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Wunderkammer Carraro

Arte

Wunderkammer Carraro

Allestimento. La collezione di Francesco Carraro, esposta nelle sale della Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro a Venezia, rappresenta un eccezionale incremento della sezione di arte italiana del ’900
Allestimento. La collezione di Francesco Carraro, esposta nelle sale della Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro a Venezia, rappresenta un eccezionale incremento della sezione di arte italiana del ’900

Tra le grandi novità che rendono particolarmente attraente la strabiliante offerta artistica veneziana legata all’ apertura della Biennale, l’opportunità davvero da non perdere è l’incremento e la conseguente riconsiderazione del percorso museale della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, grazie all’ingresso di ottantadue capolavori appartenuti ad una raccolta leggendaria, quella formata da Francesco Carraro. Nato a Padova nel 1930 e scomparso a Venezia tre anni fa, Carraro ha lasciato alla moglie Chiara - che lo aveva accompagnato nella grande avventura collezionistica di una vita - il compito di selezionare le opere da destinare alla sua amata e odiata città d’adozione. Direi che Chiara questa missione l’ha svolta con una straordinaria sensibilità, scegliendo tra i pezzi di una collezione davvero sterminata quelli che meglio riuscissero a rappresentare la fisionomia, il gusto, gli orientamenti estetici, e forse le idiosincrasie di un personaggio misterioso, difficile, complesso, quale appariva a chi lo incontrasse e come traspare anche dalla sua biografia.

Uscito da una famiglia di artigiani intraprendenti, avviati a formare una delle dinastie imprenditoriali più potenti del Veneto, venne allontanato quattordicenne dai sei fratelli a causa della tisi – diventata epidemica in quegli anni difficili alla fine della guerra – che impose un lungo soggiorno risanatore a Gargnano, sulla sponda bresciana del lago di Garda. In quella località, dove le memorie letterarie legate alla presenza di David Herbert Lawrence si legavano ai fantasmi della Repubblicà di Salò – Mussolini aveva scelto come sua residenza la Villa Feltrinelli - , ha vissuto in solitudine per ben cinque anni (confortato solo dalle visite della nonna) maturando un definitivo distacco dagli orizzonti familiari e dalle lusinghe dell’ormai incalzante miracolo economico. Fu infatti, nella sua eccezionalità, un momento decisivo per formare una sensibilità prima convogliata verso un’ansia creativa destinata alla musica e poi verso una divorante passione collezionistica. Il trasferimento a Roma, dove ha vissuto tra gli anni Cinquanta e Settanta, lo vedeva entrare nel famoso gruppo di Nuova Consonanza, l’associazione nata nel 1959 con l’intento di promuovere la musica contemporanea e d’avanguardia, della quale ha fatto parte anche Ennio Morricone. Questa esperienza farà sì che Carlo Ripa di Meana, Presidente della Biennale di Venezia dal 1974 al 1979, lo chiamasse a curare la sezione musicale della Biennale stessa, determinando il suo definitivo trasferimento in Laguna dove, appunto nel 1976 sposava Chiara, trovando in lei - per la sua preparazione artistica e l’esperienza maturata nel lungo lavoro svolto presso i Musei civici veneziani - un’interlocutrice ideale per dedicarsi ormai quasi totalmente, abbandonando il sogno di diventare un grande compositore, al collezionismo che lo avrebbe portato molto lontano. È stato infatti uno dei maggiori protagonisti della rivalutazione del Novecento italiano.

Ma per capire meglio questa vicenda bisogna fare un passo indietro e ritornare a Roma dove aveva iniziato a raccogliere compulsivamente, in una sorta di magnifica ossessione, ogni sorta di testimonianza, più di vita che di arte, dei manufatti tra le due guerre. Ma comincerà poi a distinguere e mirare più in alto, verso orizzonti squisitamente figurativi, attraverso relazioni, destinate a durare per tutta la vita, come quella privilegiata con Maria Paola Maino che grazie all’attività della sua galleria l’«Emporio Floreale» e gli ambienti ricostruiti per i mitici film di Bertolucci, allora suo compagno, da Il conformista a Novecento, riportava alla luce la produzione artistica tra la stagione del Liberty e quella del razionalismo novecentesco, nel recuperato dialogo tra le arti maggiori e quelle della decorazione.

