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Al British Museum in mostra sessant'anni di sogno americano

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Al British Museum in mostra sessant'anni di sogno americano

LONDRA - Il British Museum non avrebbe mai potuto immaginare quanto sarebbe stata attuale e “sulla notizia” la sua mostra The American Dream: Pop to the Present. Il viaggio attraverso sessant'anni di storia americana interpretata e riflessa nelle opere dei suoi artisti inevitabilmente ha un interesse particolare alla luce dell'elezione a presidente di Donald Trump con la sua promessa di trasfomare quell'inafferrabile “sogno americano” in realtà.

La mostra passa in ordine cronologico dalla Pop Art con il suo entusiasmo a tutta una serie di “ismi”, sia nell'arte - concettualismo, minimalismo, espressionismo, fotorealismo, astrattismo e così via – che nella cronaca – consumismo, razzismo, comunismo, femminismo… -. Il fil rouge è che le opere sono tutte incisioni, considerate il mezzo di espressione più significativo degli artisti americani di quei decenni, con una tendenza costante a migliorare, innovare, improvvisare e raffinare le tecniche.

«È una mostra radicale perché dimostra l'importanza cruciale delle incisioni come tecnica fondamentale per gli artisti - ha spiegato Hartwig Fischer, direttore del British Museum -. Vogliamo celebrare la creatività di un mezzo che si è affermato negli anni più dinamici e turbolenti della storia americana e che ha permesso agli artisti di affrontare grandi temi dalla guerra all'omofobia».

Duecento opere di 70 artisti dimostrano la creatività e varietà dell'arte americana dagli anni Sessanta a oggi, che non perde mai di vista il contesto economico e sociale. Le incisioni hanno permesso agli artisti di sperimentare e realizzare opere replicabili e quindi abbordabili, creando nuove generazioni di collezionisti ma anche raggiungendo un pubblico più vasto per fare arrivare a destinazione il loro messaggio.

L'ottimismo dei primi anni Sessantafinisce con l'assassinio di John Kennedy: anche Andy Warhol passa dalla sua celebre Marilyn all'inquietante ritratto di Richard Nixon con la faccia verde. Jasper Johns sembra celebrare la bandiera americana ma vista da vicino è logora, lisa e prossima a strapparsi. Un gruppo anonimo di artiste che si chiamano Guerrilla Girls usano le loro opere per denunciare il modo riduttivo in cui il mondo dell'arte guarda alle donne.

Artisti come Chuck Close, Robert Rauschenberg e tanti altri usano le loro opere per riflettere la realtà o più spesso per denunciare e protestare – contro la guerra in Vietnam, contro il razzismo, contro una politica sempre più remota dai cittadini, contro l'Aids che uccide indiscriminatamente, contro la crisi finanziaria.

Ed Ruscha è forse l'artista che meglio sintetizza il percorso dell'arte americana negli ultimi sessant'anni: nei primi anni Sessanta celebra “la nazione che viaggia su quattro ruote” con le sue immagini di stazioni di servizio, scelte come simbolo dell'America ricca, ottimista e in ascesa. Nel 2011, in piena crisi economica, Ruscha torna all'immagine di allora ma la rende del tutto bianca, come un ricordo ormai sbiadito, un fantasma del passato, “Ghost station”.

L'ultima sala, dopo l'esauriente viaggio attraverso sessanta anni di storia, mette in chiaro che il sogno americano si è ormai sgretolato. Ora sta agli artisti, tanto quanto ai politici, dare nuova vita al sogno.

The American Dream: Pop to the present
Fino al 18 giugno 2017
British Museum, Londra

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