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Dove è finita Pippi Calzelunghe?

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Dove è finita Pippi Calzelunghe?

Monella. Inger Nilsson è Pippi Calzelunghe nell’omonima serie televisiva
Monella. Inger Nilsson è Pippi Calzelunghe nell’omonima serie televisiva

Bisognerebbe istituire una festa per celebrare il giorno in cui, nella letteratura per l’infanzia, sono uscite di scena le fanciulle e si sono fatte avanti le ragazze. Nel mondo delle fiabe nordiche, è vero, aveva cominciato una fanciulla, la sirenetta, a disobbedire, e l’aveva pagata cara, continua a pagarla cara ogni volta che qualcuno apre il libro delle novelle di Andersen e legge la sua storia, una delle tante vicende atroci che costellano le fiabe di due secoli fa e raccontano di un mondo in cui le insidie si celavano ovunque per finire quasi sempre in tragedia, vedi la piccola fiammiferaia, per citare un altro esempio di fanciulla sfortunata, per di più orfana: e lasciamo perdere le angherie delle matrigne, un flagello contro cui solo un miracolo poteva qualcosa.

Ma poi sono arrivate le ragazze! Chissà se la prima è stata davvero Pippi Calzelunghe - il libro è appena stato ripubblicato da Salani (pagg. 304, € 8,50) -, la cui madre letteraria, Astrid Lindgren, è stata fanciulla a suo tempo, ha scoperto la fragilità del ruolo e ha deciso di metterne in campo uno rivoluzionario, che rovesciasse la situazione. Non so se sia verità o leggenda la fama di Pippi implicita agitatrice delle ragazze del ’68 in Europa, se questa creatura rossa, lentigginosa e autonoma abbia davvero innescato una fantasia di indipendenza che poi ha messo a soqquadro l’ordine costituito. Forse sì, forse meno di quanto si favoleggi, ma insomma questa bambina che vive come vuole in una casa tutta sua (chi non l’ha sognato almeno una volta? o l’ho sognato solo io?) che ha una forza sconvolgente, tanto da sollevare un cavallo, e in più mette in campo una forma mentis molto singolare, si propone come un modello alternativo, su cui aleggia una peculiare diversità.

Quella di non andare a scuola, per esempio, di non omologarsi ai riti della società, di dormire con i piedi sul cuscino e la testa sotto le coperte. Un mondo alla rovescia espresso da una dialettica a sua volta a rovescio: è bene usare una vecchia barca per raggiungere un isolotto su cui giocare ai naufraghi perché, se la barca è malandata, avrà più esperienza di naufragi. Pippi vive in una dimensione senza paure, non degli uomini, non degli animali o del soprannaturale, cioè gode della più grande delle libertà. È questa la vera utopia inventata dalla Lindgren: come si fa a non condividere il nodo alla gola dei due piccoli amici della signorina Calzelunghe, quando lei sembra decidere di andarsene con quel suo singolare papà, re delle isole di non so dove? Si dice che la letteratura per l’infanzia del Nord Europa, che primeggia nel mondo, parta da un rispetto conclamato per i bambini, che non sono un universo in potenza, ma un’attualità da tenere in considerazione, come del resto ha fatto Tove Jansson con l’invenzione dei Mumin, esseri indefiniti e subito familiari. Ma questo è successo nel Nord degli anni ’50.

Quando arriva sulla scena Roald Dahl, gallese di nascita ma di fatto norvegese, si fa strada nei racconti una specie di horror solare, diverso da quello dei Grimm, che in tal senso erano maestri. Manganelli mise in campo una considerazione non minore in merito, osservando che «i bambini amano l’orrore perché sanno di avere in sé una parte di orrore, sanno che la battaglia con le streghe e i giganti è ad armi pari più di quanto possa sembrare».

E, visto che parliamo di ragazze, ecco la Matilde di Dahl, la mente di una bambina contro la brutalità del corpo della signorina Spezzindue «una gigantesca tiranna, una belva feroce che terrorizzava alunni e insegnanti». Con Dahl spariscono i mezzi termini, si racconta senza sfumature di bambini che vengono fatti volare fuori dalla finestra, o sospesi per i capelli, insomma la violenza e l’arbitrio a tutto campo. La Pippi della Lindgren ha la vita facile, invece Matilde deve lottare e, questa la cosa tremenda, lottare anche contro la noia! Si annoia in una scuola in cui non ha nulla da imparare, perché lei è già oltre. E mi viene in mente per inciso che a volte, nelle nostre scuole, il livello di noia di alcuni pochi e bravi studenti debba essere ben alto! Ma è un’ipotesi da verificare. Matilde è una mente eclettica che domina i mostri, e non sempre i mostri sono streghe e maghi, a volte basta un televisore acceso ventiquattr’ore al giorno a rendere l’idea della brutalità. Il 1988 è l’anno di nascita letteraria di Matilde, pochi anni dopo, nel 1993, Robert Altaman gira America oggi, un film in cui ogni sequenza mostra un televisore acceso! Ma la storia continua e a Nord nel XXI secolo arriva Jo Nesbø; per la precisione siamo in Norvegia, sono passati molti anni dal tempo della Lindgren, della Jansson e di Dahl. Il mondo è cambiato, mi viene in mente che sia diventato un po’ pesantuccio o, visto da un’altra angolatura, meno bacchettone. Non so. Insomma ha bisogno di ridere e riflettere in modo più aggressivo: vi si adeguano anche i bambini, e le ragazze dentro le storie, contegnose e attive e intelligenti, si calano nei nuovi ruoli con nonchalance.

Ci sono stereotipi che tornano nel linguaggio e nelle fisionomie, uno per tutti, i capelli rossi. Così Bulle (un ragazzino piccolissimo che mi ha fatto venire in mente il Dill del Buio oltre la siepe) e Tina, i protagonisti della serie del geniale e sfortunato dottor Prottor, sono straordinariamente bravi, coraggiosi, freddi e... rossi. Lasciata a me stessa, avrei una certa nostalgia per Roald Dahl, che conosco anche per i racconti per adulti e di cui mi piace il rigore ilare e tremendo che ne marchia lo stile. Qualcosa che significa classe e che viene a volte un po’ trascurata. A volte. Ma già che siano in tema di classe, chi si ricorda più di un’altra lontanissima storia per bambini, raccolta per scritto da un papà, Kenneth Grahame, che per lavoro stava lontano a lungo dai suoi figli e compensava la sua assenza con racconti che avevano per protagonista una talpa (un altro tipo di ragazza!) e queste storie diventarono una sola magnifica favola che fece innamorare Beppe Fenoglio? Chi si ricorda del Vento tra i salici?

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