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Dalle caverne all’Ipad: la «Storia delle immagini» di David Hockney e Martin Gayford

Si è detto e ripetuto che la nostra è la civiltà delle immagini. Che esse contano ormai più delle parole. Che la Rete le ha alterate sino a svuotarle. E forse proiettano – prendiamo un prestito da Majakovskij, da “La nuvola in calzoni” – quanto accade nella “melma del cuore” umano, ove diguazza “la stupida tinca dell'immaginazione”. O forse no. Le immagini non cessano di adulare e violentare la nostra retina, raggiungono il cervello, comandano le emozioni; poi i gesti, e ancora le scelte. Chi può dirlo?

Non saranno forse vere solo le immagini che la vista fatica a vedere? Quelle che i poeti hanno immortalato o che le tragedie e i miti seppero fissare nella memoria degli antichi elleni? Narciso, che si innamora di se stesso guardandosi, è l'eroe che testimonia l'importanza della forma esteriore; di contro, il passo biblico che ricorda essere l'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio non è certo stato scritto per i confronti. Aveva ragione Aristotele quando nel “De anima” scrisse che le immagini sono come le cose sensibili, ma non hanno materia?

Senza soffermarci ulteriormente su tali domande e altre simili, invitiamo il lettore a sfogliare “Una storia delle immagini” di David Hockney e Martin Gayford, un libro di notevole interesse appena tradotto per Einaudi (pp. 360, euro 65). Si pone la questione non semplice di inventariare, in un ragionevole spazio, quanto è accaduto dalle caverne all'iPad.

È una storia non ancora finita, anzi. Hockney ricorda che quello di descrivere il mondo “in due dimensioni è un problema costante”. Gli autori, uno degli artisti più importanti del nostro tempo e il critico d'arte dello “Spectator”, pongono a confronto una notevole quantità di immagini, da un cartone animato a una stampa di Hiroshige, da un fotogramma cinematografico a “Las Meninas” di Diego Velázquez. Già. “Las Meninas”: quell'olio su tela conservato al Museo del Prado di Madrid che fece urlare, dopo un pomeriggio di ossessionanti osservazioni, a Théophile Gautier: “Dov'è il quadro? Dov'è il quadro? Il quadro siamo noi!”.

Una storia che non è raccontata ma visitata. Hockney e Gayford mescolano un frammento di toro delle grotte di Lascaux, lasciato dai nostri progenitori, con il volto di Marlene Dietrich, che guarda superba e sensuale il resto dell'umanità.

Un'odissea che cerca di accompagnare il lettore per mano tra un'intuizione di Caravaggio e le perfezioni di Piero della Francesca, tra il pannello di Andy Warhol con Marylin e un nudo di Michelangelo o quello eternato in un dagherrotipo ottocentesco.

Immagini, insomma. Commentate, inseguite, paragonate. Il latino “imaginem” venne inteso dal filosofo Porfirio “imitaginem”; forse è meglio dire “mimaginem”, così ha la medesima radice del greco “mimos”, “imitatore”.

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