Domenica

Walter Siti, le domande che non lasciano intatti e una conversione estrema

«bruciare tutto»

Walter Siti, le domande che non lasciano intatti e una conversione estrema

Scabroso. Un’immagine tratta da «Il Club», il film diretto da Pablo Larraìn nel 2015
Scabroso. Un’immagine tratta da «Il Club», il film diretto da Pablo Larraìn nel 2015

Quando leggiamo narrativa contemporanea tendiamo spontaneamente a immaginarla come una categoria unitaria, al cui interno c’è il bello, il meno bello e il brutto. Ogni tanto appaiono dei libri che ci ricordano che non è proprio così.

Esistono oggi almeno tre tipi diversi di racconto letterario (diversi in partenza per peso e ambizione, indipendentemente dalla riuscita dei singoli esemplari in cui si spicciolano). C’è una narrativa che ha lo scopo esclusivo di distrarre il lettore; un’altra che mentre lo intrattiene gli fornisce informazioni, identità e valori, confermando le opinioni socialmente più autorevoli e più glamour; una terza che mentre diverte sfida le certezze del lettore, cercando di portarlo dove lui non vuole andare (mentre la prima e la seconda lo lasciano dov’è).

In Exit strategy, apparso due anni fa, Walter Siti (il personaggio, non l’autore) raccontava una crisi d’identità. I nudi maschili che lo ossessionano da sempre smettono di «generare parole», si rivelano dèi falsi e bugiardi; simmetricamente, la forma umile e provvisoria del diario rimpiazza l’«autobiografia di fatti inventati», o autofiction, con cui l’autore si era affermato in precedenza. Il romanzo si chiudeva mimando una conversione: nell’ultima pagina il narratore si inginocchia davanti a una croce e prega, sia pure «senza sapere Chi».

“Di solito chi si converte lo fa in nome di una fede più alta”

Exit Strategy, di Walter Siti 

«Di solito chi si converte lo fa in nome di una fede più alta», ammoniva Exit strategy. Il protagonista del nuovo romanzo di Siti,Bruciare tutto, si chiama Leo Bassoli, ha trentatré anni e fa – guarda caso – il prete. A differenza di Walter sperimenta una fede autentica, che non ha bisogno di surrogati: lui in Dio crede veramente, ogni tanto ne sente ronzare la voce. La sua conversione non è quindi metaforica, ma letterale e sincera, anzi estremistica. «Certi preti sembra sempre che succhiano una caramella, scendono dal pulpito facendo le fusa...»: Leo invece provoca conflitti, pensa che non possa esistere una religione moderata («se è moderata non è religione»). Fa con i suoi mezzi quello che dovrebbe fare ogni forma di autentica cultura: mette il prossimo di fronte all’evidenza di un «estremo», uno scandalo che ci circonda, ma che ci sforziamo in mille modi di ignorare. Il che risulta imbarazzante per molti dei suoi parrocchiani, lì dove Leo predica, nel cuore borghese, benestante e progressista di Milano. Più che confessare i fedeli, li psicanalizza; più che assolverli li inchioda e li condanna.

Se Leo fatica tanto a perdonare il prossimo è perché è se stesso che non riesce a perdonare. Sinuosamente il romanzo ci avvicina al cuore del suo segreto, che è il più sacrilego e assoluto dei peccati. A Leo piacciono i bambini, fin da quando era ragazzo; all’epoca del seminario, a Roma, ha avuto un rapporto con un suo allievo di undici anni. Da allora Leo si impedisce di cadere in tentazione, ma nel centro esatto del libro quell’amore lontano e rimosso torna a farsi vivo, arriva a Milano per cercarlo. La visita innesca domande vecchie e nuove, si collega a legami più recenti (non sessuali stavolta, pedagogici). Il bambino che viene dal passato, diventato adulto, proietta la sua ombra su un altro bambino che frequenta la parrocchia di Leo, con risultati devastanti. Nella pedofilia repressa e nel rimorso del protagonista prende forma il desiderio nella sua forma più totalizzante e distruttiva: la crisi di Leo si intreccia alle crisi, diversissime ma equivalenti, di altri parrocchiani. Un tormento privato diventa metafora di quel che può accadere quando il bisogno confuso di una scelta radicale (nel caso di Leo, il coraggio di donarsi a leggi non umane) incontra la paura di quella stessa scelta; il confronto tra ragione, morale e desiderio è il ring su cui salgono a combattere tutti i principali personaggi di Bruciare tutto. Nella seconda parte del libro si attivano e deflagrano le simmetrie che la prima parte ha minuziosamente costruito, e protagonista diventa lo spirito del tempo. Leo si fa emblema di ogni società in procinto di affrontare una trasformazione irreversibile, di ogni mondo che stagna e per questo «desidera e teme un temporale». Il tema non detto del libro è quindi la rivoluzione. Il più inattuale dei temi, il più impossibile, il più urgente.

