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Tutte le donne di Berenson

Arte

Tutte le donne di Berenson

Bernard & paolina. Il conoscitore Bernard Berenson ammira il gruppo statuario di Antonio Canova illustrante «Paolina Borghese come Venere vincitrice» conservato nella Galleria Borghese di Roma
Bernard & paolina. Il conoscitore Bernard Berenson ammira il gruppo statuario di Antonio Canova illustrante «Paolina Borghese come Venere vincitrice» conservato nella Galleria Borghese di Roma

Roberto Longhi (1890- 1970) e Federico Zeri (1921-1998) sono stati due celebri storici dell’arte del Novecento, ma nonostante la loro chiara fama un singolare destino li accumuna: nessun biografo italiano o straniero s’è sentito in obbligo di tratteggiare in un libro a tutto tondo la vita e la professione di questi due rilevanti personaggi. Eppure i tempi “tecnici” ci sarebbero stati: Longhi è passato a miglior vita da quasi cinquant’anni, Zeri da quasi venti.

Un fenomeno diametralmente opposto ha interessato invece il terzo mastodonte della storia dell’arte italiana del Novecento, il lituano-americano Bernard Berenson (1865-1959). Attorno a lui, al contrario, si sono assiepati numerosi biografi, da Sylvia Sprigge (1960) a Nicky Mariano (1966), da Meryle Secrest (1979) a Ernest Samuels (1979 e 1989). Cinque biografie sono davvero un bel traguardo, ma evidentemente non sono bastate. Di recente se n’è aggiunta una sesta, scritta nel 2013 da Rachel Cohen per la Yale University Press e recensita su queste pagine da Alvar González-Palacios. Dal 18 maggio la biografia della Cohen sarà disponibile anche in italiano, edita da Adelphi nella collana «I Casi» e tradotta di Mariagrazia Cini.

La novità di questo piacevolissimo profilo biografico sta nell’originalità del taglio: la vita di Berenson viene ripercorsa in ogni dettaglio, dall’oscura nascita in Lituania alla formazione americana, dai viaggi di studio alle pubblicazioni, dalle lucrose attività commerciali legate all’attribuzionismo alla fastosa residenza in Italia. Ma vengono messi in luce anche aspetti particolari: a suo tempo, Alvar González-Palacios rilevò il rapporto dello studioso con ebraismo d’origine. Ma è possibile anche osservare un ulteriore filone: ad esempio, il serrato (e spesso complesso) rapporto che lo studioso ebbe con le donne.

L’esistenza di Berenson è stata effettivamente costellata di presenza femminili, dalle sorelle Senda e Bessie alla mecenate Isabella Stewart Gardner, dalla compagna e moglie Mary Smith Costelloe all’amante Belle de Costa Greene (la bibliotecaria di J. P. Morgan), dall’amica scrittrice Edith Wharton alla collaboratrice e ultima compagna Nicky Mariano (bibliotecaria e angelo custode negli ultimi anni di vita). Le donne di Berenson hanno lasciato molte testimonianze sulla vita quotidiana dello studioso in grado di comporre un ritratto forse più completo e certamente più sincero del grande e complicato personaggio.

Sappiamo che Berenson fece di tutto per nascondere le sue umili origini. Il suo vero nome era Bernhard Valvrojenski ed era nato in Lituania nel 1865 da una famiglia ebrea gremita di donne: oltre alla madre Judith, c’erano le sorelle Senda, Bessie e Rachel. Il fratello Abie, e soprattutto il padre Albert, giocarono ruoli meno determinanti. Anzi, il giovane Berenson fece subito intendere di non volere diventare come il padre, un intellettuale frustrato che – una volta trasferitosi a Boston con tutta la famiglia e mutato il cognome in Berenson - per campare s’era messo a vendere pentole a domicilio. Bernard adorava in particolare la sorella Senda perché si dimostrò capace di raggiungere il successo: fu la prima donna a organizzare partite di pallacanestro femminili negli Stati Uniti e fu paladina della diffusione dello sport e dell’attività fisica tra le donne nel suo Paese.

Berenson - spesso fortemente competitivo e diffidente nei confronti degli uomini - si protese con slancio verso l’universo femminile: «Le donne – scrisse –, specialmente certe donne dell’alta società, sono più ricettive, più sensibili e, di conseguenza, più stimolanti». Detto fatto. Appena iscrittosi all’Università di Harvard si accompagnò con una certa Elizabeth dotata «di patrimonio e di cultura» (ebbe a specificare), e con lei visitò romanticamente il Museum of Fine Arts di Boston allora appena aperto.

