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La corsa del Dragone

cina e globalizzazione

La corsa del Dragone

Player globale. Pechino,  2001.  Dalla mostra «Cina dal  1989»,  dell’artista Olivo Barbieri (fino al 18 giugno,  a Torino, negli spazi di Tosetti Value)
Player globale. Pechino, 2001. Dalla mostra «Cina dal 1989», dell’artista Olivo Barbieri (fino al 18 giugno, a Torino, negli spazi di Tosetti Value)

Più di un osservatore aveva rilevato che il viaggio di Obama in Cina a metà novembre 2009 sembrava più la visita di un supplicante a una corte imperiale che quella del capo della maggiore potenza mondiale. Sia perché, prima di recarsi a Pechino, il leader della Casa Bianca aveva rinunciato a incontrare il Dalai Lama per non irritare i dirigenti cinesi; sia perché aveva evitato qualsiasi accenno alla salvaguardia dei diritti umani nel paese ospite. Perciò la sua missione a Pechino era parsa la visita d’obbligo di un debitore inguaiato fino al collo alla sua principale banca per ottenere ulteriori crediti. Tuttavia Hu Jintao non aveva accolto nessuna delle richieste americane in campo economico, valutario e commerciale. Anzi, alla fine, era stata Pechino a presentare il conto al «paese più indebitato del mondo e prostrato dalla crisi», come aveva dichiarato un portavoce del ministero cinese del Commercio estero. D’altronde, poche settimane prima la dirigenza cinese aveva festeggiato i sessant’anni della Repubblica popolare, fondata nel 1949 da Mao Tse-tung, con una gigantesca parata militare nel maestoso scenario di piazza Tienanmen e un eccezionale sfoggio dei suoi più moderni armamenti.

Da allora la Cina è andata accrescendo il suo potenziale tanto sul versante economico che su quello internazionale. E non si è trattato solo della sua presenza sempre più consistente in numerosi paesi in via di sviluppo, spinta dalla propria fame di materie prime e altre risorse naturali per il suo fabbisogno e in funzione di un ampliamento del suo ascendente politico. Negli ultimi anni essa ha fatto irruzione anche in vari paesi dell’Occidente, in virtù di una massa di investimenti e di acquisizioni d’ogni sorta.

È quanto emerge da un’indagine, fondata su una vasta documentazione, di due giornalisti spagnoli, Juan Pablo Cardenal e Heriberto Araujo, corrispondenti per molti anni dalla Cina, che avevano già condotto un’ampia ricerca sull’espansione degli interessi di Pechino in oltre una ventina di paesi africani e asiatici.

In pratica, dopo l’esplosione della crisi del 2008, il “gigante rosso” s’è avvalso di tutte le opportunità possibili e di ogni espediente per allargare la sua sfera d’azione in modo incisivo nell’ambito delle economie più avanzate. E ciò, grazie a una notevole disponibilità finanziaria di riserve in valuta estera che ha consentito a Pechino di moltiplicare i suoi investimenti sia negli Usa che nel Vecchio Continente, in base alle direttive di una cabina di regia autoritaria come la nomenclatura del Partito comunista: per cui, mentre gli investimenti all’estero di compagnie statali vengono destinati all’accesso in alcuni settori strategici, quelli dell’emergente élite privata sono per lo più concentrati nell’acquisto di proprietà immobiliari nei quartieri più cari di varie metropoli occidentali.

Quella che ancor vent’anni fa era un’immensa fabbrica di giocattoli, abiti a buon mercato e gadget elettronici da due soldi, è divenuta così un player mondiale che oggi è giunto a tallonare da vicino l’America, a farle sentire sempre più il suo fiato sul collo. Quanto all’Europa, se è ancora prevalente il giro d’affari in Cina di alcune sue nazioni (soprattutto della Germania), è tuttavia sempre più esposta all’agguerrita concorrenza del colosso asiatico (anche perché sostenuta sovente da pratiche di dumping), mentre stanno crescendo gli investimenti diretti cinesi in aziende, infrastrutture e servizi.

Per di più, quanto Pechino sia estremamente suscettibile, qualora i leader europei sollevino determinate questioni politiche, lo attesta il fatto che, per ritorsione a un breve colloquio del tutto informale del premier conservatore David Cameron col Dalai Lama, avvenuto nella primavera del 2012, il governo cinese aveva congelato per un anno e mezzo le relazioni diplomatiche col Regno Unito. Né questo genere di reazioni, sotto forma di una brusca sospensione degli scambi commerciali, è stata accantonata dopo l’avvento al potere di Xi Jinping, se viene tirata in ballo la questione dei diritti umani o l’aspirazione di Hong Kong a un sistema elettorale democratico. Oltretutto i cinesi sono giunti persino a fare del cyberspionaggio negli Stati Uniti, anche a costo di innescare una spinosa questione di Stato con Washington.

È vero che la Cina non può illudersi di mantenere in vita indefinitamente un cambio fasullo della sua moneta, artificiosamente sottovalutata, per ampliare profittevolmente la rete dei suoi traffici nei circuiti del mercato globale, senza che ciò risulti sempre più intollerabile per gli Stati Uniti e altri partner commerciali. Ed è un fatto che, se vuole continuare a progredire, dovrà impegnarsi a fondo in casa propria per sanare parecchi gravi squilibri di ordine strutturale e dare più spazio ai consumi interni per migliorare il tenore di vita dei propri cittadini e potenziare i servizi sociali.

Secondo gli autori di quest’inchiesta sull’ascesa prorompente della Cina, è comunque un fatto che, se essa risulta oggi il vero vincitore della globalizzazione, lo si deve anche all’insipienza o alla rassegnazione fin qui dimostrata per lo più dal mondo occidentale. Tanto che solo adesso si sta infine risvegliando di fronte alla pretesa della Cina di venire riconosciuta, a tutti gli effetti, come un’autentica “economia di mercato”.

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