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Nei pensieri e nei sogni delle api

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Nei pensieri e nei sogni delle api

In una capocchia di spillo. Il cervello di un’ape ha un volume di un millimetro cubo e contiene meno di un milione di cellule nervose
In una capocchia di spillo. Il cervello di un’ape ha un volume di un millimetro cubo e contiene meno di un milione di cellule nervose

Nei libri ben riusciti, ti sembra di udire la voce dell’autore. E L’intelligenza delle api è straordinariamente ben riuscito. Mentre lo leggi ti trovi ad avere accanto Randolf Menzel, mentre ti spiega, con il suo fortissimo accento teutonico, e gli occhi che gli brillano, l’ultimo esperimento che sta conducendo sulle sue amatissime api.

Il miscuglio di passione quasi fanciullesca per i fatti straordinari della biologia e di rigore analitico che caratterizza le sue ricerche è reso magistralmente in quest’opera, scritta con l’amico filosofo Matthias Eckoldt. A tratti sembra di leggere Konrad Lorenz, con il quale gli autori di questo libro condividono certamente l’interesse per le idee più generali (e più originali) che si possono ricavare dallo studio degli animali sul problema dell’evoluzione della mente, ma che a differenza di Lorenz si focalizzano su quel che accade dentro il sistema nervoso dell’organismo, cercando di spiegare il comportamento guardando alla struttura e al funzionamento del cervello.

Il cervello cui Randolf Menzel ha dedicato la sua vita scientifica è minuscolo: ha un volume di un millimetro cubo – le dimensioni di una capocchia di spillo – e contiene meno di un milione di cellule nervose. Per avere un termine di paragone, considerate che secondo le stime più aggiornate il numero di neuroni del cervello umano si aggirerebbe attorno agli ottantasei miliardi.

Karl von Frisch, che pure ha scoperto la famosa danza delle api, riteneva che il cervello delle api non fosse adatto per il pensiero. Curiosamente proprio Menzel, che è stato allievo di Martin Lindauer, a sua volta allievo di von Frisch, ha contribuito più di chiunque altro a dimostrare che il cervello delle api è fatto per il pensiero. Pensare significa, tra le altre cose, formare concetti o categorie. E oggi sappiamo, grazie anche al lavoro di Menzel e dei suoi molti allievi, che le api maneggiano senza difficoltà categorie astratte come «eguale vs diverso» o «sopra vs sotto» o «simmetrico vs non simmetrico». Può stupire che lo sappiano fare con meno di un milione di neuroni. Tuttavia, proprio perché sono dotate di cervelli minuscoli, le api hanno bisogno di categorizzare gli stimoli, cioè di raggruppare come membri della medesima classe stimoli che possono essere anche molto diversi tra loro, ma che conviene trattare come identici ai fini dell’esecuzione di una particolare risposta.

Si categorizza molto di più possedendo pochi neuroni; con tanti neuroni ci si può invece permettere il lusso di memorizzare un gran numero di idiosincratici individui anziché poche ed eterogenee classi di equivalenza. Il libro descrive nei dettagli ma con grande chiarezza «come si fa» la ricerca sul cervello e sul comportamento, senza dare nulla per scontato. Gli autori mostrano come sia possibile interrogare un’ape sui colori che è capace di discriminare, su come l’ape possa ricordare che un particolare odore è associato a una ricompensa, o su che tipo di strategie essa impieghi per orientarsi e se possegga l’equivalente di una mappa cognitiva.

Dal comportamento si procede poi a indagare il cervello, con tecniche – del cui sviluppo e impiego Menzel è un conosciuto pioniere e maestro – spesso complesse e defatiganti per lo sperimentatore (sono molto belle a questo proposito le pagine in cui viene descritta la «solitudine» dell’elettrofisiologo, che passa le sue giornate ad auscultare i suoni degli spikes dei neuroni che escono da un altoparlante). Infine, da quanto si è imparato sul cervello si torna al comportamento, con un movimento a spirale in cui a ogni giro la nostra comprensione di come il cervello possa generare i comportamenti si è un poco accresciuta.

Gran parte della letteratura divulgativa sull’intelligenza delle api si è concentrata, come avviene di solito per gli insetti eusociali, che vivono in società organizzate suddivise in caste, sull’aspetto del cosiddetto «superorganismo», cioè sull’intelligenza collettiva. In questo libro, invece, sono gli individui i protagonisti: le singole api che, con i loro mini-cervelli, sanno imparare, risolvere problemi, orientarsi nello spazio, formare concetti e comunicare informazioni ai loro simili. Sull’individualità delle api il lettore apprenderà cose del tutto nuove e appassionanti, come per esempio il fatto che le api dormono, forse persino sognano, e che, come avviene per i vertebrati, c’è un nesso tra il sonno e il consolidarsi della memoria.

Il libro non è solo appassionante per chi vuole imparare qualcosa sull’intelligenza di queste meravigliose creature che sono le api. È anche un excursus attorno ai temi più importanti delle neuroscienze contemporanee, dalla percezione alla memoria, dal ragionamento alla comunicazione, e fa capire bene le ragioni e le motivazioni della strategia riduzionista adottata da molti neurobiologi, che dedicano la vita allo studio di organismi dotati di sistemi nervosi relativamente semplici. Questi scienziati pensano che i principi più generali e astratti del funzionamento del cervello siano enucleabili più facilmente in un sistema semplice, e la loro speranza è di giungere per questa via a una comprensione meccanicista di tutti i cervelli, non ultimo il cervello umano.

Oltre che ai lettori interessati a temi di biologia, di psicologia animale e di neuroscienze, il libro può costituire una lettura affascinante per i cultori di filosofia e di sociologia della scienza. Gli autori forniscono infatti un resoconto dall’interno di una porzione della scienza contemporanea di frontiera, con le sue luci e le sue ombre. Randolf Menzel ha conosciuto e interagito con molti dei giganti delle neuroscienze, e ce ne fornisce ritratti gustosi, come per esempio quello dell’eccentrico fisiologo Adrian Horridge. Ma ci offre anche una descrizione impietosa delle miserie associate alla sfrenata competitività tra i ricercatori: dai piccoli trucchi meschini per arrivare a pubblicare per primi una scoperta, al dileggio delle teorie avversarie per l’affermazione delle proprie ipotesi.

Si percepisce vivace l’insofferenza di Randolf Menzel per i nanerottoli della scienza che si sforzano inutilmente per sollevarsi a spiare il bancone del suo laboratorio e razziare qualche briciola di idea o di risultati, ma l’irritazione dura solo poche pagine, perché poi è tempo di tornare alle api, ai neuroni, ai prossimi esperimenti da fare... Felice e privilegiata appare la vita di grandi ricercatori come Randolf Menzel.

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