Domenica

Storica «fontana»

mirabilia

Storica «fontana»

L’opera d’arte più provocatoria, intelligente, sconvolgente e probabilmente più importante del Novecento, nella pratica, non l’ha mai vista nessuno. O, meglio, la si è vista, e anche esposta, certo (come ora al Philadelphia Museum of Art): ma non nella versione originale. È anche questo è un tratto saliente e caratterizzante del grande sberleffo – e allo stesso tempo del grande genio – che sottende l’intera operazione: la «Fontana», l’orinatoio, che esattamente cento anni fa, aprile del 1917, Marcel Duchamp – ma con firma diversa, R. (cioè Richard) Mutt –, presentava ad una mostra al Grand Central Palace di New York: mostra della quale lui era, per altro, tra i curatori. Ma andiamo con ordine, che è storia da romanzo, se non fosse che è vera. Del resto, scriveva Benjamin nel 1939: «La storia dell’arte è una storia di profezie. Affinché queste profezie possano diventare comprensibili devono però giungere a maturazione quelle circostanze che l’opera d’arte spesso ha precorso di secoli o anche solo di anni». Questo è esattamente il caso.

La “profezia” di Duchamp con il suo orinatoio è uno spostamento filosofico sul ruolo e l’essenza dell’arte. Spostava cioè la concentrazione dalla questione “estetica” alla questione “ontologica”: che cos’è un’opera d’arte? E chi è l’artista? La rottura era palese: Duchamp comprò l’orinatoio qualche giorno prima della mostra in un negozio di idraulica (J.L. Mott). Spedendolo alla mostra (con 6 dollari si aveva il diritto di essere esposti), l’intento era chiaro: quella era un’opera d’arte: bastava l’intenzione di un autore a dichiararla tale (e qualcuno, noi, disposto ad ammettere che lo fosse).

E qui inizia la seconda parte della storia; la più “filosoficamente” complessa. L’opera, infatti, non fu esposta, ma nascosta dietro un paravento. Duchamp perciò si dimise ed ebbe un secondo colpo di genio. Andò dall’amico fotografo Alfred Stieglitz, nome decisivo dell’avanguardia newyorkese, con il “suo” orinatoio e glielo fece immortalare: la «fontana» è ora su un piedistallo, come conviene alle sculture. Attenzione: perché Duchamp è animatore di una rivista, «The Blindman» (solo due numeri, introvabile anche in antiquariato). Ebbene, nel secondo numero, datato maggio 1917 e con testata diversa, «Blind Man», in due pagine affiancate, mette la foto di Stieglitz con la dida «l’opera rifiutata alla mostra degli indipendenti» e, nell’altra pagina, sotto il titolo «Il caso Richard Mutt», la difesa e il perché e il percome. «Che il signor Mutt abbia fatto o no Fontana con le proprie mani – si legge – non importa. Lui l’ha SCELTA. Ha visto un normale articolo quotidiano, l’ha posto in modo che il suo significato utilitaristico sparisse sotto il nuovo titolo e il nuovo punto di vista – così ha creato una nuova idea per quell’oggetto». Era nato il ready made. Ma c’è di più. L’ “originale” della fontana fu perso subito e non ne resta traccia. Pe molti anni l’opera più influente del secolo scorso è stata, di fatto, la fotografia e il testo che la commenta in questa effimera rivista, noti solo agli amici di Duchamp. La foto, poi, riapparirà solo nel 1945, e sempre in una rivista, «View», dedicata a Duchamp: il primo esemplare , in replica, fu esposto solo nel 1950 a NY. Ma, a quel punto, l’opera era dentro la coscienza collettiva degli artisti e di chi semplicemente osserva l’arte: era la rivoluzione del Novecento. La profezia si era avverata: e talmente forte e bene che ancora oggi, vista la sua straordinaria modernità, dubitiamo che abbia 100 anni.

© Riproduzione riservata