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«Logan», uno dei migliori cinecomic di sempre

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«Logan», uno dei migliori cinecomic di sempre

Un’immagine tratta dal film «Logan», diretto da James Mangold
Un’immagine tratta dal film «Logan», diretto da James Mangold

Un cinecomic è tra le sorprese più belle degli ultimi mesi: colpisce ed emoziona «Logan», il terzo lungometraggio interamente dedicato a Wolverine dopo «X-Men le origini – Wolverine» (2009) e «Wolverine – L'immortale» (2013).
Tra i titoli più attesi del weekend in sala, il film è ambientato in un futuro prossimo dove i mutanti sono praticamente spariti. Wolverine – conosciuto come Logan – lavora come autista e si prende cura del professor Xavier: la sua vita potrebbe cambiare quando incontra una ragazzina dotata dei suoi stessi poteri e che ha bisogno di essere protetta.

Diretto da James Mangold, già regista di «Quando l'amore brucia l'anima» e del precedente capitolo della saga di Wolverine, «Logan» è un lungometraggio diverso da tutti gli altri prodotti del genere: più che un film sui supereroi, è un western crepuscolare, malinconico e molto violento, oltre che capace di ribaltare le convenzioni dei blockbuster a cui siamo abituati.

È un prodotto più concettuale che dinamico, che ragiona su realtà e finzione in maniera interessante e approfondisce a dovere la psicologia di un personaggio che può essere sconfitto solo da se stesso. Inizialmente fatica a carburare, poi non si ferma più e raggiunge le sue vette nella davvero notevole parte conclusiva.
Umanissimo e fin commovente, da non perdere.

Una grossa delusione è invece «La legge della notte» di Ben Affleck.
Il regista interpreta anche il protagonista Joe Coughlin, figlio di un commissario della Polizia di Boston, che da tempo ha voltato le spalle alla sua rigida educazione per diventare un fuorilegge.
I guai, però, inizieranno quando s'innamora di Emma, amante di un potente boss della malavita.

Ambientato negli anni Venti, questo quarto lungometraggio firmato da Affleck è probabilmente la prova più opaca della sua carriera da regista.

Tratto dal decimo romanzo di Dennis Lehane, autore da cui Affleck aveva già preso ispirazione per il suo potente esordio «Gone Baby Gone», è un film confuso e altalenante, girato discretamente ma vittima di una sceneggiatura fiacca e inutilmente macchinosa.

È una pellicola che non riesce a coinvolgere e questo è indubbiamente il suo difetto peggiore. Cast fuori parte, a partire da uno spaesato Ben Affleck.

Infine, una segnalazione per «Omicidio all’italiana» di Maccio Capatonda.

Al centro c'è uno strano omicidio che sconvolge la vita sempre uguale di Acitrullo, sperduta località dell'entroterra abruzzese.

Quale occasione migliore per il sindaco e il suo vice per far uscire dall'anonimato il paesino?

Seconda prova dietro la macchina da presa per Capatonda, dopo «Italiano medio» del 2015, «Omicidio all'italiana» mette alla berlina la cosiddetta “tv del dolore”, disposta a tutto pur di avere più spettatori e sfruttare a suo vantaggio un evento tragico.

Il gioco ha le gambe corte, ma alcuni spunti colpiscono nel segno e il risultato è godibile, nonostante diversi cali e un copione che regge solo fino a un certo punto.

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