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Racconti di scrittori incontentabili

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Racconti di scrittori incontentabili

  • –Gianluigi Simonetti

Esiste una branca carsica della letteratura che con buona approssimazione si potrebbe chiamare «storie di scrittori»: lo nota il protagonista di uno dei quattordici racconti che compongono il nuovo libro di Luca Ricci, Idifetti fondamentali. Proprio a questa branca appartengono, o dovrebbero appartenere, i racconti in questione.

Dovrebbero, dico, perché il tema di partenza - storie di «scrittori inventati» - è interpretato con una certa libertà. Intanto, alcuni personaggi sembrano meno inventati di altri: il protagonista dell’Adultero ricorda da vicino Bianciardi, il Carlo del Suggestionabile rinvia all’omonimo protagonista di Petrolio, che a sua volta deve qualcosa a Pasolini; per non parlare del fatto che nomi e profili di scrittori veri affiorano qua e là nel volume. In secondo luogo non sempre il tema della scrittura risulta effettivamente al centro dei racconti. A volte lo spunto più importante proviene da mondi magari contigui, ma diversi, e forse da differenti progetti narrativi. Due o tre novelle ad esempio insistono su personaggi che appartengono all’ambiente dell’università, e in particolare di Lettere («La giovinezza è fatta per essere sprecata: forse anche per questa ragione avevo scelto la facoltà di Lettere»). S’intravede, per frammenti, l’abbozzo di un romanzo studentesco credibile e non indulgente che sarebbe interessante vedere completato; ma il cui spezzettamento, intanto, sembra dirci due cose.

Primo, che la vocazione di Ricci alla storia breve rimane più o meno esclusiva (I difetti fondamentali è il suo quinto volume di racconti). Secondo, che l’editoria italiana fa quel che può per rafforzare l’identità di libri che considera in partenza difficili da comunicare ai lettori - perché distanti dai generi più in voga, o dall’immagine di un autore-brand, o semplicemente dalle convenzioni più diffuse. In questo caso si direbbe che il collante delle «storie di scrittori» sia stato scelto apposta per dare riconoscibilità immediata a un libro che altrimenti - per il semplice fatto di essere una raccolta di novelle - avrebbe rischiato di non averne abbastanza.

Ammesso che le cose stiano così, Luca Ricci si rivela comunque artigiano abbastanza competente da sopportare il vincolo di un filo conduttore. Il rischio della monotonia lo elude con la scelta strutturale di alternare storie brevi e incisive, più tipicamente e narratologicamente vicine alla formula del racconto classico, ad altre lunghe e divaganti. Se il tema tende a chiudere, la gamma narrativa prova ad aprire. Leggiamo così short tales abbastanza regolari, con tanto di colpo di scena finale, come Il rifiutato, accanto a cose più sghembe come L’adultero, che ricorda un po’ i Sillabari di Parise. Il solitario ha un impianto drammaturgico (e claustrofobico); Il velleitario ha qualcosa di autobiografico, o meglio di autofittivo; eccetera. Ma soprattutto Ricci riesce a dribblare l’altro pericolo connaturato alle «storie di scrittori», quello della metaletteratura al quadrato o al cubo, della famigerata «riflessione sull’atto di scrivere», così mediocre e fatua quando a organizzarla è un non-scrittore («Ci sono due specie di scrittori. Quelli che lo sono e quelli che non lo sono», è l’aforisma di Kraus che manda in crisi Il folle nel racconto finale del libro). I personaggi-scrittori di Ricci per fortuna riflettono fino a un certo punto: a volte avvicinandosi a qualche verità sul mestiere, a volte mentendo a se stessi e al lettore - come è giusto e normale che sia, visto che prima che scrittori sono personaggi. Più spesso agiscono e basta, senza padroneggiare le proprie azioni e senza riconoscere, o non del tutto, le ambivalenze che ne sono all’origine: ciò che permette al libro di scorrere, a volte anche con storie nelle storie, e all’autore - che naturalmente è a sua volta scrittore - di dimenticarsi di se stesso, per lasciare spazio ai personaggi.

Il che non toglie che affiori, ogni tanto, uno sguardo che si indovina personale, umoristico e a volte satirico, sul mondo editoriale italiano: sui premi letterari, sulle librerie in cui torreggiano i bestseller, sulla retorica della bibliodiversità. Ma, ancora più profondamente, a emergere è qualcosa che definirei una nostalgia della letteratura - e che sempre più si delinea come un tratto generazionale, visto che la si percepisce spesso in tanti nostri narratori nati negli anni Settanta. Un sentimento che in Ricci prende la forma della malinconia: «E che cos’era in fondo la Letteratura, ormai, se non una splendida rovina?»

Come molti suoi coetanei, Ricci è autore a dominante narrativa, di stile veloce e lineare, incline a inventare situazioni più che a giocare con le parole (e quelle a volte si vendicano, trascinandolo sul terreno dei cliché: «”Papà, qual buon vento?” esordì il figlio, affibbiandogli un’energica pacca sulle spalle»). Come molti suoi coetanei, sta cercando la distanza giusta da cui scrutare un mondo sempre più difficile da decifrare - né troppo vicino alla realtà, né troppo lontano, come suggerisce lo scrittore protagonista del Solitario: «Non deve stare a guardare sempre giù in strada ma neanche solo dentro di sé. Deve buttare un occhio sul pianerottolo».

Ma a differenza di molti suoi coetanei Ricci sembra soffrire l’idea di una letteratura semplificata e stravolta, ridotta a denuncia o a evasione. Per lui scrivere dovrebbe continuare a essere, come a lungo è stata, un’attività critica, polemica, fondamentalmente antisociale. Uno dei suoi racconti, L’invidioso, si apre con l’immagine baudelairiana del poeta che cerca nel fango l’aureola che ha perduto; citazioni a parte, l’ immagine del letterato che emerge da questo libro di scrittori sembra avvicinarsi molto a quella tratteggiata dal protagonista dell’Eccitato: «Scrivere è come fare petting, né più né meno. Scrivendo uno non arriva mai al punto, e può continuare a macerarsi per ore, giorni, settimane, mesi, anni e così via. Insomma, scrivere non è piacevole, ma è eccitante». Per Ricci lo scrittore è, e deve essere, una creatura insoddisfatta, rancorosa, fallita («Avevo sentito dire a un autore in tv che per riuscire nella scrittura bisognava prima fallire in tutto il resto»). Ossessionata, paranoica, incontentabile («Solo erotomani e scrittori vanno alla radice dell’incontentabilità»). Una personalità difettosa, secondo Luca Ricci; secondo Baudelaire, una coscienza infelice.

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Luca Ricci, I difetti fondamentali , Rizzoli, Milano, pagg. 44, € 20