Domenica

Yasmina Reza: gli scrittori non sono intellettuali

Al Salone del Libro

Yasmina Reza: gli scrittori non sono intellettuali

Yasmina Reza (Olycom)
Yasmina Reza (Olycom)

Si è parlato di Babilonia, certo, il suo ultimo romanzo pubblicato da Adelphi, un noir (ma non solo) e nasce la curiosità di leggerlo. L'aspetto più interessante del racconto di Yasmina Reza al Salone del Libro di Torino, nell'incontro condotto da Cristina De Stefano, è però la sua visione della vita e del lavoro: il suo essere controcorrente in un mondo in cui la gran parte degli autori si prende sul serio ed è ossessionata dal presenzialismo, il ruolo dello scrittore che nulla a che vedere ha con quello dell'intellettuale, la difesa della leggerezza.

«È vero, non partecipo volentieri ai festival e il mio italiano è andato via nel momento in cui ho visto questa sala piena, perché ho avuto paura. Paura di deludere rispetto al mio modo di scrivere. In queste occasioni il meta-discorso che si sviluppa esteriormente è calibrato per dare la chiave della modernità, ma è un'altra cosa, non voglio entrare in questo meccanismo, non voglio dare chiavi che non siano le mie. Non so chi volete ascoltare, penso di non aver nulla da dire in qualche modo. Ma ho paura anche di ascoltare altri scrittori: a volte sono rimasta delusa dalla facilità con cui sviluppano teoricamente il loro lavoro. Non siamo saggi, non sappiamo tutto di quel che facciamo. Ho paura di ascoltarli e di incontrarli, sono persone che nella vita quotidiana non sono meglio o peggio di altre». Reza è una delle maggiori drammaturghe francesi, le sue pièce teatrali sono tradotte in molti Paesi, da Il dio del massacro Roman Polanski ha tratto Carnage, e qui va avanti con cruda nettezza nel disegnare il profilo dello scrittore, che è chi «apre delle porte, fotografa il mondo secondo il proprio obiettivo personale, ma non ha alcuna risposta, e quel che è strano è che si intervistano gli autori come se fossero degli intellettuali. Ma io difendo lo scrittore come non intellettuale. Noi siamo soggettivi. La cattiva fede, la contraddizione, i colori che si mischiano, tutto è soggettivo, tutto è non ragionevole, non logico. Gli scrittori sono un po' fanatici e bizzarri. Parlare come un saggio che ha una visione coerente della società non è logico».

A proposito della leggerezza, De Stefano le ricorda di una sua pièce in cui una giornalista doveva intervistare un'autrice di teatro, Natalie, che avrebbe voluto ricevere delle domande di tutt'altro tenore, molto più leggero. E Reza osserva di essersi vestita proprio come il personaggio della pièce (una camicia di un tessuto impalpabile su una gonna nera, ndr) perché è «una fan della leggerezza, la vita non è unilaterale, non c'è solo la tragedia, c'è anche il ridicolo. Credo al carpe diem, quando si può ridere bisogna ridere. Si pensa che leggerezza sia mancanza di profondità ma non è vero».

Babilonia si apre con una foto degli anni 50, può sembrare un inizio soft ma nel giro di poche righe il personaggio della foto diventa incisivo. Elisabeth è una donna di 60 anni che decide di fare una festa di primavera con qualche vicino. A un certo punto succederà qualcosa e ci sarà un cadavere. Nulla è stato anticipato, giustamente, per non rovinare la sorpresa al lettore, ma ne è scaturita una riflessione sull'abitudine di Reza di seguire i processi penali: «Sono teatro della vita reale. Ci sono persone che decidono del tuo destino, con dei codici precisi: avvocati e giudici vestiti in un certo modo, giornalisti, il popolo che ascolta. Ogni volta che ho seguito un processo mi dicevo: è innocente o è colpevole, la verità è difficile da raggiungere. Per uno scrittore questo è interessante. Si potrebbe scrivere uno stesso libro in un altro modo: con colori diversi, chiavi di lettura diverse, esattamente come i processi. Ci vado per capire come funziona la vita. Ho visto persone condannate a 20 anni che io avrei assolto».

Non può infine mancare una riflessione sull'amore e sulla coppia per un'autrice che ha scritto Felici i felici, feroce e senza via di scampo per nessuno. «La società ha inventato la coppia – osserva - per dare un ordine all'amore, per incasellarlo e toglierne la selvaticità. La formazione della coppia non è naturale, è qualcosa di religioso o sociale, ma ha una sua complessità, tutto può succedere dentro una coppia, il meglio e il peggio. Chi ha decretato che deve essere così? È una cellula che è completamente artificiale se ci si pensa. In alcune società più primitive, penso all'Africa, non c'è questo nucleo, come si vede nelle pubblicità. Non è facile, ma questo non vuol dire che non bisogna provare: a volte mi dicono che sono negativa, ma guardo con sospetto l'amore coniugale. Poi c'è l'amicizia, ci credo moltissimo. Avere amici vuol dire riuscire nella vita. Sono qualcosa di solido, di forte. Certo, bisogna lavorarci ed esser vigili; amo Babilonia perché racconta una storia di amicizia».

© Riproduzione riservata