Domenica

L’«Imperatore», Pollini e Chailly

la filarmonica della scala

L’«Imperatore», Pollini e Chailly

Perché non si alzano? Lo chiede con un sussurro Maurizio Pollini al direttore Riccardo Chailly. Ha appena terminato il Quinto di Beethoven, alla Scala, ed è stato per tutti un viaggio titanico. La conquista di una vetta faticosa, dove idee lucidissime fronteggiavano una materia pesante e inerte. Mai sentita tanto dura la tastiera del pianoforte, da espugnare. Mai tanto prodiga di squarci di bellezza assoluta. Il pubblico che trabocca in teatro, dopo un ascolto dove non è volato un telefonino e finalmente nemmeno una foto, è tutto per lui.

Chailly porta Pollini verso la sala. E il pianista si volta, verso l’orchestra. La vuole in piedi: perché non si alzano? Non è una domanda di cortesia, ma la richiesta di un gesto simbolico, pieno di significato. Che traduce l’interpretazione del Concerto, l’ultimo di Beethoven, il primo a non essere presentato al debutto dal compositore, totalmente sordo. L’Imperatore di Pollini incarna la conquista di un dialogo ferocemente perseguito. Il pianoforte è l’orchestra, l’orchestra è il pianoforte. Nei pesi uguali si genera una forza propulsiva marmorea e deflagrante. La mani del pianista scavano, tra i due estremi del linguaggio beethoveniano, l’ultimo in particolare: il marmo greve, la luce astrale purissima.

Solista e “tutti”, una sola cosa

La figura fragile che in pochi anni è diventato Pollini li tiene insieme. Anche se la tensione è spasmodica. E suonare è vera fatica. Il pianista tra l’altro arriva ultimo in una stagione Filarmonica dove hanno suonato uno dopo l’altro quattro assi del pianoforte, di generazioni diverse: Argerich, facile e inventiva, Rana, tenace e brillantissima, Malofeev, prodigio quindicenne, Taverna, sofisticato e poeta. Poi tocca a lui, col gesto di sfida di portare ancora una volta l’Imperatore alla Scala. Ed è forma scolpita il primo movimento, pace conquistata il secondo, virtuosismo brllante il terzo.

Ma soprattutto il Quinto di Pollini, in quel suonare intrecciato con l’orchestra, aderente, stretto, denso, è gesto politico puro. Solista e “tutti” una sola cosa. Finalmente restituendo un significato a quel titolo posticcio, con la rappresentazione musicale di un condottiero propulsivo, imperiale, che sta all’interno della massa, non sopra. Giustamente, dopo un Beethoven tanto icastico, niente bis. Una Settima, invece, a contraltare: anch’essa controcorrente, nei tempi di corsa, i quattro movimenti poco caratterizzati e giocoforza con fiati poco intonati, per la velocità. In un fraseggio frantumato, spigoloso, novecentesco. Pubblico in tripudio.

Concerto n.5, Imperatore e Settima Sinfonia di Beethoven; Maurizio Pollini, pianoforte, Filarmonica della Scala, direttore Riccardo Chailly; Milano, Teatro alla Scala

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