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Ménage à trois tra letto e lettino

Scienza e Filosofia

Ménage à trois tra letto e lettino

Sodalizio Emma e Carl Jung  a Vienna, 1903, agli inizi del loro matrimonio (Foto: Harper Collins)
Sodalizio Emma e Carl Jung a Vienna, 1903, agli inizi del loro matrimonio (Foto: Harper Collins)

Pare che Virginia Woolf abbia detto: «Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna»; certo la frase è rimasta espressione di proverbiale saggezza, e di sublime ingiustizia. Per via di quel «dietro» (invece di un «accanto»), che ricorda a tutti, se mai ce ne fosse bisogno, quale diverso destino ha riservato la storia all’una e all’altra metà del cielo. «Dietro» infatti suggerisce subordinazione ma anche, sottilmente, responsabilità, come se l’unica ragione per cui tanti uomini sono esseri squallidi e mediocri fosse che non hanno trovato, povere gioie, grandi donne a sostenerli e incoraggiarli.

Carl Gustav Jung una donna così la trovò, racconta Catrine Clay (scrittrice e autrice di documentari per la BBC) in Labyrinths, e fu la sua fortuna. In tutti i sensi, perché Emma Rauschenbach, sua moglie per cinquantadue anni, era una ricca ereditiera che sposò uno spiantato, una persona di grande forza morale e umana che convisse così a lungo con un individuo gravato di profondi disturbi psichici, una donna intelligente che accettò (come tante altre) il ruolo di assistente nel lavoro di un genio o presunto tale, e una compagna disposta a tollerare le scappatelle del marito, e perfino un ménage a trois che durò decenni, pur di dargli ciò di cui aveva bisogno per fiorire al meglio.

Chissà quanti maschietti, leggendo questo libro, diventeranno verdi d’invidia per tanto ben di Dio. Perché Emma era anche bella, gentile e accogliente, di grande distinzione e di assoluta fedeltà. Emma era, insomma, una persona ammirevole; ma era anche lei da invidiare? Ognuno la penserà a modo suo; dunque limitiamoci ad allineare alcuni fatti. Voleva andare all’università per studiare scienze naturali ma il padre non glielo permise. Un padre che, fra l’altro, era malato di sifilide per l’incontro con una prostituta e aveva cominciato a perdere la vista quando lei aveva dodici anni. La prima volta che Carl le propose di sposarlo Emma rifiutò, ma la madre di lei, che lo conosceva da bambino, insistette con lui perché ci riprovasse e con lei perché gli desse maggior credito; la seconda volta la proposta fu accettata.

A trentadue anni Emma aveva già cinque figli e decise, esausta, che da allora avrebbero dormito in camere separate; ancora giovane e rigorosamente monogama, rinunciò al sesso. Carl, invece, avrebbe sempre goduto di straordinaria popolarità presso le signore della buona società che affollavano le sue lezioni e le giovani pazienti legate a lui da transfert emotivi. Nel 1910 scrisse a Freud (con il quale avrebbe di lì a poco interrotto ogni rapporto): «Condizione necessaria di un buon matrimonio, mi sembra, è la libertà di essere infedele». Una libertà da cui, in quello che molti avranno giudicato un modello di buon matrimonio, fu il solo a trarre vantaggio.

Nello stesso anno 1910 Jung prese in cura Antonia (Toni) Wolff, sofferente di depressione. Toni era solitaria, spirituale e condivideva con Carl la passione per l’astrologia. La cura si trasformò presto in una relazione personale, la cui esatta natura era chiara solo ai due partecipanti ma che comportava la costante presenza di Toni in casa Jung e lunghi periodi trascorsi appartati nello studio di lui. La relazione durò fino alla morte di Toni nel 1953. Emma ne soffrì intensamente, ma non lo diede a vedere, anzi si riconciliò con la situazione arrivando a dire, di Carl: «Non mi ha mai tolto niente; anzi, più dava a lei, più sembrava in grado di dare a me». Carl, egocentrico fino in fondo, disse invece, di Toni: «Ci sono donne che non sono fatte per essere madri, ma sono quelle che fanno rinascere un uomo, e questa è una funzione molto importante».

Cresciuti i figli, Emma iniziò a sua volta a praticare psicoterapia (come del resto già faceva Toni), e questa fu un’ulteriore fortuna per Carl, che amava viaggiare (a Parigi, a Londra, in Italia, in America, in Africa, in India) e che ora, invece di lasciare la moglie a casa con i bambini, poteva lasciarcela con i suoi pazienti (quando non li lasciava a Toni) e continuare a raccontarle per lettera tutte le sue straordinarie avventure. Se aveva bisogno di compagnia, portava con sé l’una o l’altra, o anche tutte e due. Non c’è da stupirsi se quando, nel 1955, Emma morì di cancro, Carl fu inconsolabile, o se Clay scrive, riecheggiando parole dette (ahimè) mille volte: «il mondo non avrebbe avuto il Carl Jung che ha conosciuto senza Emma Jung, solidamente sullo sfondo». Dietro, cioè.

Nel primo giorno della presidenza Trump, ogni riferimento ai diritti degli omosessuali è sparito dal sito WhiteHouse.gov. Sarà forse perché, come ha detto un commentatore della televisione russa, il nuovo presidente «ha sempre difeso i valori della famiglia tradizionale». «Valori» che sono difesi spesso in modo molto diverso. Affermando per esempio che le donne vanno prese per la figa (linguaggio di Trump, non mio) oppure accettando di rimanere nell’ombra tutta la vita, sorreggendo un uomo che non starebbe in piedi da solo.

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