Domenica

Il futuro è nel pensiero critico

Letteratura

Il futuro è nel pensiero critico

Per essere chiari fin dall’inizio, questo è un libro importante per chiunque si interroghi sul futuro della nostra università. In primo luogo, è un libro che smonta radicalmente alcuni persistenti luoghi comuni. Ma soprattutto è un libro che torna a porre l’attenzione su una questione centrale quanto trascurata: il senso della missione civile dell’università – una questione che non si può ridurre all’importanza del cosiddetto “terzo pilastro”, ma che investe il senso del progetto di società che stiamo (o non stiamo) costruendo.

L’Italia, come è purtroppo noto, è un Paese che produce pochi laureati, e che per di più fa anche fatica ad inserirli in percorsi professionali minimamente compatibili con il proprio profilo formativo. La soluzione che viene generalmente proposta è quella di modellare i percorsi formativi sulle necessità delle imprese. Ma è davvero questa la lacuna che dobbiamo colmare per migliorare le chances professionali dei nostri laureati? È davvero questo ciò che accade nei Paesi che mostrano una capacità maggiore della nostra di utilizzare competenze specializzate nelle proprie catene del valore? La risposta, come argomenta con chiarezza De Martin, è molto semplice: non solo non è così, ma è vero il contrario, quanto meno per quanto riguarda il primo livello della formazione universitaria. Il modello seguito dalle università più accreditate a livello mondiale è quello dei liberal studies: ovvero offrire agli studenti un menu molto ricco e diversificato di opzioni formative che permetta loro di scegliere con ampi margini di personalizzazione un percorso di studio che serva soprattutto a consentire loro la formazione di un senso critico e di una curiosità intellettuale che diventeranno la base su cui costruire le loro future competenze professionali, quali che siano. È soltanto al momento della specializzazione che le opzioni formative si concentrano su un nucleo tematico preciso, e quindi su una gamma relativamente ristretta di opzioni professionali, nella consapevolezza che qualunque percorso di specializzazione non potrà che essere provvisorio in un contesto socio-economico nel quale le esigenze delle imprese e i relativi profili professionali evolvono con una rapidità tale da rendere la formazione continua non più una scelta ma una necessità.

Non è del resto una sorpresa che le imprese stesse, che non si occupano di formazione, facciano spesso fatica a fornire all’università indicazioni precise sui propri fabbisogni formativi, soprattutto alla luce del fatto che quale che sia la formazione dei laureati che assumeranno, un secondo momento di formazione sul campo sarà comunque indispensabile. E per questo tipo di formazione sarà meglio trovarsi di fronte un neo-laureato “formattato” su un certo profilo di competenze oppure un neo-laureato capace di “leggere”’ con intelligenza e flessibilità le esigenze di un ambiente organizzativo in ogni caso poco familiare e in rapido mutamento? E sono proprio queste considerazioni che spingono anche a riflettere sull’attuale, sistematica sottovalutazione dei profili umanistici, ovvero di quei percorsi di formazione che sembrano fornire una grande quantità di nozioni “inutili” (in un’ottica aziendalistica ristretta) ma che spesso rivelano, alla prova dei fatti, proprio quella flessibilità di pensiero e quella reattività cognitiva che servono davvero alle imprese che operano oggi in uno scenario globale sempre più turbolento e imprevedibile.

Nella visione di De Martin, l’università non è un’appendice strumentale del sistema produttivo, ma è un luogo chiave dell’architettura civile di una società (e di un’economia) avanzata. E se diventa capace di interpretare questo ruolo in modo davvero efficace, l’università può diventare un motore di cambiamento sociale decisivo. Basti pensare, come sottolineato da De Martin, al così spesso trascurato “potere di convocare” di cui essa gode: il potere, cioè, di poter invitare in modo autorevole e credibile i soggetti sociali più vari, comprese le più alte gerarchie del potere politico ed economico, a discutere e confrontarsi sui temi più vari e decisivi. E basta ancora una volta vedere come le università più accreditate al mondo sappiano interpretare questo loro potere per rendersi conto di quanto spazio ci sia davvero per le nostre università per rivendicare un ruolo molto più attivo e propositivo nella società italiana contemporanea.

Ma si potrebbe appunto obiettare che questi traguardi ambiziosi siano appropriati per le grandi università globali ma non per l’università italiana, che latita nei piani alti delle classifiche di eccellenza internazionale. Ma anche qui De Martin ci aiuta a smontare i luoghi comuni: è vero che il sistema universitario italiano non ha “superstar” note a livello globale, ma è altrettanto vero che malgrado tutto mantiene una capacità di produzione scientifica di altissimo livello (con risultati paragonabili a quelli dei Paesi scientificamente più produttivi a livello globale pur a fronte di finanziamenti clamorosamente inferiori), e una capacità formativa che permette a tanti brillanti laureati italiani di accedere ai graduate programs degli atenei più importanti in misura non inferiore, e spesso superiore, rispetto a Paesi apparentemente più blasonati dal punto di vista accademico.

Che l’università italiana sia caratterizzata da episodi di malcostume accademico è noto e purtroppo vero, ma generalizzare alcuni fatti di cronaca ignorando la straordinaria normalità di un sistema che continua a fare ricerca e formazione di eccellenza con risorse, queste sì, non paragonabili alla quasi totalità degli altri Paesi socio-economicamente sviluppati è non soltanto ingiusto, ma controproducente. Per cui la soluzione non è quella di qualche trovata estemporanea che aggiri le logiche di funzionamento di un sistema ritenuto implicitamente disfunzionale e forse irriformabile, ma al contrario quella di iniziare ad investire davvero, con trasparenza e senso di responsabilità, e soprattutto con una strategia e una visione che non nascano da un turismo accademico episodico dei nostri politici nei templi dell’accademia globale, e dalle idee estemporanee che ne risultano, ma da una reale comprensione delle modalità di funzionamento di questi sistemi, dei fattori che davvero permettono un’eccellenza socialmente sostenibile ed economicamente produttiva. Il libro di De Martin rappresenta un ottimo punto di ingresso in questo percorso di riflessione. C’è da augurarsi che sia letto con attenzione non soltanto dai professori e dagli studenti, ma anche da chi ha oggi il potere di decidere se l’Italia dei prossimi anni riuscirà ad essere una società della conoscenza innovativa e propositiva o un Paese marginale e senza idee. È molto probabile che la differenza la farà la qualità del nostro sistema universitario. Per cui, buona lettura.

© Riproduzione riservata