L’ultima parte di Bruciare tutto ripercorre alcuni brani e simboli dell’Apocalisse di Giovanni: i motivi del sacrificio e della rivelazione segnano il destino di Leo (e non solo), ma su un altro piano alludono a un cambiamento di poetica che riguarda chi scrive. Il che ci riporta al discorso di prima, sulla fine dell’autofiction. Spodestato da don Leo, il personaggio Walter Siti è fisicamente assente in questo libro, per la prima volta in suo libro manca del tutto l’autobiografia. In compenso Leo, «estremizzatore seriale», eredita una parte dell’estremismo culturale di Siti (l’autore, stavolta, non il personaggio). Anche Leo «lavora troppo con la testa», anche lui «cerca una trama in cui nascondersi», anche lui è «malato d’infinito»; la realtà non gli basta, come non basta a ogni autentico scrittore (e a ogni autentico perverso). Leo ammette di credere nella Resurrezione perché sente che la nostra vita «è mancante di qualcosa»; ma quando afferma che bisogna essere dentro e fuori dal mondo contemporaneamente, si accorge che sta citando Baudelaire? Forse sì, perché Leo legge molti poeti, con qualche preferenza per i più assetati e insoddisfatti. Anche per questo nella lingua di Bruciare tutto entra tantissima lirica del Novecento (per esempio Montale: «tra ombre di somali che scantonano veloci» viene da Ti libero la fronte dai ghiaccioli - «l’altre ombre che scantonano / nel vicolo non sanno che sei qui»; L'Arno a Rovezzano si fa sentire in una delle ultime pagine; eccetera).

Senza soffermarsi su altre fonti, basta rilevare quanto la presenza massiccia di poesia testimoni superficialmente di un aspetto del romanzo che invece è profondo e strutturale. In Bruciare tutto l’estremismo visionario e simbolico contribuisce alla percezione delle cose più dei paradossi falso-veri cui l’autore ci aveva abituato. Nell’accantonare l’autobiografia contraffatta che era diventata il suo genere – e che resta il genere di un discreto numero di epigoni – Siti si sbarazza di un bel po’ di iperrealismo, di sociologia e di “messaggio”. In Bruciare tutto i referti delle vite altrui sono filtrati dalle allucinazioni, dai sogni e dalle fedi; sempre meno naturalistici e dottrinari, sempre più contraddittori e spettrali. Questo non significa il declino delle qualità mimetiche e saggistiche tipiche di Siti: la sua capacità di rendere la lingua parlata in forma letteraria, di nominare inediti paesaggi antropologici, di osservare le cose che vediamo tutti da un’angolatura diversa e inaspettata. Cambia però il baricentro dello stile, e cambia, in parte, il rapporto con la tradizione. I vecchi, consolidati modelli della scrittura del sé – la vita riscritta e rivissuta di Proust, il racconto inaffidabile di Svevo – lasciano spazio, in Bruciare tutto (e soprattutto nel finale), a uno stile fratturato e febbrile che fa pensare a Dostoevskij, o a Elsa Morante (la «cammella cieca e folle» del Mondo salvato dai ragazzini appare a un certo punto del racconto). Lo stesso vale per la costruzione del personaggio del sacerdote, che poggia su una tradizione letteraria non realistica. Don Leo ha ben poco a che fare con il prete bello di Parise (richiamato incongruamente nei primi lanci di stampa): semmai gli sono fraterni – oltre a don Milani, cui il romanzo è dedicato – il sacerdote protagonista di Casa d’altri di Silvio d’Arzo, o quello di Sotto il sole di Satana di Bernanos, o quello di Notturno cileno di Bolaño. Siti insiste a scommettere su situazioni sperimentali, su personaggi-cavie, su rimandi alla realtà; ma l’esperimento si svolge adesso intorno a rive estreme, le cavie sono come impazzite, «la realtà si è squarciata in una smagliatura». Forse per reazione ai realismi piatti e conformistici che affliggono l’estetica contemporanea, forse perché semplicemente il tempo stringe,Bruciare tutto guarda più al futuro anteriore che al presente, più alla storia e al mito che alla cronaca. Formula domande su questioni che abbiamo dimenticato, che vogliamo dimenticare: «Come si nasce e come si muore. E perché». Ci sono, dicevamo, tre tipi di narrativa (e tre modi di usare la cultura): quella di Bruciare tutto è del tipo che non lascia intatti.

Del libro qui recensito, «Bruciare tutto» di Walter Siti (Rizzoli, Milano, pagg. 372, € 20), si parlerà a Milano a Tempo di libri il 23 aprile nell’incontro “Bruciamo tutti. A che riga è la salvezza? Oggetti della letteratura e oggetti della critica” (ore 12.30, Sala Bodoni, Pad 2), un confronto tra Walter Siti e Michela Marzano coordinato da Bruno Ventavoli, cui partecipano anche altri scrittori, critici e giornalisti tra cui Marcello Fois, Lorenzo Pavolini, Chiara Valerio e Alessandro Zaccuri.

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