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Le due Italie e il “fattore umano” di Giulio Pastore

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Le due Italie e il “fattore umano” di Giulio Pastore

Sergio Zoppi mi ha scritto un biglietto ricordandomi la giornata trascorsa qualche mese fa a Palazzo Spada, splendida sede del Consiglio di Stato a Roma, per ricordare la figura di Gabriele Pescatore, che ben conoscono le lettrici e i lettori di questa rubrica perché è una figura-chiave del miracolo economico italiano quasi totalmente ignorata dalla pubblicistica di quella stagione e, proprio per questo, da me più volte qui rievocata. Basti per tutte la citazione dell’«Economist» che a metà degli anni Settanta parla di Pescatore, un giudice di Avellino che guidò per oltre un ventennio la Cassa delle grandi opere attraendo per la prima volta capitali esteri, come dell’uomo «che unì l’Italia più di Cavour, cucendo tutto lo stivale di strade, argini, canali e acquedotti». Zoppi, allievo di Spadolini, storico e un passato di formatore, soprattutto al Sud, mi segnala il suo Non fu un miracolo. L’Italia e il Meridionalismo negli anni di Giulio Pastore e di Gabriele Pescatore, scritto a quattro mani con Vincenzo Scotti, e mi consente di accontentare anche questa settimana Domenico Casale, preside a Brindisi, che mi ha invitato a non mollare nel racconto della storia umana e delle vicende politiche e civili di quelli che definisce i “protagonisti” dei miei memorandum.

Ringrazio Zoppi, in particolare, perché mi permette di ricordare un altro grande uomo della stagione del miracolo economico italiano, appunto Giulio Pastore, sindacalista illuminato che guardava alla libertà e al benessere delle democrazie occidentali, ministro del Mezzogiorno che mise al centro della sua politica il “fattore umano”, anche lui troppo spesso dimenticato, quasi quanto Pescatore. Pastore era nato a Genova, ma era cresciuto nelle valli delle risaie vercellesi, tra Aranco e Borgosesia, e aveva dovuto lasciare la scuola a dodici anni per andare a lavorare in Valsesia, alla «Manifattura Lane», dove la madre faceva l’operaia a cottimo. Si era formato all’Azione Cattolica, che era stata la sua vera università e scuola di vita, e come è accaduto per molti ha dato in dono anche a lui quei valori e quei segni formativi che restano per sempre. Fondatore e capo carismatico della Cisl, l’impronta di Pastore nel sindacato è un patrimonio acquisito da tutti, ma pochi sanno che ha lasciato un segno altrettanto forte come ministro del Mezzogiorno accelerando il programma di interventi per la promozione del “fattore umano”: grazie a lui e al suo tratto personale si capì l’importanza delle cosiddette “visite pastorali” da una piazza all’altra per incontrare la gente del Sud, percepirne gli umori, l’investimento finalmente organizzato nelle risorse umane, scuole di “educazione civile”, una battaglia culturale vinta con la forza dell’esempio, il radicamento delle convinzioni e il carisma della persona. Pescatore era convinto che a lui e alla sua Cassa, la falange di trecento uomini tanto cara a Campilli, spettasse di sistemare le strade, di portare l’acqua nelle case, di rifare la rete fognaria, e che invece ai cervelli e alla loro formazione dovesse pensarci la scuola, lo Stato, non un’agenzia di ingegneri qual era la “sua” Cassa che doveva sempre più caratterizzarsi come una struttura tecnica di elevate capacità operative.

Bene fece Pastore a insistere e bene fece Pescatore a cambiare idea. Altrimenti, non avrebbero mai visto la luce il centro universitario di ricerche economico-agrarie di Portici, il potenziamento delle facoltà di economia e di ingegneria del Mezzogiorno, i progetti di ricerca applicata e i centri interaziendali per la formazione di tecnici e lavoratori specializzati, un pezzo di Olivetti al Sud con la scuola di formazione dei quadri affidata alle cure di Gino Martinoli che veniva da quella esperienza, e molto, molto altro ancora. Quanto delle idee e della cultura politica del Pastore ministro del Mezzogiorno ci saranno nella famosa «Nota aggiuntiva» e in quel disegno di lungo termine lamalfiano che si muoveva nel solco di «una politica economica finalizzata agli obiettivi che già nel 1954 Vanoni aveva indicato e, cioè, il superamento del divario tra le due grandi aree del Paese, Nord e Sud, e la piena occupazione»? Tanto, anzi tantissimo.

Negli anni del miracolo economico italiano quando la lira vinse l’oscar mondiale delle monete e l’Italia cresceva al ritmo dei Paesi emergenti nella loro stagione d’oro, grazie proprio all’intelligenza politica di uomini come Pastore e alla struttura tecnica di trecento ingegneri della prima Cassa che apriva e chiudeva i cantieri nei tempi prestabiliti, il reddito pro capite dei cittadini del Sud aveva ritmi di crescita superiori a quelli del Centronord e il disegno dell’unificazione economica del Paese appariva un percorso lungo, pieno di insidie, ma realmente percorribile, in un clima di fiducia e di laboriosità che lasciava ben sperare. Le cose sono andate, poi, in modo decisamente differente, le clientele e l’assistenzialismo hanno preso il sopravvento sulla capacità di mobilitazione e di esecuzione degli investimenti, le ricorrenti crisi hanno assottigliato le risorse disponibili e non hanno favorito la voglia e la capacità di ritrovare la coesione e lo spirito solidaristico di quegli anni. Oggi, più di allora, c’è di che riflettere sulle virtù e gli errori del passato perché la divaricazione in atto tra le due aree del Paese, sotto tutti i punti di vista, preoccupa e va fermata. Pastore e Pescatore non ce lo perdonerebbero.

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