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Tutti i tesori erotici della poesia persiana

Letteratura

Tutti i tesori erotici della poesia persiana

  • –Giuliano Boccali

Nella Lisistrata di Aristofane, le donne di Atene e Sparta, esasperate dall’assenza degli uomini per via delle guerre continue, stringono un’alleanza consistente nell’astensione tassativa dal sesso finché non si giunga alla pace. Gli articoli del sofferto giuramento che le vincola, dal linguaggio corrente nelle commedie greche, non lasciano dubbi sulle pratiche cui le signore non si concederanno più, elencate con una certa puntigliosità.

Non troppo diversa era la libertà espressiva nel mondo romano: ricordiamo fra gli altri suoi versi deliberatamente triviali l’incipit del famoso Carme XVI di Catullo; analogamente nel Rinascimento – si pensi a Rabelais o all’Aretino – dove i retroterra sono però più complessi, alterati dalla fede cristiana degli scrittori. Jeffrey Henderson, studiando il linguaggio osceno nella commedia attica ha offerto una meditata messa a punto del tema, valida in definitiva per ogni letteratura; la si può sintetizzare così: le aree del sesso e degli escrementi sono sottoposte in molte società a tabù linguistici; “osceno” è pronunciare non eufemisticamente parole che descrivano atti od organi coperti da quei tabù. Il tema è tuttavia ben poco frequentato, sia dall’estetica sia dalle diverse storie letterarie, al punto da suscitare un’incisiva considerazione di Italo Calvino: «Ora, mettere l’osceno al centro d’una meditazione estetica dovrebbe equivalere – dico io – a cambiare il rapporto dell’osceno con tutto il resto, a dissolvere l’aura d’indecenza e complicità che l’ipocrisia gli ha accumulato intorno, insomma a negarlo come osceno e ridargli piena cittadinanza nel mondo dell’esprimibile, con la dignità che gli spetta per diritto di natura, e che è ben alta».

Fondamentale, naturalmente, è distinguere l’oscenità dalla pornografia, come sanciva lapidariamente Henry Miller: «Io sono contro la pornografia e a favore dell’oscenità»; la prima mira infatti a suscitare una sovente autoreferenziale eccitazione, la seconda de-erotizza la sfera sessuale mortificando il corpo nell’inclinazione spesso evidente al grottesco.

L’auspicio implicito di Calvino è stato raccolto come una sfida da Riccardo Zipoli nel volume, coraggioso e raffinato, Tesori e serpenti. Poesia persiana oscena dal X al XX secolo, da poco uscito a Venezia per Cafoscarina. Il libro ha impegnato il Curatore per oltre vent’anni di studi, di ricerche e di opera traduttiva: non ha eguali al mondo, sicuramente nel campo della storia letteraria persiana, molto verosimilmente in quello di ogni altra letteratura. Non solo: la lettura sia delle opere sia del saggio introduttivo L’estetica svelata, ricchissimo di elementi teorici, storici e comparativi (dai quali abbiamo attinto per le considerazioni che precedono), costituisce una miniera di spunti e di riferimenti per una riflessione generale a proposito dell’“osceno”. E si vorrebbe anche sottolineare l’eleganza formale del volume, impreziosito dai disegni del compianto Eugenio Comencini sulla base di miniature persiane antiche, e dall’attenzione sofisticata alla metrica da parte del Curatore: nella versione di una stessa poesia, infatti, tutti gli emistichi hanno la medesima lunghezza.

L’antologia è molto completa (109 poeti, 3394 versi), annovera con i meno conosciuti o quelli scovati per l’occasione i poeti persiani più grandi e si deve constatare che nella rassegna offerta quasi ogni genio letterario, ammirato anche oggi in Occidente e paragonato magari a Dante, offre abbondanti perle “oscene”, di alto valore poetico e sempre consone ai rigidi canoni della letteratura classica.

Come questa di Nezâmi di Ganja (n.1141), il massimo scrittore epico-romanzesco, dove i protagonisti sono il re e una “giovane turca” a poco a poco fattasi docile: «Il sovrano gettò in quello stagno il suo pesce impaziente, / mise a bagnarsi il suo dattero dentro a un dolcissimo latte… trovò un bel tesoro più degno di mille gioielli preziosi / e lo tinse di un giallo vivace rendendolo simile all’oro. / È il giallo un colore che reca alla gente un sicuro piacere, / è il giallo che dona sapore a una torta di buon zafferano». Qui il testo è magistralmente giostrato sulle metafore, come diversi altri; ma nella maggior parte dei casi il linguaggio è del tutto crudo, le descrizioni degli atti sessuali (perfino con animali) spietatamente realistiche, l’immaginario che le contorna iperbolico e disinibito. Le tendenze dei personaggi delle poesie, spesso rappresentate tutte da uno stesso autore, sono equamente divise fra eterosessualità e omosessualità, anche femminile come in questo breve stralcio da una deliziosa poesia del celebre Khâqâni (n. 1127) su un gruppo di belle signore di Baghdad: «Quando strusciano i corpi fra loro con grande veemenza, / all’istante gli strepiti e i gemiti giungono al settimo cielo».

Stante che l’oscenità di un’espressione risulta sempre da una relazione, Zipoli premette molto opportunamente ai testi che «il nostro mondo e il mondo persiano rivelano una sufficiente concordanza di natura antropologica e testuale nella ricezione del rapporto pudore/oscenità». Di conseguenza, la percezione dell’osceno fra un lettore persiano e uno occidentale (italiano) non è troppo differente. Eppure molti autori dei versi tradotti, ben lungi dall’essere asociali o ”libertini”, «erano uomini di indubbia fede e castigatezza ed artefici di rinomate opere serie», magari anche titolari di importanti cariche pubbliche; ma spesso invitavano ad alleggerire vita e idee con le facezie, anche le più spinte: «È uno specchio sciupato e corroso da ruggine il cuore dei seri, / per togliere una simile ruggine l’unica pomice è l’essere allegri» (Jâmi, n.1414); «Usando vocaboli osceni si possono dire le cose più belle: / per la perla non è una vergogna se viene trovata nel cesso» (Qâ'âni n.1808). E così qualcuno dei poeti della raccolta, magari un grande mistico come Rumi (n. 1207), intenzionalmente usa aneddoti osceni per trasmettere alti messaggi spirituali; Catullo del resto, per tornare in chiusura al carme sopra ricordato, dichiarava che del poeta dev’essere pura la vita, non i versi.

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Tesori e serpenti. Poesia persiana oscena
dal X al XX secolo , a cura di Riccardo Zipoli. Premessa di Gianroberto Scarcia, Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia,
pagg. L + 382, € 20