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«Inferno», il colossal della città-palcoscenico

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«Inferno», il colossal della città-palcoscenico

Cantiere Dante.  Marco Martinelli, che con Ermanna Montanari condivide la regia di «Inferno», durante le prove nell’abside del  Teatro Rasi di Ravenna
Cantiere Dante.  Marco Martinelli, che con Ermanna Montanari condivide la regia di «Inferno», durante le prove nell’abside del Teatro Rasi di Ravenna

L’evento teatrale più atteso di questa ventottesima edizione del Ravenna Festival è senza dubbio Inferno di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, prima tappa di un grandioso percorso – commissionato dal Festival - nelle tre cantiche della Divina Commedia, che si articolerà a scadenza biennale sino a concludersi nel 2021. Il poema dantesco ha già ovviamente dato luogo negli anni alle rappresentazioni più diverse, ma in questo caso l’approccio si presenta davvero particolare non soltanto per la forte personalità dei due artisti, ma anche e soprattutto per la peculiarissima impronta collettiva che ne ispira il progetto.

In questa discesa nei meandri della Divina Commedia, nell’essenza di quella che per Martinelli e la Montanari è l’innata dimensione teatrale dell’opera di Dante, accanto al ruolo degli attori e delle musiche di Luigi Ceccarelli, il geniale compositore ravennate abituato a far “dialogare” i suoni con le voci degli interpreti, accanto ai contributi teorici di un “convivio” di docenti e studiosi sarà fondamentale l’apporto di undici cori di oltre seicento comuni cittadini, reclutati attraverso una chiamata pubblica e coinvolti da tempo, con diverse mansioni, nel “cantiere Dante”, il cuore ideativo dello spettacolo. Lo stesso Dante, colui che compie questo viaggio spirituale, non sarà identificato con un singolo individuo, ma diventerà qui una figura molteplice, incarnata sera per sera dalla comunità degli spettatori.

Questa scelta di puntare a una vasta partecipazione risale in tutto e per tutto alla storia e all’esperienza del Teatro delle Albe, la compagnia fondata dalla Montanari e da Martinelli. Da sempre il rapporto non aulico e non intimidatorio coi classici - la possibilità di affrontarli come materia viva e pulsante, capace di esprimere idee e passioni di oggi – è non soltanto il suo obiettivo, ma la sua autentica bandiera. Da questa esigenza sono nate le iniziative della “non-scuola”, i dirompenti interventi pedagogici che hanno spinto centinaia di adolescenti turbolenti ad accostarsi al mondo di Aristofane, di Jarry, di Molière. e dalle periferie di Ravenna sono stati via via esportati nelle aree degradate di Scampia, negli slums di Chicago.

Il culmine e il modello della non-scuola è diventato, in questi anni, Eresia della felicità, lo straordinario laboratorio sui versi giovanili di Majakovskij presentato nel 2011 a Santarcangelo con duecento ragazzini arrivati da tutto il mondo, e poi riproposto a Mestre, a Venezia, al Castello Sforzesco di Milano, sorprendendo e commuovendo ovunque le platee che hanno avuto modo di ascoltare questo assommarsi e sovrapporsi di voci e di accenti. E proprio da Majakovskij e dalla sua idea di un teatro rivoluzionario di massa sono partiti i creatori di questo itinerario dantesco.

Mescolando le intuizioni del poeta russo coi principi della Sacra Rappresentazione Medioevale, il Teatro delle Albe realizzerà una produzione che trasformerà l'intero spazio urbano in un gigantesco palcoscenico. I tanti Dante-spettatori si ritroveranno davanti al sepolcro del poeta, dove verranno accolti da un insolito Virgilio bifronte, nei panni di una coppia di guardiani – incarnati dagli stessi Montanari e Martinelli – che li condurranno per mano all’ex-chiesa romanica di Santa Chiara, divenuta ora la loro sede, il Teatro Rasi, diviso in tanti luoghi deputati che il pubblico attraverserà procedendo nei diversi gironi del mondo infernale.

Il ruolo stesso dei cori di cittadini – che, proprio come accade nelle attività della non-scuola, verranno istruiti e diretti da un gruppo di “guide”, attori della compagnia delegati a questa responsabilità formativa – non dovrebbe essere quello di fare da mero sfondo all’azione: nelle intenzioni dei registi, essi avrebbero il compito di evocare quell’intera umanità che Dante pone al centro del suo affresco, specchio della polis di allora e di oggi, coi suoi vizi, le sue colpe, le sue furiose lacerazioni politiche. Già a Mons, nel 2015, Martinelli aveva allestito il suo Rumore di acque con un coro di sessantacinque abitanti della cittadina belga, che era Capitale europea della cultura.

I cori, composti da ravennati, ma anche da persone che vengono da fuori, daranno vita ai personaggi degli Avari e degli Scialacquatori, ai diavoli, alle Erinni e alle Arpie, ma anche a Paolo e Francesca e alla stessa Beatrice. Gli attori delle Albe tratteggeranno invece i singoli dannati di maggiore spicco, da Pier delle Vigne a Farinata degli Uberti, da Ulisse al conte Ugolino. I loro interventi si svolgeranno in tutti gli anfratti del teatro, la platea svuotata delle poltrone, le scale, gli uffici, i bagni, l’abside in fondo al palco. Le repliche saranno in tutto trentaquattro, quanti sono i canti dell’Inferno.

Il progetto dantesco del Ravenna Festival, come si diceva, vanta i più svariati precedenti. Il più clamoroso, il più irripetibile resta probabilmente la mitica Lectura Dantis che Carmelo Bene, nell'81, tenne dall’alto della Torre degli Asinelli di Bologna, una delle più trascinanti esemplificazioni di quella sfera assoluta della phonè - del puro suono svincolato dalla fisicità del soggetto, in grado di parlare «da un dentro a un altro dentro» - perseguita con tenace dedizione dall’attore pugliese: la figura di Carmelo, minuscola in cima allo svettante edificio, era quasi indistinguibile, ma la sua voce portata da sofisticatissimi impianti di amplificazione dilagava letteralmente per le strade tutt’attorno, gremite da una folla di migliaia e migliaia di spettatori.

Aveva avuto grande eco, fra l’89 e il ’91, la messinscena di Federico Tiezzi, che aveva affidato la riscrittura delle tre cantiche a tre poeti del nostro tempo, Edoardo Sanguineti, Mario Luzi e Giovanni Giudici. Nel 2004 c’era stato l’Inferno “sensoriale” del Teatro del Lemming, che investiva lo spettatore con impressioni acustiche, tattili, olfattive. Nel 2007 Romeo Castellucci aveva presentato ad Avignone una Divina Commedia senza la Divina Commedia, una serie di immagini e situazioni collegate solo allusivamente ai versi danteschi. E Nekrosius nel 2012 ne aveva dato un’interpretazione sentimentale e giocosa, in verità non all’altezza del suo ingegno.

A titolo di curiosità se ne ricorda anche una versione dell’82 di Yoshi Oida, l’attore giapponese di Peter Brook, con attori iraniani, tedeschi, svedesi e italiani a suggerire l’ascesi mistica di un borghese insoddisfatto.

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