Domenica

L’anno del «perfido» Gobetti

il carteggio politico del 1923

L’anno del «perfido» Gobetti

Militante. L’intellettuale, politico ed editore Piero Gobetti morì a Parigi nel 1926
Militante. L’intellettuale, politico ed editore Piero Gobetti morì a Parigi nel 1926

Ma questo «carteggio 1923» è un libro di Piero Gobetti oppure di Ersilia Alessandrone Perona, la curatrice, amorevole investigatrice di archivi gobettiani e già artefice del precedente «carteggio 1918-22»? In fondo, neppure l’attuale tomo (579 lettere complessive) avrebbe senso, orbato dei suoi apparati: una lunga e dotta introduzione, oltre 150 schede biografiche dedicate ad altrettanti corrispondenti e un impianto di note capace di trasfigurare anche il più banale scambio epistolare in una pulsante miniera di rimandi biobibliografici. Abbagliati dalle «interpretazioni» sfavillanti, abbiamo smarrito la cristallina verità dei «fatti», documentati e messi uno in fila all’altro soltanto per merito di ricerche certosine come questa. L’acribia filologica è l’«allegoria dello scrupolo morale», osservò una volta il critico George Steiner.

Il 1923 è un tornante decisivo non soltanto per il nostro Paese, alle prese con i primi vagiti della nascente dittatura fascista, ma anche per Gobetti (1901-26). Il quale a gennaio sposa Ada Prospero e a febbraio subisce un arresto pretestuoso, su impulso di Mussolini. Il neopresidente del Consiglio giudicava la «Rivoluzione Liberale», il foglio gobettiano, «uno dei nemici più perfidi» del proprio governo: «tutte le canaglie espulse vita politica italiana vi si sono date convegno» (sic in un telegramma al prefetto di Torino). Presto liberato, Piero dovrà fare i conti con un crescente isolamento: «Mi stanno creando il vuoto attorno. La grande casa editrice che avevo quasi costituito sfuma perché i capitalisti si sono spaventati. Tutte le persone che avevano impegni con me se ne liberano», rivela al meridionalista Umberto Zanotti-Bianco.

Noncurante degli ostacoli, fonda il 20 marzo la Piero Gobetti editore, una piccola «casa editrice di opposizione e di avanguardia», i cui titoli in catalogo – oggi riproposti dalle Edizioni di Storia e Letteratura – restituiscono una «contro-storia d’Italia». Continua a dirigere la «Rivoluzione Liberale». E avvia nuove collaborazioni con una miriade di testate (fra cui il quotidiano palermitano «L’Ora»). Nell’arco di soli quattro mesi, documenta la curatrice, il ventiduenne Gobetti scrive «una trentina di articoli di teatro, letteratura russa, storia, società». Quale distanza dal coetaneo Bobi Bazlen, il grande intellettuale triestino onnivoro e poliglotta, che non pubblicò nulla in vita, celandosi in un operosissimo silenzio! Qui Bazlen fa capolino fugacemente, in un paio di missive di Umberto Saba.

L’interlocutore più dialettico di Gobetti? Senz’altro Giuseppe Prezzolini. Malgrado l’affetto reciproco, i due rispecchiano modelli intellettuali contrapposti. Proprio sulla «Rivoluzione Liberale», l’anno prima, Prezzolini aveva vergato il «manifesto degli apoti» (ossia di quanti «non la bevono»), chiamandosi al di fuori dell’agone politico. Dopo la Marcia su Roma, pur non identificandosi nel movimento di Mussolini, Prezzolini aveva precisato a Gobetti: «Io non capisco come ci si possa mettere contro il fascismo, se non si esce dalla considerazione storica. Il fascismo esiste e vince: vuol dire, per noi storici, che ha ragioni sufficienti per ciò». Ancora nel marzo ’23, Prezzolini ribadirà all’amico di non condividere affatto i suoi «sdegni contro il fascismo» né le sue «illusioni sopra il regime avvenire»: «Il paese è quello che è, e la trasformazione non è opera di anni». E tuttavia, con buona pace del fatalismo storicista di Prezzolini, Gobetti non rinuncerà a battersi «per un’Italia che abbia intima repugnanza per il fascismo» e in cui «ognuno sappia sacrificarsi per idee precise e distinte», come riaffermerà sulla «Rivoluzione Liberale» alla fine dell’anno. «Gli altri collaborino. Noi siamo disposti anche a morir di fame», dirà all’intellettuale pugliese Tommaso Fiore.

Siamo comunque in presenza di un carteggio di lavoro (inteso anche come impegno antifascista), fatto di comunicazioni scarne e impersonali. Manca il pathos che contrassegna la sua corrispondenza con Ada (Nella tua breve esistenza, appena riproposto da Einaudi, a cura della stessa Alessandrone Perona). Ma in questa sede conta soprattutto il riemergere di una fitta trama di relazioni. L’inventario dei corrispondenti è un calco fedele di quell’epoca di passaggio, in cui sotto la regia di Piero s’incrociavano personalità disparate. Non soltanto Mario Vinciguerra e Luigi Salvatorelli, autori per Gobetti di due pionieristici libri sulle radici del fenomeno fascista, ma anche l’anziano Antonio Salandra, cui Piero chiede invano «un volumetto di memorie». All’inizio del ’24 usciranno i libri di Luigi Sturzo (Popolarismo e fascismo) e Luigi Einaudi (Le lotte del lavoro), discussi con l’editore in alcune lettere preparatorie. Tra i più vicini a Gobetti ci sono Giovanni Amendola e Giovanni Ansaldo, quest’ultimo ancora lontano dal diventare megafono del regime e, nel secondo dopoguerra, corifeo dell’Italia anti-antifascista, in compagnia di Leo Longanesi e Indro Montanelli.

Non mancano reperti densi di significati generali. Per esempio, le lettere in cui il fisico Sebastiano Timpanaro sr suggerisce a Gobetti di accogliere nel suo catalogo anche opere scientifiche (Einstein, Eugenio Levi, Quirino Majorana, Augusto Righi). Alla fine sarà pubblicato soltanto un saggio del premio Nobel Hendrik Lorentz sul «principio di relatività», come primo volume di una collana scientifica subito troncata: a riprova di quanto fosse difficile scalfire l’egemonia idealistica.

Il capitolo più affascinante della biografia di Gobetti nel 1923 riguarda il suo mancato trasferimento a Gorizia, «città antifascista di istinto», dove avrebbe voluto fondare una «casa editrice in grande» e guidare un quotidiano d’opposizione. Personaggio chiave in questo progetto era stato il libraio Nino Paternolli, già sodale di Carlo Michelstaedter e protagonista del suo Dialogo della salute insieme al grecista Enrico Mreule (un triangolo intellettuale raffigurato nel romanzo di Claudio Magris, Un altro mare). Ma l’arresto di Gobetti a febbraio e la morte di Paternolli in un incidente di montagna qualche mese più tardi, sotto gli occhi dell’amico germanista Ervino Pocar, segneranno l’inizio di una diaspora irreversibile, ponendo fine sia al proposito gobettiano sia alla fervida stagione politico-culturale della «provincia redenta». Suscita malinconia il pensiero che uno dei suoi animatori, il poeta Biagio Marin, nel corso della seconda guerra mondiale infiocchetterà il proprio diario di peana a Hitler, «vero grande eroe di questa nostra grande epoca».

Piero Gobetti, Carteggio 1923, a cura di Ersilia Alessandrone Perona, Einaudi, Torino, pagg. XCVIII-601, € 70

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