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L’agire umano secondo Helvétius

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L’agire umano secondo Helvétius

L'etica contemporanea è figlia (e sovente figliastra) degli illuministi francesi, quegli stessi che organizzarono i funerali della vecchia morale. Alcuni di loro, tra cui La Mettrie e Helvétius, avevano attaccato la religione per “liberare” dalla sua influenza il genere umano.

Giunsero a sostenere che la natura ci ha fatto egoisti e ci impone innanzitutto di godere. Qualunque cosa si faccia, si presta obbedienza a questa ineluttabile necessità. Le leggi e il vivere civile dovrebbero, sostituendo il timore di Dio, regolare i comportamenti con la ragione.

Voltaire non credeva sino in fondo a questa storia. Usava il raziocinio senza idolatrarne le possibilità. Scrisse nel 1768, nella seconda pagina dell'“Epître à l'auteur du livre des Trois imposteurs “: “Se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo”.

A dire il vero, Helvétius non rifiutò completamente l'idea di Dio. Non era un ateo completo. Piuttosto credeva che la religione si risolvesse formalmente nella morale. Niente dogmi, niente rivelazioni, qualcosa però deve aiutarci a convivere senza licenze.

Forse per questo e per motivi simili Helvétius torna a essere oggetto di riflessione. E la casa Honoré Champion di Parigi ha da poco avviato l'edizione critica delle sue opere sotto la direzione di Gerhardt Stenger. In questi giorni è uscito il volume dedicato a quella che i manuali e le storie della filosofia indicano come la sua opera principale: “De l'esprit” (a cura di Jonas Steffen; pp. 598, euro 150).

Un magistrale lavoro con appendici, varianti, note. Restituisce dopo oltre due secoli e mezzo il testo di un'opera materialistica che cerca di indagare le ragioni dell'agire umano senza porre domande celesti. In sostanza, l'illuminista su cui meditò Marx ricorda che ogni azione di noi mortali tende al conseguimento dell'utile e che l'ambizione è l'impulso di ogni progresso. Le leggi che regolano l'economia sono queste e il bisogno di guadagno fa parte del nostro istinto.
Tra i “prodotti spirituali”, Helvétius riteneva avessero valore quelli che favoriscono il bene del singolo o di un gruppo che ha comuni interessi.
Sia chiaro: il pensatore capì che le passioni individuali sono la causa dell'ingiustizia tra gli uomini e cercò di sistemarle in una teoria morale costruttiva. Non spetta a noi dire se riuscì o no nell'impresa.

Ci limitiamo a osservare che il ritorno di taluni autori e delle loro opere colma una lacuna in un'epoca come la nostra. Viviamo in un tempo in cui il conseguimento selvaggio dell'utile e un certo egoismo stanno offrendo ossigeno a mille irrazionalismi e sradicano riferimenti morali utilizzati per secoli. Fenomeni che tra non molto cercheranno delle ragioni culturali (anche se autori come Helvétius non sarebbero né d'accordo né disponibili).

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