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L’Italia approda a Cannes con il racconto di formazione «Sicilian…

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L’Italia approda a Cannes con il racconto di formazione «Sicilian Ghost Story»

Una scena del film «Sicilian Ghost Story»
Una scena del film «Sicilian Ghost Story»

Mentre il concorso di Cannes entra nel vivo con «Wonderstruck» di Todd Haynes e «Loveless» di Andrey Zvyagintsev, lontano dai riflettori della competizione principale è stato presentato il primo film italiano in cartellone sulla Croisette: «Sicilian Ghost Story», opera seconda di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, scelta come apertura della Semaine de la Critique.

Protagonista è Luna, una ragazzina di tredici anni che non si rassegna alla misteriosa scomparsa di Giuseppe, un coetaneo di cui è innamorata. Pur di ritrovarlo sarà pronta a ribellarsi al silenzio e alla complicità del mondo che li circonda.

Dopo aver esordito con il sorprendente «Salvo», premiato sempre all’interno della Semaine de la Critique di Cannes nel 2013, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza cambiano in parte registro con questa opera seconda: se «Salvo» giocava sugli stilemi del noir, in questo caso i due autori optano per una sorta di “favola nera”, mostrando una Sicilia diversa dal solito e dai tratti quasi onirici.

In questo immaginario fiabesco si consuma una vicenda fortemente drammatica, interessante più nel soggetto che nell'effettiva resa narrativa, più scontata di quanto le premesse avrebbero fatto sperare.

Visivamente ci sono buoni momenti che riescono a trasmettere l'atmosfera perturbante di una situazione in cui due ragazzi così giovani non si dovrebbero trovare, ma l'insieme appare piuttosto fragile e raramente riesce a colpire nel segno.

Ne risulta, così, un racconto di formazione indubbiamente atipico e coraggioso, ma allo stesso tempo vittima di una scrittura approssimativa e di un ritmo altalenante.

Ci aspettiamo di più dagli altri film italiani presenti a Cannes, a partire da «Fortunata» di Sergio Castellitto, che è stato inserito nella sezione Un Certain Regard.

Fuori concorso, invece, ha trovato posto il giapponese Takashi Miike con «Blade of the Immortal».

Tratto da un manga di Hiroaki Samura, il film racconta di un leggendario samurai che, a seguito di una cruenta battaglia, viene reso immortale da un maleficio.

Diversi anni dopo incontra una ragazzina che assomiglia moltissimo a sua sorella, morta in quel tragico scontro, e la aiuterà a vendicarsi…

È circa il centesimo film diretto dal prolificissimo Takashi Miike, uno dei nomi di punta della scena nipponica degli ultimi vent'anni (tra le sue opere più importanti ci sono «Audition», «Visitor Q» e «Ichi the Killer»).

Autore di un cinema quasi sempre estremo, Miike non cambia stile con questa pellicola particolarmente violenta e che verrà apprezzata dai suoi fan più appassionati.

Dopo un suggestivo incipit in bianco e nero, che racconta l'origine dell'immortalità del protagonista, il film diventa a colori e perde buona parte dello smalto iniziale.

Gli spunti audiovisivi sono numerosi, ma la trama sa molto di già visto e la durata è indubbiamente eccessiva (140 minuti).

Pur prolisso e ridondante, «Blade of the Immortal» regala comunque alcune sequenze degne di nota, grazie al talento di un regista che sa come orchestrare al meglio le coreografie dei duelli: nello stesso genere, però, aveva fatto di meglio con «13 assassini», presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2010.

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