Domenica

A piedi nudi sul palco

Teatro

A piedi nudi sul palco

Selvaggio. «Bestie di scena» di Emma Dante
Selvaggio. «Bestie di scena» di Emma Dante

In Bestie di scena Emma Dante affronta un’esperienza che ogni regista vorrebbe o dovrebbe tentare, almeno una volta nella vita: uno spettacolo che si fa da solo, senza un testo, senza una vera trama, nato seguendo delle proprie suggestioni interne, diverse da quelle che lo avevano originato. La Dante racconta di essere partita dall’idea di realizzare una creazione sul lavoro dell’attore, sul suo mettersi totalmente a nudo alla ricerca di una sorta di verità primordiale: poi quella nudità impietosamente esposta ha agito per suo conto, è diventata metafora di una più ampia condizione umana.

Su questa singolare proposta, allestita per il Piccolo Teatro di Milano, si impongono a mio avviso due considerazioni: la prima è che si tratta del risultato di un approccio del tutto sperimentale, insolito anche nel percorso dell’artista palermitana, e come tale va quindi valutato, più per i suoi valori innovativi che per la sua qualità finale, che è oggetto di giudizi contrastanti. La seconda è che, per una volta, lo spettacolo sembra piacere più agli spettatori, soprattutto giovani, che agli addetti ai lavori, più a chi lo segue con occhio vergine che a chi vi cerca – e trova – citazioni e autocitazioni.

La metodologia con cui l’azione ha preso forma è chiara ancor prima che lo spettacolo abbia inizio: mentre il pubblico sta entrando gli attori sono già alla ribalta, impegnati in normali esercizi di riscaldamento. Poi le luci di sala si abbassano, il loro training si intensifica, finché non cominciano a togliersi i vestiti. È un atto semplice, naturale, senza alcuna componente rituale: ma quella nudità - che non ha nulla di provocante, nulla a che fare col sesso, se non per dei momenti in cui i maschi si trastullano infantilmente col proprio pisello - assume subito un’importanza centrale.

La nudità evoca di per sé la vicinanza a uno stato di atavica purezza, l’immagine di un’umanità cacciata da un ignoto Eden. Quei corpi esibiti senza veli parlano, indirettamente, di innocenza e sottomissione, di una comunità di fuggiaschi primitivi precipitati nel mondo da un’invisibile autorità superiore, da un dio lontano. Non a caso, fra i possibili accostamenti ad altri titoli della Dante, spiccano soprattutto, a mio avviso, i richiami a La scimia, dove la candida inconsapevolezza dell’animale che mima senza saperlo gli atti della messa suggeriva l’incarnarsi di una misteriosa grazia sacrale. Come gli emblematici progenitori, i quattordici interpreti scoprono il peso, l’imbarazzo degli sguardi altrui su di sé, e cercano di coprirsi pudicamente a vicenda gli occhi e i genitali. Si aggirano smarriti per il palco vuoto come attraverso un territorio sconosciuto, i cui confini non possono varcare, venendone ogni volta respinti da petardi che li spaventano e li mettono in fuga.

Dall’alto e dai lati vengono introdotti degli oggetti, taniche d’acqua, un pallone da basket, un secchio appeso a una fune, di cui sembrano subito apprendere l’uso. Un uomo con una spada si mette in posa come per un assalto schermistico, una ragazza imita le rigide movenze di una bambola meccanica che danza e parla con agghiacciante fissità. Il confronto con gli oggetti provoca, ad ogni occasione, reazioni di solidarietà o beffarde prese di distanze tra i vari individui del gruppo, che si aiutano, si battono, giocano, litigano, ridono gli uni degli altri, riproducendo le alterne relazioni reciproche di qualunque aggregazione sociale. Interamente mantenuto a questo stadio pre-linguistico, lo spettacolo si fonda su una perfetta orchestrazione di ritmi, gesti, stati d’animo, senza pause o cali di tensione. La metafora, molto beckettiana, dell’oscuro potere che, da fuori scena, determina e guida i comportamenti di quelle tenui figurette è un po’ scontata, ricalcata quasi fedelmente sui meccanismi degli Atti senza parole e di altri testi dell’autore irlandese. Ma la regia compone gli apporti e le caratteristiche dei bravi attori in una partitura di grande delicatezza. E almeno un paio di invenzioni – gli stracci colorati che volano sulle note di Only you dei Platters, il finale in cui si ammucchiano indumenti, ma la compagnia, finalmente ribelle, rifiuta di rivestirsi - toccano livelli di alta qualità poetica.

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