Domenica

C’è una filosofia italiana?

Scienza e Filosofia

C’è una filosofia italiana?

Buoni maestri. In alto  Eugenio Garin,  in basso  Giulio Preti  (al centro) a Volterra nel 1972 insieme a un gruppo di suoi studenti
Buoni maestri. In alto Eugenio Garin, in basso Giulio Preti (al centro) a Volterra nel 1972 insieme a un gruppo di suoi studenti

Tante domande. Ma c’è una filosofia «italiana»? E con quali criteri la si identifica e la si racconta? Se gli «eroi» filosofici della nostra tradizione sono frequentemente riconosciuti in figure che hanno avuto poco a che fare con l’Università o con la filosofia «professorale» (da Alberti, Vico, Croce, Gramsci, agli stessi Leopardi o Pasolini), serve fare una storia della filosofia raccontandone le vicende nei vari centri e istituti, la filosofia dei «maestri» e delle «scuole», o non servirebbe di più fare una storia culturale o una storia delle idee? E su quale base una «storia» della filosofia italiana ci dovrebbe dare un’indicazione valutativa su che cosa è stato e su dove tende, o dovrebbe tendere, il «pensiero» in Italia?

Queste e altre domande vengono spontanee nel momento in cui si trovano in libreria due «storie» della filosofia italiana come questa di Massimo Ferrari e come quella (in verità, ci avverte il sottotitolo, più interpretazione, bilancio e prospettiva che non storia) su La filosofia italiana del Novecento a cura di Onorato Grassi e Massimo Marassi (Mimesis), dove soltanto a scorrere gli indici dei nomi si può avere il legittimo dubbio, a dispetto dello stesso referente tematico dei titoli, che si parli della stessa cosa.

A farmi riflettere è stata una più che legittima domanda, rivolta a me docente di Storia della filosofia contemporanea, da un bravo studente interessato a orientarsi nel variegato mondo della nostra tradizione e che, nell’incertezza dovuta alla vistosa difformità dei due libri, mi chiedeva se faceva bene «fidarsi» di quello edito da Mimesis, sia perché era a più voci (quattordici, per l’esattezza) e accoglieva dunque più competenze, sia perché era introdotto da un noto filosofo, Roberto Esposito, di cui apprezzava i frequenti interventi giornalistici sull’attualità politica e culturale.

Mi è sembrato corretto avvertire lo studente che il libro di Mimesis è dichiaratamente scritto da filosofi cattolici, o comunque nella tradizione dello spiritualismo, della metafisica classica o della teologia politica; che è un libro a suo modo «militante», che si compiace di valorizzare una certa filosofia nostrana ritenuta a torto marginale se non «morta» e anche un libro, come conclude Roberto Esposito nel saggio di apertura in cui rimarca una virtuosa «differenza italiana» in filosofia, che «nel descrivere una realtà, tende ad orientarne la direzione».

Anche Massimo Ferrari ne aveva scritto uno (Non solo idealismo. Filosofi e filosofie in Italia tra Ottocento e Novecento, Le lettere, 2006) dove invitava a rileggere filosofi ai margini della received view della cultura italiana, da Juvalta, a Limentani, a Vailati, a Enriques, a Martinetti, anche lui avvertito della «differenza italiana» e forse preoccupato proprio di questa, mentre ne rilevava alcune trascuratezze.

Ora invece, nel suo Mezzo secolo di filosofia italiana, Ferrari cerca di vedere le cose con il massimo possibile di obiettività e di ampiezza, ben consapevole peraltro che neanche una mera cronaca può esimersi da filtri interpretativi, da criteri di selezione o da presupposti e orientamenti di qualche genere, ma cercando sempre di cogliere le ragioni di tutte le posizioni filosofiche e di tutti i partiti, di approfondirne il confronto nel contesto, chiamando a garante del necessario esercizio di autotrascendimento nel lavoro quella sorta di «stile» filosofico che è la storia della filosofia: in Italia altamente professionalizzata, «una maniera, ben consolidata e collaudata, di partecipare alla conversazione filosofica», il più possibile distante da umoralità e da ideologie, più metodo che teoria, e certo più «storia» che «filosofia della storia».

Allo studente ho raccomandato il libro di Ferrari, soprattutto perché fornisce un quadro più completo di quello che è accaduto in Italia dalla ricostruzione filosofica del secondo dopoguerra alle istanze di una filosofia democratica tra neoilluminismo, fenomenologia, marxismo e pensiero cristiano, alla «crisi della ragione» degli anni Settanta, al pluralismo filosofico che oggi sembra succedere, vindice, agli annunci postmoderni della fine della filosofia. Lo studente, però, non mi è parso soddisfatto. Ci credeva poco alla neutralità delle storie. Lui era al corrente dei tanti «bilanci», spesso ideologici, che nel passato si sono fatti della nostra filosofia (un po’ anche quello delle Cronache di filosofia italiana di Garin cui Ferrari dice di ispirarsi nel metodo); era anche al corrente, e un po’ abusato, di tanta pratica metafilosofica che in Italia sembra un vero e proprio sport nazionale, oggi intorno alla contrapposizione tra «analitici» e «continentali», il più delle volte speciosa e strumentale, o ancora tra storici della filosofia e filosofi.

