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Casalegno, strategia della fermezza

Storia

Casalegno, strategia della fermezza

Tredici giorni. Carlo Casalegno rimane tra la vita e la morte per tredici giorni: viene colpito  il 16 novembre del ’77, morirà il 29 novembre. È il primo giornalista assassinato dalle BR
Tredici giorni. Carlo Casalegno rimane tra la vita e la morte per tredici giorni: viene colpito il 16 novembre del ’77, morirà il 29 novembre. È il primo giornalista assassinato dalle BR

Tra pochi mesi saranno passati quarant’anni, più dell’intera vita di Giacomo Leopardi. Da allora la geopolitica e la tecnologia hanno trasformato il mondo intero e la nostra vita. Nel 1977 il mondo era bipolare, i Vietcong avevano vinto da poco la guerra del Vietnam, non esisteva un terrorismo di matrice islamista, non si usava il computer e tanto meno il telefono cellulare. Poco più di trent’anni separavano dalla fine della Seconda guerra mondiale quel 16 novembre, quando quattro militanti delle Brigate rosse attendevano sotto casa Carlo Casalegno, vicedirettore de «La Stampa», che allora era un quotidiano di grande formato, senza fotografie a colori.

Per i familiari e gli amici quel giorno è vicino. Un filo diretto congiunge, attraverso i miei affetti e i miei ricordi, lo storico e giornalista Luigi Salvatorelli, mio nonno, ai miei nipoti Cecilia, Tommaso e Beatrice: cinque generazioni passate attraverso tre secoli. Ma anche molti lettori ricordano il ragionare pacato di quell’ex professore di liceo che, non solo fra i torinesi, si era conquistato una certa autorevolezza. Più difficile sarà coinvolgere chi non ha mai letto un suo pezzo, e forse non ne ha mai sentito parlare.

Allora la sua sorte colpì con forza la città e molti italiani. Era il primo giornalista del dopoguerra colpito a morte per le idee che liberamente scriveva. Quel giorno, all’una e mezza, stava rientrando a casa. Nell’androne di corso Re Umberto 54 un giovane lo seguì, lo chiamò per nome e gli sparò quattro colpi alla testa e al volto. Morirà il 29 novembre nel reparto di rianimazione dell’ospedale Molinette.

Nato a Torino il 15 dicembre 1916, Casalegno aveva sessant’anni. Vedovo dal 1948, nel gennaio 1963 aveva sposato Dedi Andreis, che in quell’androne raccolse fra le mani la sua testa insanguinata. Lasciava una vedova, un figlio di 33 anni e due nipoti, Nicola e Roberto, per i quali era un nonno affettuoso e presente. Lasciava anche un lavoro e un impegno civile per cui aveva accettato il massimo dei rischi.

Casalegno sapeva a che cosa stava andando incontro. Nella primavera del 1977 alcuni giornalisti, il più noto dei quali è Indro Montanelli, erano stati gravemente feriti alle gambe: un destino che oggi si tende a sottovalutare, ma che spesso procurò sofferenze atroci, danni permanenti e in alcuni casi, per la rottura dell’arteria femorale, la morte. Nel settembre 1977 però, in una base milanese delle Brigate rosse, era stato ritrovato un lungo documento, pubblicato in parte dal settimanale «L’Espresso» (dove lo lessi anch’io, fra i tanti), in cui le Br proclamavano: «Alzeremo il tiro contro i giornalisti». Erano parole chiare. Alzare il tiro significava uccidere.

Casalegno era in prima linea, e lo sapeva. Firmando da anni una rubrica di politica interna, “Il nostro Stato”, con tanto di fotografia, esprimeva quasi ogni settimana il suo punto di vista sul terrorismo rosso e nero, e sul modo più efficace per contrastarlo. Il giovane che premette quattro volte il grilletto della Nagant, un revolver cecoslovacco, fu intervistato molti anni dopo, e disse al giornalista Carlo Grande che le Br avevano voluto colpire “un simbolo”. Sono parole prive di senso. Casalegno non era affatto un simbolo: era un avversario pericoloso, perché aveva compreso da tempo la strategia dei gruppi armati.