Anche sul proprio futuro Berenson dimostrò presto di avere le idee chiare. Tre gli obiettivi da perseguire: passare la vita a osservare dipinti, diventare ricco, diventare uno scrittore. Due cose gli riuscirono benissimo: passò l’esistenza a esaminare quadri e, grazie a redditizie consulenze, divenne ricchissimo. Ma non riuscì a diventare un grande e celebrato scrittore(e la cosa gli pesò moltissimo).

Nei primi due campi, tuttavia, ebbe di che consolarsi. Ostacolato all’università dal professore di storia dell’arte Charles Eliot Norton - che tramò perché non gli venisse assegnata una borsa di studio -, il giovane Berenson ebbe la fortuna di incontrare due donne decisive: la collezionista e mecenate Isabella Stewart Gardner e la scrittrice e storica dell’arte Mary Smith Costelloe. Queste due donne giganteggiano nel terzo capitolo del libro di Rachel Cohen. Isabella Stewart Gardner era ricchissima, curiosa e decisamente fuori dalle righe: indossava abiti spaventosamente costosi e girava con diademi di diamanti in testa a forma d’antenna tendendo cuccioli di leone al guinzaglio. Inoltre, adorava essere circondata da una piccola corte di pupilli, possibilmente giovani e talentuosi. Berenson entrò a far parte del suo salotto esclusivo e ottenne da lei i finanziamenti per un lungo viaggio di studio nei musei d’Europa. Dopo un’iniziale difficoltà, Berenson si innamorò perdutamente dell’Europa e scrisse lettere e cartoline alla mecenate Isabella e alla sorella Senda (in questa corrispondenze cominciò a siglarsi «BB», iniziali che diventeranno il suo “marchio di fabbrica”.)

Sbarcò in Francia e visitò la Germania, Poi, nel 1888, giunse in Inghilterra. A Oxford avvenne il primo incontro con Mary Smith, allora sposata con Frank Costelloe e madre di due bambine. Dopo questo primo e breve abboccamento, Berenson riprese il viaggio per l’Europa, visitando Bruxelles, Amsterdam e Vienna. Nell’autunno 1888 valicò le Alpi e giunse in ltalia. Dal Bel Paese, il giovane viaggiatore continuò a inviare missive estasiate alla mecenate Isabella e alla sorella Senda. Ma aggiunse una terza destinataria: Mary Costelloe.

In Italia, Berenson incontrò anche Giovanni Battista Cavalcaselle e Giovanni Morelli e, seduto in un caffè di Bergamo, enunciò a un amico la sua futura missione: «Non dobbiamo fermarci finché non saremo certi che ogni Lotto è un Lotto, ogni Cariani un Cariani, ogni Santacroce un Santacroce». Un enunciato che lo porterà a diventare non solo il più grande esperto di old masters del suo tempo ma anche uno dei più remunerati consulenti d’arte attivi sul mercato internazionale.

Mentre il fatidico viaggio europeo continuava, Mary Costelloe cominciò a essere sepolta di lettere di «BB». Nella corrispondenza si fece avanti un tema ai nostri occhi singolare per due persone libere e disinibite come Bernard e Mary: la questione religiosa. Confidandosi con Mary, Berenson decise di farsi prima protestante e poi, nel 1891, cattolico. Lo studioso giustificava la sua conversione con singolari motivazioni “estetiche”: «La mia benedetta Italia adesso è più divina che mai. Non so dirvi quanto l’essere veramente cattolico mi metta en rapport con essa».

La «vaccinazione cattolica», in effetti, non servì ad altro. Berenson tornò in Inghilterra per diventare l’amante ufficiale di Mary e riprendere il Grand tour con lei. Abbandonati marito e figlie, Mary Costelloe andò a vivere con Berenson a Firenze. Furono anni d’amore e di studio, di viaggi e di celebri “liste” d’artisti, compilate praticamente a quattro mani.

