Domenica

L’eterno ratto delle Sabine

donne & violenza

L’eterno ratto delle Sabine

Difendersi - Particolare delle pitture rupestri del Parque de las Cuevas de las manos pintadas in Argentina (foto di Marcello Salera). L’immagine illustra la copertina del libro  «Lasciatele vivere»
Difendersi - Particolare delle pitture rupestri del Parque de las Cuevas de las manos pintadas in Argentina (foto di Marcello Salera). L’immagine illustra la copertina del libro «Lasciatele vivere»

«La conta degli stupri, dei maltrattamenti, degli omicidi di cui sono vittime le donne lascia sempre sgomenti», scrive lo psicanalista Massimo Recalcati in Lasciatele vivere, una raccolta degli interventi al seminario sulla violenza contro le donne che si è tenuto all’Università di Bologna nel 2013-2016, curata da Valeria Babini e pubblicata da Pendragon. Sono sgomenti tutti gli intellettuali - non solo le intellettuali - che la filosofa Annarita Angelini aveva invitato al seminario. Nella sua “In vece di introduzione”, ne àncora le riflessioni a due miti fondatori della cultura patriarcale: Eva per via della quale «l’uomo subisce una pena terribile e mortale della quale non ha colpa» e il ratto delle Sabine. « Le donne Sabine, violate dai mariti e reclamate con la violenza delle armi dai padri, anziché riconoscersi vittime, si denunciano come causa della guerra. Scattano il senso della colpa e il dovere dell’espiazione che le figlie di Eva e delle Sabine renderanno, nei secoli, costitutivi dell’identità femminile: «Volgete le vostre ire contro di noi: noi siamo la causa della guerra, noi delle ferite e delle morti per mariti e genitori… calano improvvisi il silenzio e la quiete. Poi avanzano i comandanti (padri e mariti) per stipulare un patto; e non siglano solamente la pace, ma creano una sola città da due che erano». (Ab Urbe condita, I, 13). L’armonia è ritornata.

E nasce la “civiltà del diritto”, per dirla con l'ironia del giurista Guido Rossi (Il ratto delle Sabine, Adelphi). Così raccontano i vincitori, dai crociati a Costantinopoli ai jihadisti in Siria ai miliziani buddisti nel Myanmar, malgrado le aggiunte alle convenzioni delle Nazioni Unite per estendere i diritti universali dell’Uomo alle donne incinte (1977), poi alle donne tout court e alle bambine (1993), ricorda l’avvocata Milli Virgilio in Lasciatele vivere.

Il libro distingue tra le molte manifestazioni della violenza, dall’assassinio alle piccole discriminazioni quotidiane. Il susseguirsi dei punti di vista, delle discipline e delle esperienze rivela discordanze e assonanze. Il sociologo Fabrizio Battistelli usa la narrativa e la cronaca, come la scrittrice Dacia Maraini. La demografa Maura Misiti parte dalle statistiche: «Quando sono usciti i dati [Istat del 2007], c’è stato uno shock nazionale, perché sono venuti fuori numeri importanti (i 7 milioni di donne che almeno una volta nella vita hanno subìto almeno un episodio di violenza), … hanno provato quantitativamente che la violenza esisteva». L’Istat non ha aggiornato le tabelle e la stampa cita numeri vecchi e sottostimati. La giornalista Daniela Minerva critica i colleghi - gettano «comunque la colpa sulla donna» - anche per «due campagne di distrazione di massa: la prima a dubitare della recrudescenza di violenze con l’interrogativo “Quanti sono in realtà i femminicidi?” (domanda di una inutilità rara); la seconda di natura estetica: “Che brutta parola femminicidio”».

Parecchie pagine prima, il filosofo Remo Bodei scrive «brutta parola, ma rende bene l’idea», poche pagine dopo viene da chiedersi quale idea? La linguista Cecilia Robustelli riporta le definizioni – contestate - di femmicidio, la violenza più estrema, e femminicidio «ossia la violenza contro le donne in tutte le sue forme, miranti ad annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, che solitamente precede e può condurre al femmicidio». Fornisce anche regole certe, innanzitutto a noi cronisti (plurale maschile inclusivo): «un referente maschile deve essere definito con il genere grammaticale maschile, una referente femminile con il genere grammaticale femminile. Su questo non ci dovrebbe essere molto da discutere… A chi dice “io preferisco essere chiamata al maschile” vorrei quindi ricordare che queste scelte non si possono fare».

La preferenza denota una sottomissione all’ordine simbolico che il linguaggio crea ed esprime, relegando le non sottomesse nell’ «anarchia» (Recalcati) o nell’anomia, comunque fuori dal patto sociale. Per chiamarsi sindaco invece di sindaca, occorre indossare l’uniforme maschile, accettare come identità quella immaginata dagli uomini.

Un’altra anomia riecheggia nel libro: il legame tra una donna maltrattata e il suo seviziatore che a volte resiste fino all’assassinio. Con grandi differenze di linguaggio e di intenti, ne parlano la sociologa Maria Grazia Ruggerini a proposito dei Centri per uomini maltrattanti (29 in Italia, chi l’avrebbe detto?), il biologo Stefano Ciccone, fondatore dell’associazione Maschile Plurale che mette «in discussione i paradigmi tradizionali della mascolinità». E nel saggio finale, l’intellettuale femminista Lea Melandri risponde alla domanda delle sabine, delle tutsi, delle bosniache: «perché la violenza maschile contro le donne, una violenza che attraversa secoli, millenni, che c’è da sempre, viene alla luce solo oggi come emergenza?». È la parentela «tra amore e violenza, che ci inquieta, che non vorremmo vedere - salvo poi stupirci che alcune donne tornano a vivere con il loro aggressore. […] Non si uccide certo per amore eppure l’amore c’entra, se è vero che questa aggressività viene quasi sempre in ambiti domestici e da persone (mariti, padri, fidanzati) con cui le donne hanno intrattenuto rapporti d’amore».

Non il rapporto scelto anche da una donna, che per Remo Bodei è la novità, la libertà, che i femminicidi non tollerano, ma «l’amore così come l’abbiamo conosciuto finora: una relazione intima che è stata però costretta a incunearsi dentro rapporti di potere. […] Io penso che sia proprio l’amore come sogno d’amore nella forma in cui l’abbiamo culturalmente ereditato che fa da velo, impedendo di riconoscere, portare allo scoperto e denunciare la violenza».

© Riproduzione riservata