Domenica

Una «Gazza» senza il cuore rossiniano

Teatro alla scala

Una «Gazza» senza il cuore rossiniano

credit Brescia / Amisano – Teatro alla Scala
credit Brescia / Amisano – Teatro alla Scala

Povera Gazza: ritorna alla Scala dove mancava dal 1841 e suscita una gazzarra come tocca di solito solo alle opere del grande repertorio. La più clamorosa e inaspettata arriva già subito dopo la Sinfonia, la pagina più nota. Anzi, l’unica pagina nota del melodramma del venticinquenne Rossini. Dall’alto una voce urla “buuuh”, e con un volume tale che taglia in due la sala. È un gesto pressoché isolato, ma in teatro bastano a volte queste scudisciate a improntare una serata col carattere da braccio di ferro. Così poi, nell’intervallo e a fine spettacolo, nei commenti capita di sentire di tutto: da chi si indigna perché nel ruolo minore del rigattiere e usuraio c’è un personaggio che si chiama Isacco, a chi si scalda perché sì, nell’Ottocento succedeva proprio che per una posata rubata dal servizio d'argento una servetta potesse venir condannata a morte.

Rossini cercasi

Ma i veri due punti deboli di questa nuova produzione della Scala, diretta da Riccardo Chailly e con la regia di Gabriele Salvatores, non sono legati agli umori tipici delle “prime” da ring, quando si tocca l’Ottocento italiano, a Milano. No. La gazza ladra è debole perché la buca non crea un suono rossiniano e perché lo spettacolo è il calco (ammortizzato e confuso) di quello di Pesaro, Rof 2007, del giovane Michieletto, visto e stravisto da tutto il club dei rossiniani appassionati e devoti. Follia organizzata, si etichetta per comodità Rossini: per semplificare, alla Scala c’è l’organizzazione. Non la follia. Nonostante la pressante energia del direttore, che batte tutto in uno, serrato, chiedendo ansiosi anticipi, i contrasti, i crescendo, le sorprese dell’invenzione restano compressi, con poca base negli archi. Brillano alcuni passi di velocità stretta, effetti isolati di bravura. Mentre manca il risultato complessivo della costruzione per espansione, ricetta inventata dall’architetto Rossini, quella che fa ancora impazzire il pubblico nel mondo: si parte da un tassello minuscolo, pieno di energia, lo si ripete, costantemente variato, creando accumulo di materia, e si arriva a creare uno spazio esplosivo di musica, imprevedibile. Che cattura le emozioni e ancor più la testa.

Non basta la filologia per fare musica

Su un’orchestra pulita, fredda (già dalla Sinfonia, dove si possono anche accettare le due rullate di tamburi più che fortissimo, in apertura, ma poi non si possono suonare ancora con lo stesso volume nella ripetizione) le voci dei cantanti non decollano. Bravi, qualificati, impeccabili. Ma che noia un Rossini così. Deboli escono soprattutto i concertati, cioè i momenti nuovi, di costruzione di assieme. Freddi, senza intreccio, con poco volume e zero gioco. Alberto Zedda, il sornione cultore dei segreti rossiniani, si sarebbe indignato. La serata è dedicata a lui, musicologo e direttore recentemente scomparso, che per primo aveva proposto la versione critica della Gazza. Anche alla Scala si usa questa versione, confermando che non basta la filologia per fare musica. Non basta la patina della partitura originale per dire: questa è la Gazza ladra. Spesso la filologia è un cappio per l’interprete e una camomilla per chi ascolta. L’interprete non osa scegliere (perché bisogna eseguire tutto quello che l’edizione critica ha raccolto, anche le Arie di occasione, che il compositore scriveva per accontentare l’uno o l’altro cantante) e il pubblico non osa criticare, sommerso dal verbo originale, di cui giustifica ogni piattezza, senza interrogarsi sulle ragioni della musica.

