Domenica

La maternità come tabù

libere di scegliere

La maternità come tabù

Chi l’ha detto che la donna si realizza pienamente tramite la maternità? Che la capacità di fare figli è il nucleo cruciale della sua esistenza? Certo, lo affermano molte religioni, culture e società. E se invece alcune donne non percepissero il desiderio di genitorialità? E se alcune di loro, horribile dictu, che figli hanno avuto, se ne pentissero, rimpiangendo la condizione di quando non erano nati? È contro il tabù di tale tipo di rimpianto che si rivolge l'analisi della sociologa israeliana Orna Donath in questo recente studio uscito l’anno scorso in Germania, dove ha provocato un vivace dibattito, e che esce ora tradotto in lingua italiana.

Molte donne diventate madri per inerzia, per abitudine o per costrizione familiare e sociale, si sono trovate a soffrire di forme di rimpianto e pentimento: «Ah, non l’avessi mai fatto!». Sono donne che vanno al di là della ripartizione tra le childless, le «senza figli» che pur sentendosi orientate verso la maternità, non riescono a realizzarla, e le childfree, le «libere da figli», che non desiderano diventare genitrici e per le quali ciò non rappresenta una perdita ma una conquista. Alla categoria delle childfree per scelta, donne per le quali l’orologio biologico non ticchetta proprio, appartiene l’autrice, che paradossalmente proviene da una delle culture più pronataliste della terra, quella ebrea israeliana, ove domina il mito della maternità e della riproduzione. Le donne che scelgono di essere non madri sono colà condannate al disprezzo sociale e le si immagina vivere un’esistenza vuota carica di rimpianti e sofferenze.

Ora, tra le donne che nel corso del tempo hanno volontariamente scelto di non riprodursi, alcune lo hanno fatto votandosi alla castità per aver preso voti religiosi, ad esempio, scelta che spesso le porta a occuparsi, istruendoli o curandoli, dei bambini degli altri. Alcune lo avranno fatto deliberatamente e in coscienza, altre vi saranno state costrette, come la Monaca di Monza e tutte le infelici cui è stata imposta la segregazione conventuale. E poi ci sono le donne che con sforzo consapevole e rigoroso hanno deciso di non dedicarsi alla castità ma nemmeno di orientare la loro vita verso la maternità. Oggi una numerosa comunità di donne, in continua crescita, ha deciso di dedicare la vita al lavoro e all’arte escludendone la maternità; e quando queste persone si sentono giù di corda, non lo attribuiscono alla mancanza di figli, non ancora venuti o già volati via, bensì alle condizioni del tempo, al lavoro, al raffreddore o allo stato deprimente dell’umanità. Muovendosi nella direzione opposta a quella che afferma la centralità, anzi la necessità del figlio per dar senso alla vita, le donne childfree il senso della vita lo trovano altrove.

Le madri pentite cui Donath dà la parola in questo testo coraggioso sono poi doppiamente deficitarie nei confronti dell’attuale contesto sociale: perché si pentono di uno stato del quale nessuna donna dovrebbe mai pentirsi, cioè l’aver avuto figli; e perché rimpiangono la condizione di quando figli non ne avevano, e il rimpianto, o desiderio di annullare l’irreversibile, è un sentimento che le nostre società neoliberali orientate al successo e alla resilienza considerano inadeguato. Dunque, se già il rimpianto non va bene, figurarsi il pentimento materno! Eppure le pentite non sono donne che odiano i propri figli, anzi. È la condizione di madre, che odiano, perché non appaga i loro bisogni, non fa per loro.È quindi essenziale distinguere l’essere pentite della maternità dall’essere pentite dei propri figli, spiega l’autrice, che ha ricevuto moltissime critiche per le sue posizioni; è importante distinguere tra il rimpiangere lo stato di non avere figli e l’amare i figli che si hanno. Si può desiderare una vita di donna senza figli semplicemente perché non si vuole essere madre e per null’altro, anche essendo la donna più ricca della terra e godendo di tutto l’aiuto necessario.

Pentirsi di essere madri. Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù
Orna Donath,
Bollati Boringhieri, Torino pagg. 206, € 23.
Il volume sarà presentato a Milano, a Tempo di libri, il 22 aprile alle 15,30 da Michela Murgia e Serena Marchi

© Riproduzione riservata