Domenica

Nella Casbah dalla storia infinita

(none)

Nella Casbah dalla storia infinita

  • –Ugo Tramballi

«Uncommon Alger», guida forse incompleta ma originale della città, esordisce con una definizione dello scrittore e poeta Kateb Yacine: «Bon Dieu. C’est la peur. C’est la ville. C’est l’^age. Misère. C’est la première fois. Que je suis à Alger. Tant pis. Je reviendrai». Che si venga per la prima volta scoprendo che è come si era immaginata, o la si frequenti con assiduità, alla fine Algeri suscita quel desiderio di cui parlava Yacine: rivederla.

Eppure non è particolarmente dinamica l’atmosfera da paese socialista fuori tempo massimo che Algeri continua a conservare: non solo per un lungomare intitolato a Che Guevara o la settimana di lutto decretata alla morte di Fidel Castro. È quell’aria retrò di un terzomondismo che i Paesi guida del glorioso movimento hanno abbandonato da tempo con tassi di crescita a due cifre, ma che l’Algeria considera marchio di fabbrica.

E c’è l’Islam: sotto traccia ma sempre più che presente e visibile anche nel Paese teoricamente più laico del Medio e Vicino Oriente. Quello che sarà il minareto più alto del mondo della terza moschea più grande del mondo, in costruzione in riva alla baia dalla parte opposta della città, sono una concessione più che visibile al ruolo della fede nella società algerina. Sebbene qualcuno pensi che quel maestoso impianto religioso non sia stato tanto pensato per onorare l’Islam quanto per competere con l’inviso Marocco: superare il minareto da 200 metri della Moschea Hassan II di Casablanca, «fino a che a Dubai non ci metteranno d’accordo costruendone uno ancora più alto dei nostri», dice un funzionario del ministero della Comunicazione.

Il fascino della città continua tuttavia a essere garantito dai suoi due elementi urbanistici fondanti: la Casbah, El-Mahroussa, “la ben custodita”, la cui storia infinita il giornalista e vignettista Chawki Amari sintetizza in poche righe: «La città berbera di 2.500 anni commercializzata dai fenici, riorganizzata dai romani, influenzata dai cartaginesi, rifondata dagli arabi, sorvegliata dagli spagnoli, ridefinita dai turchi e distrutta in parte per essere modernizzata dai francesi». In qualche modo tutti hanno avuto un po’ di successo nel loro intento di modellare la medina e in buona parte tutti hanno fallito, «incapaci di piegarne lo spirito ribelle», spiega l’avvocato Hadi Boussad, grande esperto della Casbah.

L’altro pilastro urbanistico, accanto al Maghreb, all’Andalusia, all’Africa sub sahariana rinchiusi nella Casbah, è la città francese: la Algeri haussmaniana che in realtà fu sin dall’inizio, quando nel 1830 arrivarono i francesi, il luogo dei «conquistatori conquistati», secondo la definizione di Alphonse Daudet. Ancora oggi tra algerini e francesi c’è un rapporto unico e strano di passione e diffidenza, simile a quello fra indiani e inglesi. A partire dalla lingua francese usata di gran lunga più dell’arabo classico e a volte dello stesso dialetto algerino: «è il nostro bottino di guerra», diceva Kateb Yacine che scriveva in francese.

Più di vent’anni prima del resto del mondo arabo, l’Algeria ha sperimentato la primavera politica e la sua orribile mutazione in guerra civile ed estremismo islamico. Nel 1988 il Paese si aprì alla democrazia e nel 1992 sprofondò in uno spaventoso massacro. È per questo che nel 2011 non è accaduto nulla, nonostante il caos libico sia alle frontiere. Ed è per questo che Le Pouvoir – i vertici militari più i loro alleati civili sostenuti dalla burocrazia – pensa che continuerà a non accadere nulla, nonostante la crisi economica sia sempre più pesante. Gli idrocarburi garantiscono i due terzi delle entrate statali e il 95% delle esportazioni. Ma da qualche anno i prezzi di gas e petrolio sono crollati e l’Algeria sta consumando sempre più rapidamente la ricchezza degli anni grassi, quando le riforme sarebbero forse state indolori. Le riserve valutarie erano 193 miliardi di dollari nel 2014 e 136 nel 2016.

Forse il governo non ha torto a contare sulla virtù della memoria degli algerini: il ricordo di dieci anni di guerra civile fino al 2002 ha ricompattato il Paese quanto la guerra di liberazione dalla Francia negli anni 60. Ma è rischioso contare solo su questo e non anche su riforme economiche ormai necessarie. «Continuiamo a dirlo al governo: scegliete i settori strategici che devono restare nelle mani dello Stato. Il resto lasciatelo al mercato», sostiene Slim Othmani, imprenditore e fondatore del Club d’Action et e Réfletion autour de l’Entreprise, Care. «Ma manca la cultura politica necessaria per farlo».

L’unica reazione importante alla crisi è stata la riduzione delle importazioni per stimolare la produzione nazionale. Ma un settore manifatturiero non nasce da un giorno all’altro. Era stata annunciata la presentazione del “Nuovo regime di crescita”, un’affascinante enunciazione vintage, da realismo socialista. «Sono sette mesi che attendiamo di sapere cosa sia», dice ancora Othmani. «Nessuno ha visto un solo documento, probabilmente nemmeno loro». Forse Le Pouvoir è così orgoglioso da pensare che non sia necessario riformare il socialismo – un errore che in Unione Sovietica fu pagato a caro prezzo – o forse lo capiscono ma non è facile ammetterlo. Tra l’altro, le volte in cui l’Algeria sembrava aprirsi al mercato quello che accadeva nel mondo giustificava il suo istinto alla chiusura: prima la crisi finanziaria globale e ora il “patriottismo economico” di Donald Trump.

Il simbolo della riluttanza algerina alla trasparenza è il caso di Abdelaziz Bouteflika, il presidente colpito da un ictus: in carica da 16 anni ma da molto tempo assente dalla scena. «È una questione di rispetto per il leader, parte della cultura araba», spiega Hamid Grine, ministro piuttosto ortodosso della Comunicazione ma brillante scrittore (Camus nel narghilé, Edizioni e/o). «È lui il capo è lui che decide».

Mourad Slimani, capo della redazione di Al Watan, il principale quotidiano d’opposizione, spiega che «in Algeria esiste la libertà di stampa ma con importanti eccezioni. Il limite che non dobbiamo superare è mobile, dipende dalla situazione politica: la salute del presidente è invece un limite permanente». Quale sia il suo stato di salute, Bouteflika ha comunque 80 anni: ignorarne la successione ed evitare le riforme non è l’antidoto migliore per restare lontani dal caos mediorientale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA