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I riti «pulp» di celti e carmani

Scienza e Filosofia

I riti «pulp» di celti e carmani

Il calderone  di gundestrup. Particolare del bassorilievo raffigurante  una divinità celtica
Il calderone di gundestrup. Particolare del bassorilievo raffigurante una divinità celtica

Alla luce della luna, un banchetto. I guerrieri siedono sulla paglia, i tavoli formano un cerchio: intorno al capo o al vincitore amici e alleati in ordine di importanza, i convitati mangiano «come leoni», cioè afferrando gli animali arrostiti e strappando la carne a morsi. Il bardo canta le gesta degli antenati e degli eroi. Domanda: che cosa stiamo leggendo? Risposta: se il bardo è legato e imbavagliato, siamo nella scena finale di una avventura di Asterix il gallico e dei suoi amici Obelix, Idefix, Panoramix eccetera. Se il bardo canta alla maniera degli aedi omerici, stiamo leggendo un frammento degli scritti di Posidonio di Apamea o di Rodi.

Nel primo caso, il bardo Assurancetourix, personaggio creato da René Goscinny e Albert Uderzo, è stonato, e Obelix si occupa di impedirne le note moleste durante gli allegri festini dei Galli. Nel secondo, le informazioni ci vengono dal primo etnografo a noi noto della storia, quel Posidonio che fu maestro di Cicerone, di Cesare, di tanta nobile gioventù Romana, e che viaggiò, per quanto a noi è noto, in tutto l’Occidente allora conosciuto. Molto scrisse anche dell’Oriente, ma forse in questo caso utilizzò gli abbondanti materiali già esistenti.

Delle sue numerosissime opere, che spaziano dalla natura degli oceani alle passioni, dalla meteorologia alla filosofia stoica, abbiamo solo frammenti, raccolti nell’edizione del 1972 di Edelstein e Kidd, tradotti in italiano da Emmanuele Vimercati nel 2004.

Recentemente Miska Ruggeri ha tradotto e commentato i soli frammenti etnografici, in cui Posidonio racconta le abitudini dei diversi popoli con descrizioni così realistiche e puntuali, da raggiungere a volte tratti che oggi diremmo «pulp». Si prenda per esempio la descrizione dei Carmani, che «per dimostrare la loro amicizia nei simposi, si aprono le vene della fronte, e mischiando con la bevanda il sangue che scorre giù, lo bevono, ritenendo massima prova di amicizia gustare il sangue reciproco».

O la descrizione dell’usanza celtica di trattare le teste dei nemici con olio di cedro, per poi portarle appese ai finimenti del cavallo e infine utilizzarle come decorazione della porta di casa. Hanno poi un bell’offrire, i parenti della vittima, oro e argento per riavere il tristo cimelio: i fieri Celti non cederanno mai una testa di nemico.

Posidonio racconta che all’inizio questi decori gli facevano un po’ impressione, ma poi ci ha fatto l’abitudine. Invece, ci fa notare Ruggeri, nulla mitiga l’orrore per i Carmani bevitori di sangue, o per gli Ebrei che avrebbero ogni anno mangiato una vittima greca dopo averla fatta ingrassare, o per i Parti, il cui re banchettava con un suddito detto «amico del re», che riceveva il cibo buttatogli dal sovrano come si fa con gli animali, e poi a un cenno regale veniva battuto e frustato, e ancora doveva ringraziare il re per essergli stato «amico».

Perché questa disparità di giudizi? Perché i racconti di Posidonio sono di parte: il filosofo stoico, nato in Siria ma cresciuto nella cultura ellenica, disprezza gli eccessi dei popoli orientali e ammira, insieme alla cultura greca, la sobrietà e l’organizzazione romana.

Posidonio era nato intorno al 135 a.C., morto intorno al 50 a.C.; era stato a Roma probabilmente solo come ambasciatore di Rodi, dove aveva fondato la sua famosa scuola e dove aveva ricevuto la cittadinanza, nonché incarichi di governo. Possiamo dunque immaginare che non avesse avuto conoscenza della decadenza romana che accompagnava la fine della Repubblica, di quell’assimilazione dei fasti orientali quasi formalizzata dall’unione di Cesare e Cleopatra, di Antonio e Cleopatra. Posidonio sembra non accorgersi di tutto questo, loda l’austerità dei romani antichi, trova ovvie le vittorie di Roma su tutti gli altri, soprattutto sui forti Celti, Cimbri, Germani.

In verità, mentre Cesare sarà in grado di distinguere i Cimbri, poi Germani, dai celti Elvezi ed entrambi dai celti Galli e Cimbriberici, Posidonio paga un tributo alla sua ricerca di una spiegazione razionale agli eventi storici. Questo è anche il cuore dello stoicismo della sua epoca, quel «mediostoicismo» di cui è forse il più grande e noto rappresentante: il governo del logos è indiscutibile, tutto va inteso in termini razionali, ed è proprio l’irrazionalità che porta alla decadenza. Pertanto Egizi, Ebrei, Siriani sono lussuriosi, avidi, ubriaconi, persino cannibali, stupidamente crudeli, lo stesso vale per gli Etruschi che si pensavano venire da Oriente, lo stesso per i Parti che pure sconfissero Roma più volte, anche in modo umiliante.

I Celti invece, intesi come le popolazioni del Nord rispetto al Mediterraneo, sono per Posidonio guerrieri forti e audaci, capaci di uccidersi o farsi uccidere se così richiesto dalle consuetudini (uno Stoico non può che apprezzare la disponibilità al suicidio), seduti a banchetto in circolo quasi a prefigurare i cavalieri della Tavola Rotonda, a ricordare i banchetti omerici degli Achei, in attesa solo di un conquistatore che regali leggi e governo centralizzato. A meno che si tratti degli abitanti di un piccolo villaggio del Nord, dove al bardo è proibito cantare

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