Domenica

Viva il maestro neoplatonico

Scienza e Filosofia

Viva il maestro neoplatonico

Se ne sente dire tante: che la società liquida ha sciolto anche l’educazione; che le tradizionali agenzie educative (scuola, famiglia, chiesa, partito) hanno perduto autorità e, peggio, degnità di fiducia; che i ragazzi oggi sono «maleducati»; perché la loro vita è altrove invece che a scuola (o a casa) e perché quell’altrove ne fa una generazione nichilista di ignoranti e addirittura di «analfabeti emotivi». Si sente anche dire che gli insegnanti (oltre ai genitori) non hanno più un orientamento sicuro nel loro lavoro, nonostante passino gran parte del tempo a svolgere «incombenze burocratico- amministrative», registrazioni e computazioni, valutazioni e autovalutazioni, come in un’agenzia di rating, impegnandosi con numeri e quozienti che dovrebbero essere segno di condivisione e addirittura di computabilità delle acquisizioni formative. E invece no.

Soprattutto in Italia, quando si parla di educazione e di cultura (perché poi, in fondo, l’educazione ha anche a che fare con l’acculturazione) si deve imparare a far uso di logiche fuzzy, di concetti che sembra democraticamente auspicabile tenere «aperti», nel segno di un pluralismo virtuoso che rispetta l’«autonomia» dell’insegnante e dell’educando (un giorno qualcuno mi dovrà spiegare, anche per l’università, che cosa voglia dire «autonomia» e che differenza ci corra tra l’essere autonomi e l’essere abbandonati!).

Eppure ci dovrebbero essere gli scienziati dell’educazione a vigilare e soprattutto a coadiuvare i legislatori in materia. Ma questi, più che scienziati, sembrano alchimisti che lambiccano incerti in un qualitativo refrattario all’esattezza, tra istanze di solidarietà o di merito, di autorità o di permissività, di specialismi o di enciclopedismi, apparentemente preoccupati (speriamo non sia vero) non tanto di trovare delle soluzioni quanto di perpetuare il lavoro dei solutori.

Già, la «scienza» dell’educazione e della formazione! Quella che in Italia sta aumentando i suoi adepti e sta acquisendo un credito imparagonabilmente superiore rispetto a quello di altri paesi, convogliando finanziamenti e incentivi vari, ma che, a fronte del dispiego di tanti mezzi e intelligenze, non si sa cosa abbia elaborato di teoricamente rilevante dagli anni sessanta a oggi se non ciò che ha portato al «mero smantellamento della scuola come istituzione nazionale» (lo scrive lo storico della pedagogia Scotto di Luzio ne La scuola che vorrei, Bruno Mondadori) e il sistema educativo italiano nel suo complesso agli ultimi posti tra i 33 pesi considerati nei rilievi dell’Ocse. Forse anche il sociologo Franco Garelli la pensa così, perché in questo suo libello, stimolante e informato sui fatti, non si trova un rimando bibliografico a un’opera o a una ricerca di uno «scienziato» di quel settore che sia almeno degna di essere discussa, né si trova una definizione di educazione che sia aggiornata a quanto ci dicono oggi la psicologia sociale ed evoluzionistica, l’ecologia, la psicologia morale, l’estetica, la filosofia del linguaggio, l’antropologia, le neuroscienze, le scienze cognitive (e post-cognitive), la storia e la filosofia della scienza; e cioè tutto quello che merita di dirsi «scientifico», o che almeno tiene conto delle acquisizioni della scienza, nella ricerca rilevante in materia di cognizione e di comunicazione che dovrebbe andare a informare la relativa ricerca pedagogica e sociologica.

Io confesso che gli ultimi libri interessanti e ancora attualissimi che ho letto sulla scuola e l’educazione sono Scuola sotto inchiesta di Guido Calogero e La cultura e la scuola nella società italiana di Eugenio Garin (oltre ai commenti critici su quest’ultimo che il «chierico traditore» Giulio Preti annotava in un suo quaderno, ora pubblicati in F. Minazzi, L’onesto mestiere del filosofare, Franco Angeli); libri di filosofi, dove si trova poca scienza, se non quella di cui si poteva disporre alla fine degli anni cinquanta, ma tanta profonda riflessione almeno su come dirimere concettualmente le questioni salienti e su come essere responsabili nei confronti della nostra storia e della nostra tradizione.

Quello stesso interesse lo trovo oggi in un saggio di Philippe Hoffmann, allievo dello storico della filosofia antica Pierre Hadot, sulle radici neoplatoniche dell’educazione. La paideia antica (come la tardoantica, tra IV e VI secolo d.C., di cui parla Hoffmann), aveva la formazione del cittadino e dell’uomo politico come suo fine. Tutti, sofisti, oratori, filosofi, si interrogano su come insegnare la «virtù politica» che plasmerà il cittadino. E la scholè (il latino otium) prepara alla «scelta fondamentale «di uno stile di vita, sostenuta dall’imitazione e dalla memoria, ma autonoma perché commisurata al sentire e al vivere dell’allievo. E quell’insegnamento comporta una «psicagogia» basata sulla regola d’oro di «non dire che ciò che è strettamente adatto all’anima del destinatario», e interpreta le strutture d’autorità tra maestro e discente come un «essere-con» (quasi un concetto heideggeriano) che ha l’amore e l’amicizia come correlato affettivo.

Al centro della pratica educativa c’è sempre il «testo»; che, qualsivoglia genere filosofico si intenda adottare per commentarlo, è garanzia di oggettività. Ma quella formazione progressiva, che da una cultura generale pre-filosofica porterà a un’approssimazione al sapere divino, tutt’uno di potenze cognitive e di potenze pratiche e provvidenziali, non sarà mai distante dalla vita activa e da quella persuasione che rende vitale il sapere.

E, a proposito di persuasione, la forma di educazione di cui scrive Hoffmann risolve anche un’antica antinomia su come concepire i rapporti tra retorica e filosofia: contro Platone e la sua idea che soltanto la dialettica permetta di attingere alle Forme e ai Valori, prevale la visione di Isocrate, ostile alle speculazioni astratte e convinto su basi «antropologiche» del valore etico della persuasione, preoccupato di basare sui testi e sull’eloquenza un programma educativo che miri a formare l’uomo che delibera nella polis, «nell’universo della contingenza», attraverso l’osservazione e l’esperienza delle cose umane, ma anche attraverso la familiarità con i grandi autori, i logoi. La retorica era una delle arti del trivio, su cui in Occidente si sono formate generazioni per quasi duemilacinquecento anni prima di sparire dai curricula scolastici.

Mi piace che Juan Carlos De Martin, in un recente libro, ne veda con favore una rinascita insieme alle arti liberali nel sistema educativo che informerà l’«università futura» (si veda la Domenica del 9 aprile scorso). Sarà un modo per tornare a privilegiare l’educazione di una persona e di un cittadino, di un «uomo colto» più che di un lavoratore; prima che il mercato e la demagogia ci facciano dimenticare che siamo responsabili anche della nostra civiltà.

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