scelgo spesso che mirino a porsi e porre domande, senza far prediche, ma raccontando storie emblematiche. A dicembre ho recitato in Clover, del famoso autore Erik Ehn, nello storico centro sperimentale La MaMa. Il play tra musica, danza, e marionette racconta la ciclica storia della violenza in America partendo dal caso di Emmett Till. Da anni collaboro anche con l’autore Italo-Americano Frank J. Avella, i cui testi svelano realtà brutali. Lo scorso agosto abbiamo messo in scena il suo Lured che narra fatti reali di violenza contro gli omosessuali in Russia; il suo Vatican falls che presenteremo a breve, tratta dello scandalo dei preti pedofili scoppiato a Boston qualche anno fa.

L’entusiasmo che suscitano questi drammi –immancabilmente gli spettatori si attardano in teatro, dopo la calata del sipario, per confrontarsi con noi attori e approfondire l’argomento – mi ha dimostrato l’importanza di affrontare temi scomodi. C’è un’enorme tradizione a New York di teatro socialmente impegnato, e oggi più che mai questo teatro è importante e carico di energia.

Amo New York, città con mille opportunità e palcoscenici di ogni tipo, dove il lavoro da fare è infinito. Resterei, ma non dipende solo da me. Non solo per via dell’incertezza universale di questo mestiere; qui, anche ottenere il permesso di rimanere è una sfida – come peraltro lo è quasi tutto. Non è facile dimostrare di essere artisti indispensabili alla cultura americana, come richiedono le regole storiche dell’immigrazione. Lo si dimostra collezionando recensioni del proprio lavoro, pubblicazioni, lettere di raccomandazione scritte da affermati professionisti di teatro e cultura, e tante offerte di lavoro in America. In più in questi giorni e con i sommovimenti in corso tra il Presidente e la legge, c’è anche tanta incertezza su cosa succederà in materia di visti. Rispetto a quando ho ottenuto il primo visto tre anni fa, gli avvocati che mi aiutano per l’estensione del visto hanno meno certezze da dare, vivono anche loro la stessa incerta quotidianità – per la prima volta sanno dirmi solo “vedremo”. E così sarà.

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