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Il dramma dell'Aids nell'intenso «120 battements par minute»

Festival di cannes

Il dramma dell'Aids nell'intenso «120 battements par minute»

Il cinema francese si conferma in buona forma al Festival di Cannes: dopo i notevoli «Un beau soleil intérieur» di Claire Denis e «L'amant d'un jour» di Philippe Garrel, presentati all'interno della Quinzaine des Réalisateurs, in concorso ha trovato spazio un altro dramma transalpino di grande intensità, «120 battements par minute» di Robin Campillo.

Ambientato nei primi anni Novanta, il film racconta le azioni del movimento Act-Up, un gruppo non violento che vuole sensibilizzare la popolazione sulla drammatica diffusione dell'AIDS. Tra i nuovi membri dell'organizzazione c'è Nathan, sempre più coinvolto nella causa grazie anche all'intima relazione con Sean, uno dei militanti più radicali.

120 battements par minute

Più celebre come sceneggiatore che come regista (ha firmato il copione de «La classe» di Laurent Cantet, Palma d'oro a Cannes 2008), Robin Campillo dirige una pellicola fortemente impegnata, che parte allargando lo sguardo a un intero contesto socioculturale per poi concentrarsi sul rapporto tra i due personaggi principali.

Senza mai scendere nella retorica o in scelte stilistiche ricattatorie, il regista riesce a colpire nel segno con una pellicola che, benché non ambientata ai giorni nostri, riesce a parlare allo spettatore con un linguaggio di grande attualità e a coinvolgere per buona parte della durata.

Inizialmente fatica un po' a carburare, ma quando l'azione entra nel vivo il film non si ferma più e scorre senza intoppi fino alla splendida conclusione.
A colpire è soprattutto la capacità dell'autore di mostrare con forte sensibilità un'organizzazione tanto forte e strutturata, seppur composta da tante individualità, ognuna segnata dalle proprie fragilità e paure.

Duro al punto giusto e appassionante, «120 battements par minute» è un titolo che, anche per le tematiche trattate, potrebbe piacere non poco al presidente della giuria Pedro Almodóvar e chissà che non riesca a trovare un posto nel palmarès: tra i film visti in questi primi giorni di Festival è certamente uno dei più papabili per un premio significativo.

Decisamente meno incisivo è «The Square» dello svedese Ruben Östlund.
Al centro c'è la vita di Christian, curatore di un museo di arte contemporanea, divorziato e padre di due bambine. Un giorno viene derubato per strada e da quel momento inizieranno per lui una serie di disavventure che metteranno in crisi la sua vita e il suo lavoro.

The square

Tre anni dopo il potente «Forza maggiore», Östlund torna a Cannes con un altro film incentrato sulle conseguenze imprevedibili che un evento, in apparenza innocuo, può scatenare.

La messinscena è nuovamente solida e rigorosa, ma è la narrazione ad apparire piuttosto debole, vittima di sequenze inutilmente prolisse e di una ridondanza di fondo a tratti irritante.

Ci sono degli spunti su cui ragionare al termine della visione, ma la sensazione è quella di essersi trovati davanti a un film più cervellotico che sincero. Peccato perché il talento di certo non manca a questo regista, che dovrebbe forse provare a volare meno alto e a essere meno supponente.

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