Domenica

Vecchia, passionale Traviata

La Scala

Vecchia, passionale Traviata

“Ah, come son mutata”, canta Violetta guardandosi allo specchio. E non potremmo essere più d'accordo con lei: “La Traviata” della Scala è diventata molto vecchia. E' ritornata ai tempi della routine. Con la diva Anna Netrebko, protagonista, che entra nello spettacolo due giorni prima del debutto, mettendoci tutto quello che vuole, con i tagli discrezionali sulla partitura, nella direzione non lenta, di più, di Nello Santi e con lo spettacolo di Liliana Cavani, omaggio a Visconti, già visto mille volte e ora farcito di aggiunte da commediola.
Però il teatro trabocca, è pieno di russi, giapponesi, tedeschi, venuti tutti solo e apposta per lei, “Anna”, come la chiamano, senza bisogno del cognome. Entusiasti, naturalmente. Applaudono praticamente solo lei, dopo le grandi Arie. Peccato. Prima di tutto perché sono stranieri, e così imparano – proprio alla Scala – come non si deve cantare l'opera italiana. Come non scrive e non vuole Verdi. E in secondo luogo, perché nel cast c'è una voce splendida, salda, fresca, di tecnica adamantina e fraseggi magnetici, che si chiama Francesco Meli. Interpreta il ruolo di Alfredo e per volume nel primo atto, e per senso dell'arcata melodica nel terzo, surclassa nettamente la diva.
Però lei è Anna, quella per cui si pagano (pare) tremila euro per un palco. Qualcosa di autorevole ha, evidentemente. Di certo possiede la scintilla del divismo: quando si apre il sipario al primo atto, nella gran mischia della festa sul palcoscenico, il pubblico stenta a riconoscerla e si avverte in sala proprio una caccia alla persona. Basta che attacchi il “Flora, amici” ed è subito lei: sinuosa, con quella punta di cantilena russa, il colore sempre limpido, col vibrato leggero, caricato sulla nota giusta al momento giusto. E' una grande professionista, madama Netrebko. Nessuno lo mette in dubbio.
Però i fiati sono corti, cortissimi. Nel fatale “Dite alla giovine” cascano a caso, interrompendo la straziata accettazione dell'ordine di papà Germont di lasciare Alfredo, e nella ripetizione sono spostati in punti diversi, ma di nuovo sbagliati; “Addio del passato” è un respiro dopo ogni parola”, “Parigi o caro” idem; talora una presa d'aria (e sono molto sonore) interrompe persino una parola. Certo, qualcuno obietterà: Violetta ansima perché ha la tisi. Ma si sa quanto Verdi detestasse il banale realismo e per la sua malata chiede arcate sfidanti, proterve, ampie. Certo, qualcun altro rincalzerà: ma coi tempi di Santi, anzi, i non tempi, tanto slentati, i polmoni dei cantanti sono messi a dura prova. Vero. Tuttavia Meli ce la fa. Anzi, nel terzo atto, quando il podio un poco incalza, a sorpresa, il tenore resta fisso su un canto dilatato, come evidentemente si era fatto nelle prove. Col risultato che orchestra e palcoscenico non sono insieme.
E succede più volte, nel corso dell'opera. E anche questo fa molto effetto: alla Scala, su Verdi, in “Traviata”. Dove appunto ora si invoca il ritorno alla tradizione (brutta parola). Ma che tradizione è se esce sporca? Il centro del problema è la programmazione senza un orientamento del teatro milanese, indeciso se essere il teatro della città o degli ospiti di lusso, della coerenza nel teatro musicale o della casualità. “Traviata” e “Nozze di Figaro”, ripresi in questa stagione, stanno a dimostrare il colpo netto di spugna con la storia profonda della Scala. Che il tutto accada poi nell'anno delle celebrazioni toscaniniane appare ancor più contraddittorio. Perché svilisce proprio quei cardini artistici per i quali il direttore si batté per tutta la vita.
La centralità dell'orchestra, innanzitutto: affilata, smagliante, in perenne dialogo col palcoscenico. E' una banalità dire che Nello Santi non segua i tempi di re Artù. La sua “Traviata” dura il doppio, ed ha pure infiniti tagli. Ma non è tanto questione di orologio, bensì di tenuta: le forme non esistono, le cabalette diventano dei Cantabili, i ritmi ternari si smollano, tutto scorre come una piatta esaltazione del canto spiegato, in palcoscenico, con sottofondo di orchestra. Spesso fuori tempo. E pure con la buca del suggeritore, ritornata onnipresente sul palcoscenico Scala, dopo che era stata vittoriosamente abolita, in nome della stretta, imprescindibile empatia tra podio-buca-voci. Sentire il Preludio del terzo atto coi pizzicati più forti del tema vuol dire anche che nessuno in teatro si è preso la briga di indicare al Maestro i pesi sonori risultanti in sala. Lasciandolo cioè solo. Con le sue 86 primavere, il passo lentissimo per arrivare al podio, con l'assistenza di un aiutante, le pacche sulle spalle degli orchestrali. “Bravo bravo, avanti così”.
Perché alla fine, in questa Scala “over 80” che è diventata la gestione Pereira (contro quella di Lissner, il sovrintendente predecessore, che invece era tutta per gli “under 30”) gli anziani non sono poi così rispettati. Vengono usati, sì. Fanno titolo. Sfrigolano i nostalgici e le baruffe del Loggione. Gridare dall'alto, prima ancora dell'inizio dell'opera, “Maestro, i tempi!”, non fa onore alla casa. Cosa avrebbe potuto rispondere Nello Santi? Che oltretutto non tornava a Milano dall'epoca Abbado? Col suo viso immobile, da vecchio clown, senza partitura sul leggio, la bacchetta bianca lunghissima, ha attaccato la sua ennesima “Traviata”. Esattamente come in scena Leo Nucci attaccava il suo ennesimo papà Germont, stentoreo e sulla parola, coi passettini di ingresso tremolanti. Uguali a quelli per Rigoletto. Con mimica facciale da pochade.
Il Verdi tutto di corsa, bruciante, sperimentale, qui non c'era più. Era inutile gridare “Viva Verdi”, alla fine, dall'alto, più volte. Verdi alla Scala è sempre stato un'altra cosa. Anche se per queste quattro date con la Netrebko c'è sold out, finalmente, e te lo dicono con fierezza in biglietteria. Lei, la diva, coi fiati corti, ha dalla sua una disperata capacità di identificarsi col personaggio: Traviata è lei. Non la canta semplicemente, la vive, con strazio totale. La vuole da subito tragica, perciò quello che fa meglio è l'ultimo atto. Negli infiniti tagli di questa edizione, l'unico a restare per intero è l'”Addio del passato”. E la seconda strofa è iper straziante, come solo un'artista russa sa tradurre. Per morire, sulle ultime battute, vuole essere sola. Manda tutti indietro, Alfredo, Annina, il dottore (che annusa il fazzoletto insanguinato, che orrore), papà Germont: avanza lei, in camicia da notte lunga, fa una piroetta su se stessa, getta le braccia in alto, e poi caracolla a terra. Da gran diva. In due battute chiude il sipario. E' tagliato anche il finale, quello tanto difeso da Alberto Sordi, che nel film parodia su “Traviata” concludeva gridando lui solo: “E' spenta!”. Come scritto da Verdi.

“La Traviata” di Verdi; direttore Nello Santi, regia di Liliana Cavani; Teatro alla Scala, fino al 14 marzo

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