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In frantumi le Bibbie degli ebrei

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In frantumi le Bibbie degli ebrei

Notte dei cristalli. Il pogrom condotto dai nazisti nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938 in Germania, Austria e Cecoslovacchia
Notte dei cristalli. Il pogrom condotto dai nazisti nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938 in Germania, Austria e Cecoslovacchia

Il primo problema è come chiamarla, quella notte d’inferno. Kristallnacht, la «Notte dei cristalli», non si dice forse così? Profonda, interminabile pece, con le sinagoghe che bruciano, i libri della Torah strappati, trascinati per strada, gli ebrei ammassati, vilipesi, battuti.

In autunno, le notti in Germania durano a lungo. Quella tra il 9 e il 10 novembre 1938, di notte, non è più finita. Per il giudaismo tedesco, antico di secoli, che risaliva ai castelli e ai borghi del medioevo, la mattina non è mai venuta. Troppa distruzione, uno schianto senza riparo, che segna la fine irreversibile di tutto quanto era esistito sino ad allora. Se ci riflettete bene, i cristalli vi sembreranno troppo poco. Non si sono rotti solo i vetri. Non è stato un frenetico San Silvestro, trasceso in eccesso. Un mondo intero è finito in fiamme, incenerito, in un sabba sguaiato. Dagli anni Ottanta del secolo scorso, sulla stampa e nei libri di storia in tedesco, si usa di solito il termine Novemberpogrom, ovvero il «pogrom di novembre», per non perpetuare la definizione riduttiva di «Notte dei cristalli», che quasi certamente deriva dagli stessi nazisti. Ma anche se usate un termine più appropriato, la vera natura dell’evento rischia di rimanere nascosta, inafferrabile.

I fatti sono noti. Il 7 novembre, un ebreo polacco diciasettenne, Herschel Grynszpan, spara a un funzionario dell’ambasciata tedesca a Parigi, che muore per le ferite due giorni dopo. La notte del 9, gli uomini delle SA e delle SS, secondo un piano concordato a livello nazionale, conducono attacchi mirati a negozi e imprese ebraiche, incendiano le sinagoghe, e mobilitano i vigili del fuoco affinché evitino alle fiamme di estendersi alle proprietà degli “ariani”. Gli ebrei vengono rastrellati nelle loro case, spesso costretti a dar fuoco ai templi, a cantare inni nazisti, a insozzare i loro stessi oggetti rituali. Sono condotti in cortei umilianti in giro per le città, picchiati, spediti in decine di migliaia nei campi di detenzione. Le scene si ripetono il giorno successivo, e si estendono all’Austria. Qual è lo scopo di una simile, macabra azione collettiva, che riempie di rovine i centri storici? «Kurfürstendamm sembra un campo di battaglia», scrive inorridito l’ambasciatore lettone. È la strada più elegante di Berlino, con i suoi negozi sfavillanti, ora fracassati e razziati. Dal 1933, dalla presa di potere nazista, gli ebrei sono oggetto di violenze e intimidazioni quotidiane. Ora, però, le dimensioni stesse degli eventi proiettano la brutalità su di una scala che sembrava inimmaginabile. Perché?

Capire, misurare il significato profondo delle devastazioni del novembre 1938 è lo scopo del volume di Alon Confino, portato in libreria da Mondadori. Secondo Confino, a saperla interpretare, quella notte contiene un messaggio eloquente. Sinagoghe, negozi, case ebraiche, l’elenco di quanto viene stravolto è terribile ma, in un certo senso, non sorprende. Perché, però, anche la Bibbia? Come mai i nazisti hanno distrutto pubblicamente i rotoli della Torah, perché hanno profanato il libro che è anche alla base della religione cristiana? Il significato di un’azione simbolica – questo è il ragionamento – va cercato nell’immaginario collettivo. Le fiamme di novembre servono a mostrare, spudoratamente, quello che i nazisti vogliono, ovvero una Germania senza ebrei. E senza Bibbia ebraica. Confino è molto sottile nel dipingere il carattere amorfo, illogico, oscillante dell’immagine che i nazisti hanno dell’ebraismo. È un coacervo di razzismo pseudo-scientifico, di pregiudizi religiosi, di atavico anti-giudaismo cristiano, di invidia sociale, di paura della modernità. «Ebreo» diviene così un contenitore che può accogliere tutto e il contrario di tutto, dal contagio comunista all’ingordigia capitalistica, dalla corruzione diabolica alla cospirazione mondiale anti-tedesca. L’ebreo è lo specchio rovesciato in cui guardarsi, che suscita, allo stesso tempo, disprezzo e paura. Quella nazista è una comunità emozionale, che deve fare i conti con un’identità tedesca fragile e storicamente incerta. «Il potere attribuito agli ebrei – scrive Confino – quali artefici di qualunque cosa era una fantasia che poggiava sull’angoscia». L’unico modo di liberarsi dall’ansia della storia, diviene così azzerare il passato, ed eliminare il popolo che più d’ogni altro rappresenta la continuità e la tenacia della memoria. Confino è convinto che i roghi di Bibbie, che accendono il novembre 1938, significhino il desiderio d’incenerire le basi giudaiche del cristianesimo. Rimosso il retaggio ebraico, negata l’ebraicità stessa di Gesù, cancellati gli ebrei dal suolo della nazione tedesca, la nuova storia può davvero cominciare. Confino allarga in cerchi successivi la propria indagine, dal 1938, verso gli atti di fondazione del governo nazista, nel 1933. Se fosse risalito ancora più indietro, ai primi anni Venti, avrebbe potuto parlarci di due libri sorprendenti e tragici: La città senza ebrei, dell’austriaco Hugo Bettauer - uscito nel 1922 e trasposto in film, nel 1924, da Hans Karl Breslauer - e Berlino senza ebrei di Artur Landsberger, pubblicato nel 1925. Sono due taglienti e paradossali racconti di cosa sarebbe successo se gli ebrei fossero stati cancellati dalle metropoli europee. Non c’è bisogno di dire che entrambi gli scrittori erano, anch’essi, di origine ebraica, e che pagarono carissima la loro preveggenza. Bettauer fu ucciso da un estremista di destra nel 1925, Landsberger si tolse la vita nell’ottobre 1933, dopo essere stato ripetutamente attaccato dai nazisti. L’intolleranza si accanisce contro chi riesce a intuirla, smontarla, esporla in tutta la sua meschina stupidità.

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