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Il Web diffonde conoscenza e spinge il Rinascimento 2.0

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Il Web diffonde conoscenza e spinge il Rinascimento 2.0

«Tempi difficili»: il titolo del romanzo di Charles Dickens, di cui abbiamo parlato l’ultima domenica, potrebbe essere una efficace – e sconsolata – descrizione di questi tempi nostri. L’Europa sembra aver smarrito la sua strada, in America il neo-Presidente Donald Trump predica protezionismo, in Italia la politica si agita in uno stallo confuso di ambizioni e di insipienze, un po’ dappertutto si sta spegnendo quella certezza che aveva accompagnato lo sviluppo del dopoguerra: la certezza che i figli staranno meglio dei padri, e i nipoti meglio dei figli...Intanto, la tecnologia sta diventando sempre più “labour saving”, cioè a dire, fa risparmiare posti di lavoro. Non solo, nelle fabbriche, i robot sostituiscono gli operai, ma anche nelle mansioni impiegatizie, con i progressi dell’intelligenza artificiale, sempre più lavori saranno automatizzati. E la telematica toglierà lavoro anche ai radiologhi dei Paesi ricchi, dato che una lastra in Norvegia potrà essere letta e commentata da un radiologo vietnamita. Queste tensioni, queste frustrazioni alimentano movimenti politici populisti, che raccolgono il malcontento, anche se non offrono ricette per risolvere i problemi.

Tanto per andare un po’ controcorrente, è possibile dire qualcosa di buono su questa nostra epoca? L’occasione viene da un libro che si potrebbe intitolare (ma non è questo il titolo), «Rinascimento 2.0», una specie di “rinascita del Rinascimento”. In questo libro, curato da Piero Formica, uno studioso italiano dell’imprenditorialità e dell’innovazione, viene avanzata una tesi audace: siamo a un benefico punto di svolta e la rivoluzione informatica e telematica sta schiudendo possibilità impensate di creatività e di lavoro.

Perché tirare in ballo il Rinascimento? Questa «Entrepreneurial Renaissance» (tale è il titolo del libro) raccoglie molti contributi di studiosi di varia nazionalità, che raccontano di città in giro per il mondo ove il fermento culturale e tecnologico ricorda quello delle grandi città-Stato del Rinascimento italiano, a cominciare dalla Firenze dei Medici. Quel che sta avvenendo a Sydney e a Stoccolma, a Milano e a San Francisco, a Bangalore e a Bournemouth, a Tel Aviv e a Dublino...ripete – questa è la tesi del Rinascimento 2.0 – quella fertilizzazione incrociata di idee e di realizzazioni che permise agli atelier e alle botteghe del Cinquecento di scrollarsi di dosso i dogmi antichi e di avviare il mondo per vie nuove e impensate. Che cosa permette questa emulazione di quel secolo fecondo per la storia dell’uomo? Un invenzione che regge il confronto con la stampa di Johannes Gutenberg, quella stampa che permise ai libri di circolare, affrancandosi dall’improbo lavoro di copisti e amanuensi: così come la stampa fece fare un salto di qualità alla circolazione della conoscenza, così Internet sta facendo fare un salto di qualità nell’accesso alla conoscenza e all’informazione.

Questa invenzione/rivoluzione è la rete, quell’incredibile abbassamento del costo dell’informazione che sta rivoluzionando i modi di produrre, di comunicare e di consumare. E siamo appena agli inizi. La rivoluzione telematica avvicina la gente e le convivenze, pemette a ognuno di creare comunità di “idem sentire” nei campi più diversi delle attività e degli interessi, permette di lavorare assieme su progetti comuni travalicando confini e continenti. Le “botteghe” della Firenze medicea, dove ci si scambiava i segreti del mestiere e dove diversi mestieri coabitavano in uno scambio creativo, possono e potranno ripetersi nel mondo virtuale. Nella famosa serie televisiva “StarTrek” possiamo vedere il teletrasporto, quel dispositivo che permette a uomini e cose di smaterializzarsi dal punto di partenza e di rimaterializzarsi nel punto d’arrivo, foss’anche a migliaia di chilometri. In un certo senso, la rete permette la stessa cosa, non per la materia ma per la voce, le idee, il contatto visivo, le informazioni, i piani, i disegni, le equazioni...

Certamente, la rete permette anche lo scambio di sciocchezze e di insulti. Nel coro di «The Rock» – una commedia musicale del 1934 della quale T.S. Eliot aveva scritto i testi – appaiono questi versi: «Dovè la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?». E certamente di informazione ce n’è anche troppa nella rete, e spesso di bassa qualità per non dire peggio. Ma allo stesso tempo la rete permette di creare e di produrre, di escogitare nuovi prodotti e nuovi servizi...Da un paio d’anni l’umanità ha passato una pietra miliare: per la prima volta c’è più gente che vive nelle città di quanta ne viva nelle campagne. Alla possibilità di incontri virtuali si aggiunge la vicinanza fisica, e nelle città si creano i presupposti per lo scambio di conoscenze e di esperienze.

Nel libro citato sopra si danno molti esempi, per quelle città, di come possano crearsi e svilupparsi quei nidi di sapere che ricordano un poco i tratti migliori dei distretti industriali italiani, dove, come diceva il grande economista dell’Ottocento Alfred Marshall riferendosi ad altri addensamenti industriali del suo tempo, «i segreti del mestiere volteggiano nell’aria». Siamo abituati a pensare a proprietà e reddito come le basi del capitalismo. Ma, nella nuova incarnazione dell’economia di mercato, come ha scritto Peter Drucker, la conoscenza diventa l’asse intorno a cui ruota il sistema economico. E la rete telematica che avvolge il pianeta lubrifica la trasmissione di conoscenza con una intensità che non si è mai data nella storia.

Queste possibilità schiudono nuovi orizzonti. In quelle comunità che guardano al nuovo, il «Perché no?» sostituisce il «Sì, ma...». Anche alcuni concetti base dell’economia vengono capovolti. Non ci sono più rivalità fra usi alternativi di una stessa risorsa, quando la risorsa è un’idea. La stessa idea può essere applicata in campi diversi. Dicono i libri di testo che usare più e più di una stessa risorsa soffre della legge dei rendimenti decrescenti: ogni dose addizionale di un fattore di produzione, come capitale e lavoro, aumenta il prodotto, ma continuando ad aggiungere questi input, l’aumento del prodotto a un certo punto diventa minore (rendimento decrescente). Una volta che si siano colti i frutti dal ramo più basso, bisogna fare più sforzo – maggiore costo – per colgliere i frutti più alti nella chioma dell’albero.

Ma, come detto, se il fattore di produzione è un’idea che può essere applicata in più campi – e la possibilità di manipolare incredibili quantità di dati è appunto questa – i rendimenti non sono più necessariamente decrescenti e l’economia non è più schiacciata fra la scarsità di risorse e i limiti alla crescita.

Viviamo, insomma, in un punto di flesso della storia. La globalizzazione e la rivoluzione telematica stanno cambiando il volto delle nazioni, e, come succede con tutti i grandi cambiamenti, si generano ripulse e tensioni. Sono quelle che vediamo nelle pagine dei giornali e nei racconti della vita quotidiana. Ma dietro a tutto questo ci sono anche grandi opportunità e grandi promesse.

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