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Due opposte idee di Europa

Economia e Società

Due opposte idee di Europa

Ue da ridisegnare. Manifestazioni pro Unione europea in occasione dei 60 anni dei Trattati di Roma
Ue da ridisegnare. Manifestazioni pro Unione europea in occasione dei 60 anni dei Trattati di Roma

Un buon modo per celebrare i sessant’anni dei Trattati di Roma è comprendere come si sia arrivati all’Unione Europea di oggi. Perché il passaggio attraverso una crisi economica drammatica ed eventi geopolitici gravissimi l’abbiano scossa nelle fondamenta e trasformata in un’istituzione in cerca di nuovo futuro e consenso.

Un bel libro degli economisti Markus Brunnermeier e Jean Pierre Landau e dello storico Harold James colloca la questione nella diversa visione economica, culturale e politica dei due più grandi paesi fondatori, Francia e Germania, che ha impedito all’Unione di trovare soluzioni efficaci a governare la crisi e oggi le impedisce di fare riforme adeguate.

La sintesi della distanza è regole verso discrezionalità. I tedeschi vogliono regole definite con chiarezza in anticipo e rispettate. Per i francesi, invece, le regole devono essere continuamente ridefinite dal processo politico ed essere adattate alle circostanze. Questa distanza ha una profonda radice storica, a prescindere dalla differenza tra etica cattolica ed etica protestante. L’Impero Prussiano nasce nel 1871 come una lega di Principati. La Francia, al contrario, è da sempre un paese fortemente centralizzato. Come sostengono gli autori del libro, «le federazioni sono meccanismi per mantenere le differenze e minimizzare i conflitti, mentre gli stati centrali reprimono il conflitto eliminando le differenze, attraverso l’affermazione dell'autorità». Nell’ambito di una federazione le regole devono essere ferree e rispettate per garantire la diversità dei suoi membri. Nella Germania di oggi questo principio è ancora più forte in seguito alla tragedia del nazismo, che aveva rovesciato il principio federativo in nome di una Germania unica e unita, in cui le diversità venivano brutalmente represse, le decisioni economiche centralizzate e le regole democratiche sovvertite .

Nella Repubblica Federale della Germania del dopoguerra prevale una dottrina ordo-liberale: un profondo rispetto del mercato, un’avversione alla centralizzazione delle scelte economiche, con la definizione ex ante di regole precise in cui l’economia opera, che definiscono responsabilità precise per gli agenti economici. Regole continuamente definite e vagliate dalle massime istituzioni democratiche: Parlamento e Corte costituzionale. Nella Francia centralistica continuano invece a prevalere il concetto di autorità centrale e una profonda fiducia nella pianificazione. La Germania si dota subito dopo la guerra di principi istituzionali per governare un’economia complessa, come una legge anti trust e l’indipendenza della Banca Centrale. La Francia, al contrario, continua per molto tempo a rimanere profondamente avversa a istituti come l’indipendenza della Banca di Francia, soggetta piuttosto all’autorità politica.

Ora torniamo all’Europa. La differenza tra Germania e Francia emerge già chiaramente nell’applicazione del Trattato di Maastricht e del successivo Patto di Stabilità e Crescita. Vengono qui fissati due principi certamente di ispirazione tedesca: i vincoli di bilancio che devono governare la politica fiscale dei Paesi e l’impossibilità di “bail out”, ossia il divieto di soccorrere un paese in bancarotta. Se all’inizio anche la Germania è leggera sui vincoli di Maastricht (nel 2003 il Patto di Stabilità e Crescita viene addirittura sospeso per evitare la recessione), in seguito i tedeschi cambiano rotta e si danno regole molto precise per rispettare i vincoli di bilancio. I francesi meno. Anche la clausola sul divieto di bail out, mentre per i tedeschi è un fondamentale ingrediente istituzionale, per i francesi rimane un’aggiunta di poca importanza.

Le differenze di visione vengono comunque gestite e stemperate dalla Commissione, dentro un calderone che comprende tutti gli altri Paesi membri e in un quadro che fino alla crisi è ancora relativamente unitario. Questa funzione di mediazione della Commissione viene meno con la crisi. Non avendo risorse finanziarie adeguate e con le mani legate dai trattati di Maastricht, la Commissione è impotente. La palla passa rapidamente a livello degli stati nazionali.

Qui lo scontro di culture diventa fatale e dà luogo a soluzioni istituzionali disastrose che hanno aggravato la crisi. Il simbolo di questo contrasto è il famoso summit dell’ottobre 2010 tra Merkel e Sarkozy, sulla spiaggia di Deauville, per decidere che fare con la crisi greca. Passa un compromesso che rischia di mettere in croce l’euro: la Germania accetta un temporaneo allentamento delle regole fiscali. La Francia accetta che la Grecia venga salvata accollando una parte dei costi agli investitori privati. È l’unica condizione che la Germania possa accettare per venire meno al principio del no bail out. È questa la fine della presunzione che gli Stati dell’euro non possono fallire. Gli investitori se la danno a gambe e gli spread nei Paesi periferici schizzano. L’errore è molto grave e coglie di sorpresa gli altri Paesi membri.

A quel punto inizia ad essere chiaro che l’architettura di Maastricht non è in alcun modo adeguata a gestire la crisi. Seguono le pezze: la creazione dello European Stability Mechanism (un fondo europeo che di fatto significa il rovesciamento del principio del no bail out), l’Unione bancaria e gli interventi della Bce permettono infine di fermare la crisi. Ma nel frattempo il continuo conflitto di visione tra regole e discrezionalità; tra responsabilità e solidarietà; tra austerità ed espansione ha reso il processo decisionale complesso, lento e inefficace. Il che è costato enormemente all’Europa, sia in termini di denaro che di consenso.

Ovviamente Francia e Germania sono i due poli di visioni opposte intorno a cui si sono aggregati gli altri Paesi europei. Celebrati i Trattati, bisognerebbe forse ripartire dalle fondamenta e stemperare posizioni lontane. Rimanere fermi sui propri principi va contro il bene pubblico.

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