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Una sintassi delle emozioni

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Una sintassi delle emozioni

L’esperimento. I due quadri del  1946  di Jacskon  Pollock  affiancati al Guggenheim  di Venezia . A sinistra «Croaking movement», a destra   «Eyes in the heat». I bambini riescono a  indovinare   senza guardare l’etichetta mentre a molti  adulti le figure astratte non riescono a a trasmettere emozioni
L’esperimento. I due quadri del 1946 di Jacskon Pollock affiancati al Guggenheim di Venezia . A sinistra «Croaking movement», a destra «Eyes in the heat». I bambini riescono a indovinare senza guardare l’etichetta mentre a molti adulti le figure astratte non riescono a a trasmettere emozioni

Centodieci anni fa, il professore Stout, filosofo della mente a Oxford, pubblica l’edizione definitiva del suo fortunato Manuale di Psicologia. Dieci capitoli in tutto: solo quello sulle emozioni anticipa l’impianto teorico evoluzionista. Stout si rifà a L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, saggio del 1872 di Charles Darwin. Sei anni dopo, il titolo della traduzione di Giovanni Canestrini, professore di zoologia dell’Università di Padova, parlerà di sentimenti e non di emozioni. È il retaggio di un modo di concepire le emozioni esclusivamente come stati mentali «interni» e non come segnali. Darwin, alla fine del saggio, dichiara invece che è importante: «… imparare a conoscere l’origine delle diverse espressioni che a ogni momento è dato osservare sulla faccia degli uomini (per non parlare degli animali domestici)». Stout riprende la prospettiva darwiniana: « … ecco la manifestazione della sopravvivenza dei modi di esprimere le emozioni dei nostri antenati … per esempio, scopriamo i denti quando siamo arrabbiati perché un tempo mostravamo i canini in fase d’attacco».

Oggi gli psicologi evoluzionisti estendono questa prospettiva a tutti i processi mentali. Per esempio, gli errori sistematici del pensiero e dell’intelligenza emotiva avvengono perché nell’architettura del cervello è incorporato un adattamento funzionale a mondi “antichi” e diversi. Capita così che le emozioni ci portino fuori strada. Gli ambienti di vita sono diventati così complessi, incerti e imprevedibili che emozioni come la paura non sempre ci allontanano dai rischi, come avveniva un tempo. I timori diventano irrazionali quando si crede - o ci fanno credere - che siano pericolose circostanze che in realtà non sono oggettivamente rischiose (e viceversa).

Un tempo s’immaginava che le emozioni fossero generate da dei e semidei “specializzati”. Donatella Puliga, studiosa del mondo classico, mostra, in un saggio che sta per uscire, come gli antichi romani pensassero che le depressioni, allora chiamate malinconie, fossero governate dalla Dea Murcia che aveva il potere di infiacchire e prostrare gli animi. Nell’Ottocento Sir Edmund Burnett Tyler, primo antropologo a Oxford, coniò il termine “animismo” per indicare la tendenza delle culture primitive a vedere il mondo come animato da divinità. La contrapposizione con le culture primitive può diventare un paraocchi per chi, mosso da un presunto atteggiamento scientista, crede che solo gli esseri viventi – uomini, animali e piante – possano esibire emozioni.

Nel 1944 Fritz Heider e la sua assistente Marianne Simmel mostrarono che le cose non stanno così. Presentarono un filmetto in bianco e nero di poco più di un minuto. Si vedevano triangoli e rettangoli in movimento: s’inseguivano, scappavano, o cercavano di toccarsi. Gli osservatori descrivevano la sequenza come se le figure geometriche fossero aggressive o timorose, persino innamorate l’una dell’altra, cioè dotate di emozioni e intenzioni. Se googlate «Heider e Simmel», potete ripetere la prova originale e ottenere gli stessi risultati. Questi non sono dovuti all’aver assorbito una cultura in cui sono onnipresenti film “animistici” per bambini o cartoni animati: anche i neonati vedono oggetti sconosciuti come dotati d’intenzioni. Di questi tempi i pubblicitari cercano di presentare tutto il mondo come «emozionante», sviluppando l’intuizione pionieristica di Ernst Dichter. Dichter, un viennese esule in America come Heider, inventò la psicologia «motivazionale» dei consumi e, in particolare, l’enfasi pubblicitaria sulle emozioni, oggi più che stucchevole. Gli artefatti – cibi, bevande, vestiti, scarpe, e così via - diventano strumenti per soddisfare costellazioni di desideri, spesso larvatamente sessuali.