Possibile che gli oggetti del contendere siano ancora questi? Vuoi vedere, mi ha detto sfogliando gli indici dei due libri, che alla fine risiamo a parlare di un Nord illuminista contrapposto a un sud idealista e storicista, con Ferrari portato dal «vento del Nord» verso lidi internazionali, mentre c’è ancora una filosofia in Italia che fa della sua pretesa identità un vanto (e forse un motivo «politico» di conservatorismo accademico e di potere locale)?

Beh, il giovane mi è sembrato un po’ eccessivo nella dicotomizzazione e nella polemica. Eppure, anche tornando a un linguaggio più pacatamente filosofico, non ho potuto negare che nel bilancio di Mimesis si sentisse forte un’eco del pensiero di un certo Croce: quando premiava, negli appunti dei Quaderni della critica, una tendenza a non distinguere il «pensiero» dello storico dall’azione del «politico» oppure quando scriveva, richiamando l’intellettuale alle sue responsabilità, che «cristianesimo e razionalità, se anche ora sembri il contrario, non possono essere mai sorpassati o antiquati»; o addirittura quando affermava fieramente, a proposito di filosofia, che i «problemi nati altrove trovano la loro soluzione in Italia».

In Italia, è vero, anche chi non è stato consentaneo con la «rinascita idealistica» vigorosamente propugnata da Croce ha finito per stare al gioco dell’identità culturale italiana e del recupero, sia pur critico, della sua storia. L’idea crociana che il carattere di un popolo, di una nazione, sia la sua storia perché ogni storia, anche la più lontana, è a noi contemporanea, portando con sé le stigmate di un modo di essere insieme antropologico e biologico, è non solo presente, ma anche propugnata da diversi filosofi italiani contemporanei, compresi molti autori di quel libro.

E va bene, obietta lo studente, ma lo storico della filosofia Ferrari, è davvero super partes? In fondo inizia la sua storia dagli Studi per un nuovo razionalismo di Ludovico Geymonat del 45, in cui si incita ai«problemi sempre nuovi che la scienza e la prassi pongono innanzi allo spirito umano», e la termina citando Preti (già all’inizio, insieme a Colorni, accostato a Geymonat), definendolo «una delle menti più brillanti» della sua cronaca filosofica. Non sono anche queste partigianerie? Avverto lo studente che, se quelle sono le «simpatie» di Ferrari, sono comunque dette in understatement, e non inficiano affatto il rigore storico della sua ricostruzione (le pagine che dedica al pensiero «teoretico» di Croce e ai limiti di una sua «attualizzazione», per esempio, sono esemplari per misura e dovizia di documentazione per nulla pregiudiziale). E gli dico anche, a questo punto non reprimendo una personale simpatia, essendo stato Preti un mio amato maestro, che è proprio da filosofie come quella di Preti che si impara ad essere obiettivi e a rispettare quel poco di universale che pretende la filosofia: il giustificarsi in base al perseguimento di una «verità» da condividere argomentando e cercando di responsabilizzarsi sulle sue conseguenze, e non in base a visioni destinali e immanentistiche (che a loro volta dovrebbero essere giustificate razionalmente, e non pretestuosamente, come si fa spesso oggi), o a un conservatorismo della tradizione che pretende di essere una sua «difesa» (una tradizione si può difendere anche da «moderni» emendandola al confronto con altre tradizioni), o a un relativismo di comodo che derivi (anche qui postulato e non dimostrato) da un preteso primato, in filosofia, della «morale», ma direi meglio dell’«eticità» e della «politica», sulla conoscenza.

Mi rendo conto, a questo punto di aver scoperto le carte, e di aver detto di più sul perché ho consigliato allo studente la lettura del libro di Ferrari. Proprio perché, tra gli altri meriti, il libro ha quello di aver dato un giusto rilievo nel panorama italiano alla figura di Giulio Preti: un filosofo il cui anelito, allora, negli anni sessanta, ma anche prima e dopo, fu (sono parole sue pronunciate disperatamente) «quello di liberare l’Italia dall’Italia - quello di inserire, economicamente, moralmente, culturalmente la vita nazionale nell’unità - concreta, fattuale, per nulla mitologica e utopistica - della grande vita europea». Eugenio Garin ebbe a scrivere, nel necrologio del collega Preti, che alla luce dei fatti quella sua battaglia era «perduta» e se ancora, nel secondo decennio del duemila, escono libri come quello di Mimesis, viene da pensare che sia davvero così.

© Riproduzione riservata