La vicenda collezionistica di Carraro appare quasi parallela a quella dell’americano, anche se più giovane e vivente, Micki Wolfson. Simile provenienza familiare, appassionati dello stesso periodo, anche se nel secondo prevaleva l’interesse per le più curiose manifestazioni dell’arte di regime, hanno saputo creare negli anni due raccolte sorprendenti non solo per la quantità, ma anche per la capacità di mettere in relazioni dipinti, sculture, mobili e oggetti, scovati in tutto il mondo e scelti con gusto sicuro. Wolfson, un simpaticissimo omone avido di vita e di cibo, ha creato due musei pubblici, uno a Genova, la “Wolfsoniana” nel parco di Nervi, e l’altro nella città di origine Miami. Carraro, dandy elegante ed eccentrico, molto provocatorio ed estremamente interessante nella sua conversazione, ha lasciato a Ca’ Pesaro una delle testimonianze più significative dell’arte del nostro Novecento, con una generosità che ricorda quella dimostrata da Claudia Gian Ferrari, suo grande amica ed interlocutrice, nei confronti del Fai, lasciando nello straordinario contesto di Villa Necchi le opere più belle della sua raccolta.

Condividevano alcune passioni, come quella per la scultura e in particolare per i due maggiori ed antiteci protagonisti del Novecento Wildt e Martini. I loro capolavori svettano negli spazi di villa Necchi e nelle due magnifiche stanze che Ca’ Pesaro ha ora dedicato alla raccolta Carraro. Del primo ritroviamo tre pezzi soprendenti che rappresentano i capisaldi delle sue diverse fasi creative, l’eroico Vir Temporis Acti, la diafana e inquietante Maria che da luce ai pargoli cristiani ed il finale Parsifal (o Il puro folle), ambientati nella prima sala insieme agli eccelsi mobili Liberty di Eugenio Quarti e Carlo Bugatti e ai quadri di Antonio Donghi, il protagonista del realismo magico che ricreava le più ordinarie scene di vita quotidiana con una sacralità formale e un senso dello stupore ispirati a Piero della Francesca. Il dialogo si allarga poi, come avveniva nel magnifico palazzo abitato da Carraro in Campo Sant’Angelo, ai prediletti vetri, tra i più belli che si possano vedere al mondo anche per le dimensioni monumentali, realizzati in gran parte da quella sorta di artista totale che è stato il veneziano Vittorio Zecchin, estroso tanto nei suoi dipinti, come nei mobili ed appunto nelle creazioni di incredibile fantasia e virtuosismo da lui affidate agli straordinari maestri vetrai di Murano.

Due famose opere di Martini, Il bevitore in terracotta e La Pisana in bronzo, dominano la seconda sala dove è esposta la parte più moderna della collezione, nel consueto dialogo tra le arti. Lo spazio è infatti dominato dalla presenza di un eccezionale e sinora sconosciuto capolavoro dell’ultimo Severini, lo spettacolare Polittico Garagnani. Non si tratta di una pala d’altare, ma di un monumentale pannello decorativo realizzato nel 1957, nella piena euforia del boom economico, per un’autorimessa romana destinata ad essere demolita nel corso degli anni Settanta. Dipinto in parte ad affresco e in parte a secco con rifiniture a rempera, è un’opera davvero unica per invenzione formale e caratteristiche tecniche, che lo stesso Carraro era stato costretto, per le sue dimensioni, a conservare in un magazzino. Mentre a casa stavano i due poetici Morandi che, insieme agli sperimentali vetri realizzati da Carlo Scarpa tra gli anni Trenta e Quaranta, ci restituiscono gli amori e i percorsi segreti di questo impareggiabile collezionista.

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