Entità visive astratte che, a differenza del filmetto di Heider, neppure si muovono, possono comunque esprimere emozioni? Questa fu la sfida del movimento artistico che, appunto, si chiamò espressionismo astratto e di cui Jackson Pollock fu il più grande esponente. A Venezia, in una sala del museo Guggenheim, è possibile fare un esperimento quando i bambini sono accompagnati in visita. Ci sono due quadri di Pollock del 1946 che hanno la fortuna di essere appesi vicini, di fronte a un comodo divano bianco, sosta previlegiata. Uno è Croaking movement, movimento gracidante: allude al gracidio delle rane dello stagno dietro lo studio di campagna di Pollock. L’altro è Eyes in the heat, occhi che si intravedono a fatica in un arabesco di linee e colori “caldi”. Provate a domandare a un bambino che non ha visto le etichette (piccole), quale quadro si chiama con uno dei due nomi (magari spiegando che cosa vuol dire «gracidante»). La grande maggioranza risponde senza esitare con l’attribuzione esatta. I grandi, invece, possono essere più recalcitranti o scettici: sono quadri astratti, dove non si rappresenta nulla, dove non c’è un senso! Neppure un’emozione? No, neppure un’emozione! Per molti adulti le figure astratte non possono, per definizione, avere e trasmettere emozioni.

L’uomo moderno, “razionale”, crede di non aver bisogno di emozioni che contaminerebbero la sua mente fredda, pura. Quasi fosse Il cavaliere inesistente che, nel racconto di Italo Calvino, agisce in modi anaffettivi, perfetti, perché è senza corpo. L’Uomo Moderno raramente riguadagna gli occhi del bambino, l’ingenuità perduta che così bene illustra Guido Scarabottolo riprendendo le parole di Picasso (sulla Domenica del 7 maggio).

Le emozioni sono onnipresenti in tutte le culture. Si presentano nei modi più diversi ma, dietro le apparenze è possibile isolare una sintassi comune. Proprio come ha fatto Noam Chomsky con il linguaggio dove abbiamo una grammatica universale e i linguaggi naturali più diversi. Nel caso delle emozioni, questa struttura profonda comune è stata controllata analizzando sia i comportamenti visibili sia i meccanismi neurali localizzati nel cervello. Su questo sfondo oggi è possibile isolare le variazioni superficiali presenti in culture lontane nello spazio, come quelle ancora primitive, o nel tempo, come quelle del passato.

L’Atlante delle emozioni di Tiffany Watt Smith, tradotto per i tipi di UTET (com’era già successo per il saggio di Darwin sulle emozioni), ci guida attraverso queste variazioni superficiali spesso sconosciute. L’incertezza, per esempio, è oggi considerata uno stato d’animo non gradito né in noi né negli altri. Questo dipende forse dal fatto che dobbiamo subirne molta, troppa, da quando l’Uomo, domata quella presente in Natura, si è messo a produrne per conto proprio e a immetterla nella società. All’inizio dell’Ottocento il mondo era tranquillizzante, forse noioso per le classi previlegiate. Watt Smith racconta come il poeta John Keats celebrasse la libertà intesa come «essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione». Watt Smith, spaziando con il suo Atlante nel territorio variegato delle culture, stupisce, diverte e fa ammirare l’originalità delle forme che possono prendere le emozioni.

Donatella Puliga, La depressione è una dea, il Mulino, Bologna,
pagg. 160, € 14;

Tiffany Watts Smith, Atlante delle emozioni umane, Utet, Milano, pagg. 373, € 22

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