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Il senso di Gene Simmons per gli affari: «Volete il marchio Kiss?…

intervista

Il senso di Gene Simmons per gli affari: «Volete il marchio Kiss? Costa due miliardi di dollari»

Se qualcuno vi dicesse che Trump è rock and roll come la prendereste? E se questo qualcuno aggiungesse che il rock and roll di Trump è figlio di quello di Berlusconi? E se questo qualcuno fosse un signore di 66 anni che di rock and roll ne ha masticato eccome in 47 anni di carriera? Eggià, perché questo qualcuno non è altri che Gene Simmons, bassista e mefistofelico ideologo dei Kiss, gli alfieri del glam rock con «quella faccia un po’ così» che hanno venduto più di 100 milioni di dischi, sviluppato come nessun altro l’utilizzo del proprio marchio e messo insieme – secondo Celebrity Net Worth – un patrimonio di 300 milioni di dollari.

A maggio tornano in Italia – il 15 al Pala Alpitour di Torino, il 16 alla Unipol Arena di Bologna – e la circostanza è occasione per fare quattro chiacchiere con la linguacciuta rockstar sul destino (gramo) del music business e il momento (eccitante) che sta attraversando la finanza Usa. Riavvolgendo innanzitutto il nastro dei ricordi.

Mister Simmons, i Kiss si sono esibiti per la prima volta in Italia nel 1980 per il tour di «Unmasked». Ha ricordi particolari di come vi accolse il pubblico italiano?

Suonammo vicino al Vaticano a Roma, credo ci fossero 50mila persone ma non vidi Rita Pavone, dov’era?

Forse era a vedere i Pink Floyd.

Già. Conserviamo tanti bei ricordi di quel tour: belle ragazze, pasta deliziosa, la grande storia. Un Paese molto eccitante.

Siete stati i primi a comprendere quanto il branding e il merchandising possano essere importanti per un’icona rock. In molti hanno provato a quantificare il valore del marchio Kiss. In definitiva quanto vale, secondo lei, nel 2017?

Non meno di due miliardi di dollari, probabilmente.

In effetti avete venduto di tutto a nome Kiss: dalle t-shirt ai giocattoli.

Non solo. Abbiamo lanciato le crociere superlusso dove andiamo in mare con quattromila fan per tre giorni e una cabina costa mille dollari, abbiamo il Kiss Golf a Las Vegas e persino un servizio di limousine. In tutto parliamo di un totale di 5mila prodotti in licensing. Tra le ultime novità ci sono le corde per l’air guitar (ossia la pratica di mimare i gesti di chi suona la chitarra, ndr) dei Kiss.

Siete case history.

Beh, come si dice: life is business and business is life. Qui tutto ha un prezzo in denaro, ragazzo.

Quando avete cominciato, il vostro modello erano i Beatles: una band iconica in cui ogni membro aveva una storia da raccontare. Un esperimento del genere secondo lei oggi sarebbe possibile?

No. E questo perché i fan fanno download e file-sharing. Le nuove band non hanno possibilità. Dal 1958 al 1998, quando è partito Napster e internet come lo intendiamo oggi, abbiamo avuto Elvis Presley, i Beatles, Rolling Stones, Jimi Hendrix, ma anche Madonna, Michael Jackson, Prince, U2, gli stessi Kiss… un sacco di gente. Oggi, nell’epoca di internet, chi sono i nuovi Beatles?

Qualche band interessante in giro c’è.

Ma non parliamo di superstar, non parliamo dei Beatles o di Elvis. Quanta gente c’è, per esempio, che esce a comprare un disco di una nuova band oggi? I più fanno solo download e file sharing.

Non ritiene che le formule di streaming a pagamento, come Spotify e Apple Music, siano un passo in avanti rispetto ai tempi in cui sul web tutto era gratis?

Affatto. Mia figlia Sophie l’anno scorso ha realizzato una hit intitolata «Kiss Me». Ci ha fatto appena 2mila dollari. Non c’è business in questa roba. Non ci saranno più grandi band fino a che i fan non accetteranno di pagare per la musica. Un bel problema per l’industria discografica.

Quanto è importante allora per una band continuare ad andare in tour?

Per band come i Kiss problemi non ce ne sono: facciamo stadi e palazzetti, vendiamo i prodotti in licensing e merchandising, i fan ci amano e noi amiamo i nostri fan, ma per le nuove band, costrette a dare via la loro musica gratis, andare in tour è l’unica cosa che si avvicina ad avere un lavoro. E il fatto mi rende molto triste.

Se non vai in tour muori. E dire che, proprio rinunciando ai tour, i suoi amati Beatles tirarono fuori capolavori come «Sgt. Pepper». Oggi chi potrebbe permettersi un lusso del genere?

Nessuno, perché nessuno fa più i soldi con i dischi. Se la gente smette di pagare gli idraulici, non ci sarà nessuno in giro che fa più l’idraulico. Se la gente smette di pagare i panettieri, non ci saranno più panetterie in giro. Se la gente smette di pagare le compagnie che noleggiano auto, non ci sarà più nessuno disposto a fittare la propria macchina. Tutto qua. Triste ma vero.

In Italia è in corso un grande dibattito intorno al fenomeno del secondary ticketing: è stata varata anche una legge che introduce multe a chi lo pratica. Qual è il suo pensiero sul fenomeno?

Dipende tutto dai fan. Ci sarà sempre qualcuno che proverà a farti pagare di più per le tue passioni. Sta a te rispondere di no.

Passiamo alla politica. Un anno fa fecero molto rumore le sue dichiarazioni a favore di Trump candidato. Che ne pensa dei primi mesi di Trump presidente?

Ognuno può avere le sue opinioni. Ma guardiamo al mercato azionario e alle performance record di questi mesi. Come si spiegano? Evidente che la gente stia adesso facendo più soldi in borsa di quanti ne abbia fatti prima. E allora dico: se abbiamo un presidente che spinge la finanza, crea posti di lavoro e garantisce sicurezza alle persone, che altro vogliamo per il governo. Poi ci saranno persone a cui Trump non piace, com’era in Italia quando c’era Berlusconi.

A proposito: in molti considerano il Trump politico un erede di Berlusconi. Concorda?

La penso esattamente in questi termini. Si somigliano molto: grandi personalità, amano quello che amano… un modo non convenzionale di fare politica. Rock and roll, insomma.

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