Domenica

In viaggio con l’imperatore

lettera da tokyo

In viaggio con l’imperatore

Presentarsi il giorno prima della partenza alle 11 al Palazzo imperiale, ingresso dal Sakashita-mon. Il messaggio del Kunaicho (l'Agenzia imperiale) arriva a sorpresa all'unico giornalista occidentale che, assieme a 126 colleghi di testate giapponesi, andrà a seguire la prima storica visita mai effettuata da un sovrano nipponico in Vietnam. La gratificazione di essere inserito nel gruppetto ristretto autorizzato a ricevere i saluti pre-viaggio della coppia imperiale segue due estenuanti briefing (anche oltre le 3 ore), in cui sono state consegnate oltre 200 pagine di istruzioni per il volo di Stato e gli annessi. Logico aspettarsi che l'incontro sarà un “bacio della pantofola” molto formale. In effetti, quando Akihito entra nella sala Shakkyo del Palazzo imperiale – tutta avvolta da legni e shoji ma senza arredamento, caratterizzata da un grande dipinto leonino da teatro Noh – ci si profonde in lunghi inchini reciproci.
L'imperatrice consorte Michiko sembra uscita dall'epoca Heian: sa essere immobile come una statua senza tempo e i suoi capelli sembrano avvolti da una invisibile cuffia. L'imperatore, nelle fattezze del viso e nello sguardo, pare attraversato da un tocco di ironia che lo rende molto moderno. Dopo i saluti ufficiali reciproci, c'è una specie di “rompete le righe”. Alcuni funzionari portano tè, caffè e biscottini. Anche Akihito prende un caffè in piedi, come gli altri, parlando informalmente con chiunque.
Questo è il figlio di un dio fattosi uomo, visto che suo padre Hirohito era considerato divino prima che gli americani lo inducessero a dichiarare di non esserlo. Akihito è stato il primo imperatore a sposare una non-nobile, a parlare alla radio per un fatto devastante di cronaca (lo tsunami), a suggerire il tabù di una affinità della linea imperiale con la Corea, a pregare a Saipan anche per le anime dei caduti americani, a trasmettere – pur nel pieno rispetto dei dettati costituzionali di apoliticità – un'aura “liberal” allergica a revanscismi nazionalisti. Difficile verificare report come quello di un suo sguardo di meraviglia disapprovatrice quando alcuni parlamentari del partito di governo lo salutarono con un «Tenno Heika Banzai!», che fu un sostanziale grido di guerra oltre che una ossessione letteraria per personaggi alla Yukio Mishima. Consegnato alla storia, invece, il discorso del 15 agosto 2015, quando alla Nippon Budokan, disse: «Il nostro Paese oggi gode di pace e prosperità grazie agli incessanti sforzi effettuati dal popolo giapponese verso la ripresa dopo le devastazioni della guerra e verso lo sviluppo, sempre sostenuto dal più profondo desiderio di continuazione della pace». Il giorno prima il premier Shinzo Abe aveva dichiarato: «La pace di cui godiamo oggi esiste solo grazie ai preziosi sacrifici» dei compatrioti che persero la vita in guerra da cui «trae origine il Giappone del dopoguerra». Come no: ovvio che la prosperità attuale abbia radici nella sconfitta di una casta militarista che dava per scontato che il popolo giapponese esistesse solo per servirla e non viceversa.
Al palazzo presidenziale di Hanoi, guardando il volto imperiale filtrato dall'ombra delle baionette dei soldati vietnamiti in sfilata al passo dell'oca, non si poteva non notare un rispetto che non sconfina mai nell'entusiasmo. Tutto il contrario di Abe, che sprizza soddisfazione alle parate militari. Peso e ironie della storia inseguono il primo imperatore giapponese a recarsi in un Paese ora sempre più amico anche per via dei timori per la crescente potenza cinese. Akihito depone una corona di fiori al mausoleo di Ho Chi Minh, che vinse una guerra di cui gli americani fecero del territorio nipponico la principale base logistica. Commovente l'incontro con Nguyen Thi Xuan, 93enne “vedova bianca” che sposò uno dei circa 700 militari giapponesi rimasti in Vietnam ad aiutare la lotta per l'indipendenza e poi mandati via nel 1954 senza complimenti, con la proibizione di portare in Giappone mogli e bambini (che furono poi discriminati come “bastardi dei fascisti”): l'imperatrice si china quasi a terra per prenderle le mani e accostare le guance. Pensare che, in teoria, ogni contatto fisico con la coppia imperiale è proibito (solo Pertini si permise di dare una pacca sulla spalla a Hirohito). «Lei ha avuto una vita davvero difficile, ne percepisco il suo dolore», le dice il sovrano straniero.
L'istituzione imperiale esiste solo per servire il popolo, ha detto Akihito (classe 1933) nel clamoroso discorso tv dell'8 agosto scorso, in cui ha suggerito di voler essere il primo Tenno ad abdicare in 200 anni: ha citato la «ingravescente aetate» non di per sé, ma come progressivo impedimento a svolgere i compiti connessi al ruolo di simbolo della Nazione e dell'unità del popolo. Uno shock per i conservatori che – come nel caso dei cattolici tradizionalisti – più esaltano la figura suprema come sacrale e meno considerano la persona che la rappresenta in carne e ossa. Gli ambienti governativi hanno mugugnato e deciso che al massimo potrà essere varata una legge ad hoc per consentire – non prima di fine 2018 – solo a questo imperatore di rinunciare: una revisione permanente della normativa aprirebbe un vaso di Pandora di questioni, compresa una successione imperiale per via femminile.
Il viaggio in Vietnam è il 28° di Akihito da imperatore e potrebbe essere l'ultimo all'estero. Quando il titolare del trono del Crisantemo lascia il Sol levante, è una cosa seria: ad Haneda arrivano a salutarlo sia il premier con la moglie sia l'intera famiglia imperiale. Colpisce l'inchino profondissimo della “principessa triste” Masako ai suoceri e il doppio inchino dell'imperatrice al figlio primogenito. Molti pensano che uno dei motivi del desiderio di abdicazione sia la preoccupazione di Akihito di facilitare il passaggio sul trono a Naruhito, figura necessariamente meno carismatica e “intaccata” dai problemi psicologici della moglie Masako. I conservatori temono pure che sia di sentimenti “liberal”: tra l'altro ha fatto quello che nessun uomo giapponese farebbe (sposare una donna più alta di statura e ancora più intelligente) e ha cercato – sia pure invano – di proteggerla dalle pressioni delle regole medievali di corte e del mancato dovere istituzionale di generare un erede maschio. Per l'ex brillante diplomatica, sarà ancora più difficile fare l'imperatrice consorte del figlio del figlio di un dio fattosi uomo.

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