Domenica

Nel nome della «Grande Anima»

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Nel nome della «Grande Anima»

  • –Ugo Tramballi

È tutto così perfetto che sembrano le scene del film di Richard Attenborough del 1983. Anche perché il regista era riuscito a trovare attori che con poco trucco assomigliavano spettacolarmente ai personaggi veri della Storia. Il Gandhi Smriti, il luogo nel quale alle cinque della sera del 30 gennaio 1948 l’estremista hindu Nathuram Godse sparò al Mahatma Gandhi, oggi è davvero un memoriale.

Birla House, la villa che un tempo apparteneva a un grande industriale e dove Gandhi era ospitato ogni volta che veniva a Delhi, è stata risistemata. Al primo piano c’è un museo, al piano terra si può visitare la stanza con l’arcolaio dove il Mahatma, la Grande Anima, filava e meditava. È tutto più o meno come la lasciò 71 anni fa, alzandosi per andare alla sua ultima preghiera collettiva, poco distante, sul prato della villa. Le sue orme, marcate col cemento, ora sono protette da un’aiuola. Sulla destra, parallelo, corre un pergolato costruito da poco, nel quale viene raccontata tutta la vita di Gandhi, con scritti e immagini. Fino al prato quadrato e al tempietto sul luogo esatto nel quale Godse sparò, il Mahatma disse «Raam, Raa…m» e morì. I turisti vengono instradati e guidati con ordine. Fuori, davanti allo Smriti al numero 5 di Tees January Marg, file di pullman, taxi e tuc tuc attendono i loro clienti con comprensibile e umana avidità.

Fino alla fine degli anni Novanta il luogo della memoria del Mahatma era molto diverso. Non era un museo ma, appunto, un luogo della memoria: c’era poco da vedere, molto da immaginare e tantissimo da meditare. Ancora oggi i turisti possono camminare sul prato della tragedia, dopo aver tolto le scarpe. Ma allora in quel luogo dove il Mahatma parlava di non-violenza, decolonizzazione e utilità del clistere, potevamo anche distenderci sull’erba, guardando il lento planare dei falchi nel cielo immobilizzato dai 48 gradi dell’estate indiana.

Era anche consentito addormentarsi, creando una momentanea connessione con la Grande Anima. Spesso c’erano piccole comitive venute dai villaggi dell’Hariana e dell’Uttar Pradesh, quelli che Gandhi chiamava «l’India reale, la mia India». Dalle sacche prendevano chapati croccante che condividevano con i pochi visitatori stranieri. Oggi sono vietate attività così umane come mangiare e riposare che al Mahatma sarebbero tanto piaciute. Soprattutto nel suo mausoleo. Si rimane rispettosamente in piedi, sollevando smartphones per scattare foto e brevi filmati.

Le generazioni a venire avrebbero faticato a credere che un uomo così sia esistito in carne e ossa, aveva scritto Albert Einstein. Nella vecchia versione più popolare come in questa più turistica, il Gandhi Smriti ha sempre voluto ricordarci che la Grande Anima era un simbolo. Di cosa lo fosse stato, si fatica sempre più a rammentare. Godse, il suo assassino, era un attivista del RSS, l’organizzazione culturale e militare degli estremisti hindu, la cui emanazione politica, il Bjp, governa l’India da oltre due anni: l’aveva già fatto dal 1998 al 2004. Narendra Modi, il primo ministro, si era iscritto al Rss all’età di otto anni. Governando prima il Gujarat – lo stesso stato nel quale è nato il Mahatma – e ora l’India, Modi si sta più caratterizzando come un uomo delle riforme che dell’hindutva, l’hinduità assolutista anti-musulmana. Per il Bjp votano ormai cospicue percentuali di musulmani indiani. Ma l’ostilità religiosa alla quale il Mahatma contrapponeva l’ahimsa, il principio della non violenza, resta sotto traccia nel Paese.

Scrive il Buletin of the Atomic Scientists, l’associazione di Chicago che monitora la minaccia nucleare nel mondo, alla quale aderiscono i più importanti esperti internazionali della materia: «L’Asia del Sud è il luogo nel quale si stanno sviluppando e maturando programmi nucleari militari e dove si stanno moltiplicando attacchi terroristici a livello nazionale e transnazionale». Sembra quasi impossibile che sia questo il subcontinente nel quale nacque, visse e operò il Mahatma. Ma sono due le potenze nucleari della regione: l’India e il Pakistan. Per lanciare la sua bomba, la prima ha creato un vettore chiamato Prithvi, un antico imperatore hindu. Al missile che immediatamente dopo hanno sperimentato i pakistani, è stato dato il nome di Ghauri, il guerriero musulmano che secondo la leggenda aveva ucciso Prithvi.

In realtà con l’atomica la religione non ha mai avuto a che fare, per gli indiani come per i pakistani. A.P.J. Abdul Kalam, il padre del nucleare indiano, era musulmano. Ma sin dall’inizio, la sintesi pericolosa della questione ha continuato ad essere il confronto tra una “bomba hindu” e una “bomba islamica”. In un subcontinente nel quale i due Paesi hanno combattuto quattro guerre, continuano a detestarsi come nemmeno israeliani e palestinesi sono capaci di fare; in una regione che resta famosa per gli indici di sottosviluppo del suo circa miliardo e mezzo di abitanti: India più Pakistan che a mezzanotte del prossimo Ferragosto celebreranno il settantesimo anniversario della sanguinosa spartizione e della doppia indipedenza, con lo stesso reciproco odio della prima celebrazione, nel 1947.

«La povertà esiste da 5mila anni ed è accettata con fatalismo: nel pantheon indiano c’è un dio per tutto, compresa la miseria. Le ragioni della bomba non sono nella povertà», aveva detto qualche anno fa al Sole 24 Ore Shekar Gupta, direttore dell’«Indian Express». Il governo aveva appena fatto esplodere cinque testate nucleari sotto il deserto del Rajastan. Qualche giorno più tardi il Pakistan ne aveva esplose altre cinque sotto la sabbia del Baluchistan. Era il 1998, durante il primo governo dei nazionalisti del Bjp. Ma il programma nucleare militare indiano era stato avviato da Indira Gandhi. E nel ’98 sua nuora Sonia, il capo ombra dell’opposizione del Congress, affermò con entusiasmo che i test in Rajastan erano «una questione nazionale, non di un singolo partito. Su questo tutti gli indiani sono uniti».

Aveva avuto ragione Einstein: avremmo faticato a credere che un uomo come il Mahatma sia davvero esistito. Quando uscirete dal Gandhi Smriti, sul marciapiede di fronte vedrete due cannoni da campo puntati verso il mausoleo. Non vi preoccupate, non sparano: sono lì solo per abbellire l’ingresso del National Defence College, anche questo in Tees January Marg.

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