Berenson s’avviò a diventare un pilastro del mercato artistico. Nel 1894, dopo sette anni di viaggio, tornò negli Stati Uniti e cominciò a procurare quadri per la sua mecenate Isabella attraverso la ditta Colnaghi (che gli assicurava, di nascosto, una percentuale su ogni quadro venduto alla miliardaria). L’intento nobile era quello di creare una raccolta d’arte degna del censo e del rango della collezionista. Di fatto, il comportamento verso la benefattrice non sarà mai del tutto specchiato, soprattutto in materia di prezzi dei dipinti, che pare venissero ritoccati (e gonfiati) appositamente per lei.

Neppure in amore «BB» si dimostrò un gran seguace della fedeltà. Quando Frank Costelloe morì, Mary fu libera di sposare Berenson. Le nozze vennero celebrate nel dicembre del 1900 nella cappella della Villa I Tatti, che la coppia aveva preso in affitto (e che poi acquisterà) a Settignano, nelle colline attorno a Firenze. Ma assieme al lavoro, i novelli sposi cominciarono fin da subito a condividere le reciproche infedeltà. Mary prese come amante l’elegante Arthur Jephson, mentre Bernard andava a rifugiarsi a St. Moritz con compagnie strettamente femminili.

Bernard e Mary tornarono in America in occasione dell’inagurazione della nuovo museo di Isabella Steward Gardner a Boston. La mecenate però - dopo essere rimasta vedova - aveva deciso di non acquistare più opere d’arte: i Berenson compresero che avrebbero dovuto guardare altrove, alla ricerca di nuove fonti di reddito. Così, nel 1904 tornarono in Europa. Mary andò dritta in Inghilterra dove abitavano le due figlie, mentre Bernard si fermò a Parigi dove allacciò un’infiammata relazione con Lady Aline Sassoon, esponente della famiglia Rothschild. Anche la Sassoon fu un personaggio fondamentale per la vita di Bernard, perché fu lei a fargli incontrare Joseph Duveen, il re degli antiquari.

«BB» iniziò a lavorare per Duveen dal 1907 e il loro sodalizio durerà per oltre vent’anni. Negli accordi (occulti) tra i due era previsto che Berenson segnalasse i quadri a Duveen certificandone la corretta paternità. Duveen li avrebbe venduti corrispondendo il 25 per cento dell’incasso a Berenson. Un fiume di danaro sarebbe progressivamente affluito verso I Tatti, permettendo ai Berenson non solo di acquisire la villa ma di farla sontuosamente ristrutturare. Nel 1908, tuttavia, questa prosperità non era ancora sopraggiunta, e fu necessario un nuovo viaggio negli Stati Uniti per allacciare ulteriori rapporti d’affari (ma anche per stemperare le tensioni che le reciproche infedeltà provocavano alla coppia). Il viaggio, però, ebbe l’effetto contrario. Appena sbarcati a New York, Berenson si innamorò pazzamente di Bella de Costa Greene, la giovane e affascinante bibliotecaria di J.P. Morgan. La relazione durò per qualche anno, e portò Bella a seguire Bernard in Europa. Mary – che era stata messa al corrente della love story direttamente dal marito – diede a Berenson “consigli” non esattamente benevoli: «Stai invecchiando, e probabilmente questa è l’ultima volta. Traine il massimo, se riesci». Evidentemente ci “riuscì”, perché il sodalizio amoroso si ruppe traumaticamente a causa di una gravidanza indesiderata, risolta con uno scandalo e un aborto.

Giunto alla soglia dei cinquant’anni, Berenson conobbe Edith Wharton e con lei intrecciò un profondo sodalizio, però solo d’amicizia. Un ultimo legame sentimentale fu invece intessuto con Nicky Mariano, assunta a I Tatti come bibliotecaria nel 1919 e divenuta il vero angelo custode di Berenson per gli ultimi quarant’anni di vita. Mary Berenson - che sapeva del legame “particolare” tra il marito e Nicky - chiese a quest’ultima di sposare Bernard quando lei sarebbe venuta a mancare (il che accadde nel 1945). Ma Nicky rimase devotamente accanto al «Bibi» fino alla fine, senza mai sposarlo. Berenson spirò il 6 ottobre 1959 a I Tatti. Al momento del trapasso, manco a dirlo, era circondato da donne: c’erano la sorella Bessie, la fedele Nicky Mariano e Alda Anrep, sorella di Nicky.

Rachel Cohen,Bernard Berenson tra Boston e Firenze,Adelphi, Milano, pagg. 336, € 32

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