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Le 95 Tesi, mai appese

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Le 95 Tesi, mai appese

Secondo la tradizione Lutero avrebbe appeso le «95 Tesi» il 31 ottobre 1517 sul portale della chiesa del castello di Wittenberg. Ma gli studi hanno dimostrato che questa sfida pubblica è da archiviare come leggendaria
Secondo la tradizione Lutero avrebbe appeso le «95 Tesi» il 31 ottobre 1517 sul portale della chiesa del castello di Wittenberg. Ma gli studi hanno dimostrato che questa sfida pubblica è da archiviare come leggendaria

Alcuni lettori – prendendo spunto dal fatto che in quest’anno dedicato al quinto centenario della Riforma luterana abbiamo già proposto qualche nota bibliografica sul tema – ci hanno chiesto di indicare un’edizione delle famose 95 Tesi affisse il 31 ottobre 1517 sul portale della chiesa del castello di Wittenberg. In verità, come ha sostenuto il gesuita Giancarlo Pani in un articolo apparso sulla rivista «La Civiltà Cattolica» lo scorso anno (pagg. 213-226), questa sfida pubblica è da archiviare come leggendaria: Lutero, in realtà, turbato dallo scandalo del mercimonio delle indulgenze ai fini dell’edificazione della nuova basilica di San Pietro, avrebbe solo scritto una missiva articolata in 95 commi al vescovo locale Hieronymus Schulze e all’arcivescovo Alberto di Brandeburgo, responsabile per la predicazione delle indulgenze in Germania.

L’indulgenza è così definita dall’attuale Codice di Diritto Canonico: «La remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele debitamente disposto e a determinate condizioni acquista per intervento della Chiesa» la quale attinge al tesoro dei meriti di Cristo e dei santi (canone 992). Cerchiamo di rendere più chiaro il dato: una volta perdonata la colpa attraverso il pentimento e la confessione del peccato, rimane la riparazione del male che si è fatto (ad esempio, se si è rubato qualcosa, si impone la restituzione). È questa riparazione espiatoria che può essere condonata attraverso l’indulgenza amministrata dalla Chiesa. Tali indulgenze venivano allora erogate in cambio di una donazione destinata all’imponente opera di costruzione della basilica di San Pietro che ancor oggi ammiriamo.

Ora, Lutero nelle sue Tesi parte dall’appello generale di Cristo alla penitenza (Matteo 4,17) che si attua attraverso la conversione, il sacramento della confessione e un’esistenza giusta. La riparazione penale, pur legittima (ma solo per i vivi, non anche in favore dei defunti, come allora si proponeva), dovrebbe essere orientata soltanto a fini di giustizia o di carità nei confronti dei poveri e non certo per manovre speculative economico-finanziarie. Il vero tesoro della Chiesa è il vangelo della grazia divina offerta da Cristo. Il testo luterano è stato ora di nuovo reso disponibile sia nella versione dal latino del noto storico della Chiesa Giuseppe Alberigo (1926-2007), sia in quella di Italo Pin, e la lettura di quelle “tesi” rivela nel frate agostiniano ancora cattolico un’ansia evangelica genuina, anche se si intuiscono alcuni fermenti significativi della Riforma successiva. Più che contestare Chiesa e papato alla radice, le asserzioni di Lutero sono animate in filigrana da un sincero anelito alla purezza della fede e della vita ecclesiale.

Le cose, come è noto, andarono diversamente e il confronto acquistò presto il profilo di uno scontro. A questo proposito potremmo suggerire la sintesi che dell’evento ha delineato il citato p. Pani in un altro suo articolo, Il processo a Lutero e la scomunica, pubblicato quest’anno nel n. 4000 della stessa Civiltà Cattolica (pagg. 364-376). Noi segnaliamo che nell’edizione delle 95 Tesi offerta dall’editore Castelvecchi, a cura di Pin, si allegano anche due altri saggi del Lutero ormai “protestante”, Della libertà del cristiano (1520) e Sulla prigionia babilonese della Chiesa (1520). Del primo citiamo solo le due affermazioni capitali, apparentemente ossimoriche, approfondite nelle pagine del libello: «Il cristiano è completamente libero, signore di tutte le cose, non sottoposto a nessuno. Il cristiano è il più sollecito servo di tutti, sottoposto a tutti». Il trattatello fu allegato alla lettera che Lutero indirizzò a papa Leone X in relazione alla sua bolla di scomunica Exsurge Domine.