Un presagio verdiano

Comunque, sono voci doc-Rof quelle del Rossini scaligero, e solo due alla prima vengono leggermente “beccate”: il soprano Rosa Feola, forse a tratti in difficoltà sui volumi e le note gravi della protagonista, Ninetta, e il contralto Serena Malfi, nel ruolo en-travesti di Pippo, personaggio non troppo messo a fuoco da Rossini, prima buffo, poi confidente del dramma della ragazza ingiustamente condannata a morte. Episodio vero, nella Francia post-rivoluzionaria, e non si stenta a crederlo, pur in assenza di un documento specifico. Con vero piglio barricadiero si batte perciò Alex Esposito, difendendo la parte di Fernando Villabella, il padre di Ninetta, per metà ribelle e condannato, per metà colpito negli affetti familiari, già verdiani (e molto si presagisce di Verdi, nella Gazza, ad esempio anche nella marcia al patibolo). Il ribelle diventa il personaggio chiave dell’opera. Lui cupo, insieme all’altro “scuro” della storia, che è il Podestà in caccia di facili prede femminili, Michele Pertusi, Mangiafuoco.

Clima paesano e festaiolo

Solo per loro il regista Salvatores tratteggia una presenza in scena non convenzionale, aiutato dai costumi di Gian Maurizio Fercioni, che vuole per Esposito un cappottone fino ai piedi, ma con sotto maglietta rossa, stinta, e per il Podestà un meraviglioso mantello da pipistrello, che Pertusi allarga in tutta la sua terrifica maestosità nella scena in cui cerca di catturare (in carcere) gli abbandoni della fiera Ninetta. Al carattere del terzetto fa da sfondo un clima paesano, genericamente contadino e festaiolo, dove Paolo Bordogna, solitamente irresistibile comico, qui fa la parte del babbo che concupisce la fidanzata del figlio, e la preferisce alla moglie, Teresa Iervolino, giustamente sospettosa e sempre intenta a contare le posate mancanti del servizio. Giannetto, il figliolo, è reduce dalla guerra con una divisa spudoratamente elegante, un damerino da salotto imbambolato. Per fortuna con gli acuti e gli attacchi pianissimo, centrati, del tenore Edgardo Rocha.

Palcoscenico affollato di continue apparizioni

La cornice del bozzettismo domina dall’inizio alla fine nella “Gazza ladra” di Salvatores, non esordio memorabile nell’opera. Senza un’idea, che non sia pedissequa illustrazione (si parla del castagno e scende dall’alto un castagno) il palcoscenico è affollato di continue apparizioni, che non riempiono il vuoto del racconto. La gazza è un’acrobata da mal di mare, Francesca Alberti. Ma l’idea è pari pari Michieletto. Solo che nell’originale la ragazza volante stava come proiezione di Ninetta. Qui è solo una eccezionale funambula (se piace il genere) già in azione nella Sinfonia, con tuffi e voli. Tanto per decorare anche quello che non andrebbe decorato. Peccato, anche le magiche marionette dei Colla finiscono nel catino macchiette: partono bene, con un teatrino mignon dove iniziano a vivere la trama della Gazza, ma vengono subito interrotte. Soppiantate dalla funambula. E poi richiamate a più riprese, come figurine, copie in piccolo di quello che succede in grande. Ma si vedono più gli artisti che ne muovono i fili che loro.

In scena domina a destra la riproduzione di un teatro italiano (forse Pesaro? forse Lugo?), spolpato di arredi e a mattoni. Diventerà carcere e tribunale, tanto per aumentare la confusione. Mentre a sinistra non manca una enorme campana, superflua, perché con tutti quei rintocchi in orchestra non serve anche vederla. Per due volte scende la luna, tanto per rompere l’unità di azione. E si alza un vento di temporale, con polvere e foglie in aria, mentre si chiude il sipario del primo atto. Così poi mamma Lucia, minuziosa, entrerà in scena per la sua Arietta del secondo (tagliabile) con l’ombrello nero aperto. No, no. Rossini non vuole questo. Senza un cuore, una scintilla, una domanda - di musica o di teatro – allora è meglio lasciarlo lì, a riposare ancora.

“La gazza ladra” di Rossini; direttore Riccardo Chailly, regia di Gabriele Salvatores; Teatro alla Scala, fino al 7 maggio

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