Casalegno chiedeva allo Stato di intervenire contro ogni violenza applicando con fermezza le leggi vigenti, senza ricorrere però a provvedimenti eccezionali, e tanto meno limitando le libertà fondamentali. I gruppi, poche centinaia di giovani, che avevano scelto la “lotta armata” lavoravano a un progetto politico velleitario, benché condiviso in quegli anni, almeno a parole, da migliaia di simpatizzanti di estrema sinistra: scatenare un’insurrezione di tipo comunista, che avrebbe dovuto essere guidata da un piccolo partito di militanti clandestini ispirato al modello leninista. Ai loro occhi una svolta politica di tipo autoritario non era affatto mal vista, poiché avrebbe tolto allo Stato classista il velo democratico, creando le condizioni per un esito insurrezionale.

In Italia, come in ogni altro Paese a capitalismo maturo, non esistevano le condizioni per una rivoluzione comunista, e la quasi totalità della popolazione e delle forze politiche ne era pienamente consapevole. La strategia dei gruppi terroristici poteva dunque ottenere solo due risultati: troncare delle vite innocenti e rafforzare le spinte autoritarie che erano da anni l’obiettivo diretto della “strategia della tensione” perseguita dalle stragi di estrema destra, complici i servizi segreti deviati.

Casalegno fu tra i primi a riconoscerlo e a scriverlo. Fin dal 25 maggio 1974 aveva affermato: «L’unico risultato veramente grave che le “Brigate rosse” possono raggiungere è fornire pretesti e alibi alla violenza d’estrema destra, aiutare le campagne più ottusamente conservatrici». Nei fatti terrorismo “rosso” e terrorismo “nero” erano convergenti, qualunque cosa pensassero i rispettivi militanti. Violare la legalità democratica sarebbe stato fare il gioco di entrambi i terrorismi.

Le convinzioni che animavano il giornalista Casalegno si erano formate negli anni della Resistenza. La sua educazione antifascista era avvenuta al liceo d’Azeglio, dove insegnava Augusto Monti; tra i coetanei, o quasi, c’erano Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila. All’università conobbe Annamaria, figlia di Luigi Salvatorelli, che aveva diretto «La Stampa» dal ’21 al ’25 e ne era stato cacciato dal fascismo, del quale aveva analizzato la natura sociale e politica. Salvatorelli sarà tra i fondatori del Partito d’azione. Tra gli amici più stretti dei suoi figli c’era il futuro dirigente del Partito d’azione e storico dell’Illuminismo Franco Venturi.

Annamaria e Carlo si sposano nel ’40. Lui insegna italiano e latino al liceo di Casale Monferrato, ma lascia la cattedra, con una lettera al preside, quando entra in clandestinità nelle file del Partito d’azione. Dopo il 25 aprile 1945 lavora all’edizione torinese del quotidiano «GL» (Giustizia e Libertà), che dopo meno di un anno è costretto a chiudere per mancanza di fondi; poi entra a «La Stampa», che non lascerà più.

Eliminando Casalegno le Br, che definivano i giornalisti «agenti della controguerriglia psicologica», una formula che avrebbe dovuto legittimarne l’esecuzione, misero a tacere una voce che pochi mesi dopo, durante il sequestro del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, si sarebbe certamente schierata contro ogni trattativa fra lo Stato e i gruppi armati. Un’intransigenza, a quel tempo maggioritaria, che oggi è sempre meno popolare; persino taluni politici che allora la condivisero affermano oggi di esserne pentiti.

Il senno di poi è una facile tentazione. Ma che cosa avrebbe significato allora, dopo la spietata esecuzione di tutti e cinque gli agenti della scorta di Aldo Moro, una trattativa fra lo Stato e i terroristi, con il suo corollario più grave, il riconoscimento dello status di “combattenti” di un’inesistente guerra civile per i loro assassini? Tutti gli uomini politici che avevano partecipato alla Resistenza, da Ugo La Malfa a Sandro Pertini, allora si pronunciarono per la linea della fermezza; è un fatto che era e rimane significativo.

Chi rappresenta lo Stato non può cedere. Ma chi rappresenta solo se stesso e la propria dignità? L’uomo è una creatura fragile. Su questa fragilità contavano le Br per dare a ogni delitto una funzione esemplare, come dimostra il loro slogan di stampo mafioso: «Colpirne uno per educarne cento». Uccidendo un giornalista quanti sarebbero riusciti a spaventarne?

A Casalegno il direttore Arrigo Levi, consapevole dei rischi che correva il suo collaboratore e amico, aveva proposto di sospendere per qualche tempo la rubrica settimanale “Il nostro Stato”. La risposta era stata cortesemente negativa. Questo esempio di coraggio parla a tutti anche quarant’anni dopo. Gli esempi sono contagiosi, e di coraggio abbiamo ancora tutti un gran bisogno.

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