L’altro scritto – in latino il titolo è potente e provocatorio, De captivitate Babylonica Ecclesiae – attacca il cuore della dottrina medievale dei sacramenti, la relativa impalcatura teologica e l’ordinamento giuridico ad essi imposto e riconosce come sacramenti istituiti da Cristo solo il battesimo, la cena eucaristica e, in forma circoscritta, la penitenza, concepita come ritorno al battesimo. Interessante è l’analisi della struttura del sacramento ove si compie un incontro tra il primato della grazia divina (promissio), che precede ed eccede la risposta umana, pur necessaria, e la fides della persona. Questo incontro è reso efficace ed esplicito attraverso il signum esteriore. La sequenza di queste tre dimensioni è gerarchica ed esige un’integrazione di tutte le componenti, pena la riduzione dell’atto a magia o a mera ritualità. Si riesce a comprendere perché il Concilio di Trento (1545-1563), in reazione a questa dottrina che escludeva gli altri sacramenti, dedicò alla questione un terzo delle sue sessioni e oltre la metà delle sue dichiarazioni dogmatiche e pastorali.

Dato che ci siamo mossi nell’orizzonte protestante, vorremmo allegare anche un altro volumetto ove è raccolta una ventina di Preghiere del maggior teologo protestante del secolo scorso, Karl Barth (un’analoga silloge orante era già stata segnalata da noi per Lutero, sempre a cura dell’editore Claudiana). Queste invocazioni intense e capaci di intrecciare mente e cuore, cioè teologia e spiritualità, si distribuiscono sia sulla trama dell’anno liturgico, dall’Avvento alla Trinità, passando attraverso Natale, Pasqua e Pentecoste, sia sulla scansione della giornata (alba, lavoro, prove, sera) e della stessa vita, fino alla tomba. È interessante notare che queste preghiere sono sbocciate all’interno del carcere penitenziario di Basilea dove Barth, che era anche pastore, predicava cercando di seminare fiducia e speranza nei detenuti.

Ora, una delle opere più famose di questo teologo svizzero è stato il commento alla Lettera ai Romani (1919 e rielaborata nel 1922), proposto in italiano da Feltrinelli l’ultima volta nel 2002. È noto quanto sia fondamentale questa epistola paolina anche per Lutero che tenne su di essa una serie di lezioni nel 1515-16, proprio alle soglie della svolta che egli stava per imprimere alla cristianità (l’autografo fu scoperto a Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1899 nientemeno che nella Biblioteca Vaticana). Ebbene, per concludere in chiave ecumenica questo nuovo approccio all’evento della Riforma, evochiamo un recente e imponente commento a tutti gli scritti di Paolo di Tarso e la sua scuola elaborato da un francescano, p. Nello Casalini. A parte forse un paio che sono andate perdute, le Lettere paoline nel Canone neotestamentario sono 13 delle quali, secondo gli esegeti, sette sono da riferire direttamente all’Apostolo e sei ai discepoli che rimandano a lui e alla sua dottrina con una loro originalità.

Certo, in questi scritti è entrato pure un biglietto di 335 parole, indirizzato all’amico Filemone; ma si erge anche un monumento teologico come lo è la Lettera ai Romani con le sue 7094 parole, ora distribuite in 16 capitoli e 432 versetti. Per questo, una guida alla lettura come quella di p. Casalini è uno strumento prezioso, consapevoli come si deve essere della complessità, densità e genialità del dettato e del pensiero di Paolo di Tarso, un orizzonte che Lutero comparava all’aprirsi delle porte del paradiso!

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