Domenica

Giovani e fragili, nella vita e in scena

Castrovillari. primavera dei teatri

Giovani e fragili, nella vita e in scena

Primavera dei Teatri, «Tropicana», Frigoproduzioni, foto di Angelo Maggio
Primavera dei Teatri, «Tropicana», Frigoproduzioni, foto di Angelo Maggio

Sono tante le questioni interessanti emerse in quel ricco festival che è Primavera dei Teatri, tenutosi a Castrovillari dal 30 maggio al 4 giugno, non a caso affollato di osservatori, critici e operatori e con presenze importanti della nuova scena, dai Babilonia a Roberto Latini allo stesso Saverio La Ruina che dirige la manifestazione insieme a Dario De Luca. Fra le tante scoperte, gli entusiasmi e qualche delusione, cose che ogni rassegna ben pensata come questa è giusto che ci consegni, un interrogativo sembra porsi con più evidenza. In che modo le nuove generazioni hanno voglia di raccontarsi attraverso il teatro?

Lo spunto per questa riflessione viene dopo aver visto tre spettacoli di altrettante compagnie di attori e registi più o meno trentenni, appartenenti quindi alle ultime generazioni, quelle che si muovono in un mondo che sembra ostinatamente ignorarle e non aver alcun bisogno dei soggetti che le compongono, quelle formate da un popolo di ragazzi senza prospettive, senza certezze, assestati su una incontrovertibile precarietà economica, qualunque cosa facciano, situazione ancor più grave se il lavoro intrapreso è quello artistico.

E allora, per molti tra coloro che hanno deciso di dedicarsi al mestiere del teatro, non resta da far altro che mettere in scena se stessi, restando in questo scomodo presente anche quando sono in palcoscenico, con l’immediata conseguenza di costruire tutta la narrazione e l’operazione artistica intorno al loro profondo smarrimento. Cosa che avviene in parte consapevolmente e in parte no. E che il rapporto in scala tra la loro vita e la rappresentazione sia 1/1 lo dimostra il fatto che nei loro spettacoli sembra che non ci sia più nulla da dire, anche se si continua a parlare inutilmente di tante cose, di qualsiasi cosa, con la consapevolezza di non dover arrivare da nessuna parte, di non poter abbozzare certezze, di non poter delineare conclusioni, senza neppure costruire un ordinato andamento del discorso che è sempre frammentario, avviluppato su spirali senza via d’uscita.

Così nel primo caso si pongono davanti a noi gli ipotetici compositori di una canzoncina pop di vastissimo successo nel 1983, Tropicana. L’operazione, che prende a prestito il titolo del brano musicale, è prodotta dalla compagnia Frigoproduzioni con Francesco Alberici, Salvatore Aronica, Claudia Marsicano, Daniele Turconi che ne sono autori e interpreti. E quelli che ci si mostrano come gli autori, i musicisti e gli esecutori del pezzo si interrogano e polemizzano in maniera disarticolata e scomposta sulla necessità di rinunciare alle velleità artistiche per proporre pezzi commerciali, sulle ambizioni dell’uno e dell’altro destinate a non trovare compimento, tirano in gioco conflitti e incomprensioni generate dal tentativo di dar vita a una creazione, bella o brutta che sia.

Idea interessante in partenza, alla quale gli interpreti aggiungono una loro naturale simpatia, ma la narrazione scenica procede a fatica su un paio di idee presto comprese da tutti. E per continuare a sorreggere l’esile costruzione si tentano svirgolature ironiche, variazioni nel comico, dove verrebbe da pensare che questi ragazzi hanno ormai interiorizzato i tempi della televisione commerciale, deviando inevitabilmente su cadenze da sit-com, da miniserie per iphone o da schetch comici per il piccolo schermo. Ora credo che non sia interessante bocciare o promuovere questo tipo di elaborazione o sottoporlo ai criteri di giudizio secondo elementi canonici di costruzione formale, indicando cosa dovrebbero fare e come dovrebbero farlo. Mi sembra più interessante cercare di capire cosa questi giovani artisti ci stano indicando, volontariamente o involontariamente.

Nel programma del festival calabrese si affiancava a questo primo caso uno spettacolo per molti versi simile, una riscrittura del Gabbiano di Checov, dove, anche in quest’occasione, emergevano nei personaggi ambizioni e frustrazioni, il desiderio di successo e l’incapacità di raggiungerlo, sentimenti e amori inespressi o mal gestiti. E anche qui il racconto scenico sembrava non sapere da che parte andare, inanellando frasi troppo evidenti e insistite, con accelerazioni ironiche troppo facili, inutili nudità, video troppo didascalici, e sempre con l’impressione che lo spettacolo si stesse componendo un po’ a caso sotto gli occhi degli spettatori.

Certo ci dice molto la volontà di prendere un testo che è un'attenta radioscopia del disorientamento interiore, un’analisi acuta del rapporto tra vecchi e giovani, con quella sottile capacità dell’autore di descrivere il fallimento di tutte le figure presenti. Lavorare su quel copione oggi, per gli autori di questa messa in scena, significa allora destrutturarlo fino in fondo e portarlo al massimo grado nella casualità delle azioni e delle parole. Come a dire che quel malessere che non risparmia nessuno e che oggi è ben più radicale può dirci qualcosa soltanto se tradotto nel linguaggio dei giovani creativi dei nostri giorni, ed è giusto allora che parlino tra di loro come se si fossero incontrati fuori dalle aule di un ennesimo inutile master o in fila ad un colloquio per un lavoro a progetto di computer grafica, con tutta quella studiata sintassi della trasandatezza che passa per le loro giacche corte e stropicciate e per il loro scombinato incedere argomentativo e linguistico. Non a caso lo spettacolo, creato dalla compagnia Oyes, si intitola Io non sono un gabbiano.

Questo ci dicono questi artisti, che non hanno da esporre nulla se non la loro fragilità, che non riescono a dare un altro senso a quel vuoto o a trasformare il disagio in spinta artistica, che sono senza desideri né sogni, senza rabbia né consapevolezza di un’azione possibile, come se la loro ricostruzione teatrale non volesse neppure provare a restituire altro che la fotografia di una realtà sciatta e smarginata, come quella che ci appare tutti i giorni.

Tenta una deviazione proprio sul piano linguistico lo spettacolo dei Fratelli Dalla Via, con Marta Dalla Via che riprende le curiose costruzioni verbali dei fumetti di Andrea Pazienza, intitolando lo spettacolo Personale, politico, Penthotal, con in scena un dj e dei veri rapper . Forse qui c’è più rabbia, luci più acide, suoni più duri, ma quello che arriva allo spettatore è un accumulo di scaglie di cronache e storie tra gli anni Settanta e gli Ottanta, con la diffusione dell’eroina che succede agli anni cupi della lotta armata, e tutto questo visto come una sorta di preludio a quello che è il labirinto generazionale di sofferenza e disagio dei ragazzi di oggi, ma trasmettendo rispetto al presente un senso di vuoto, un’incapacità di fare veramente i conti con quei trascorsi, lasciando poi che sia la metrica del rapper a rappresentare una più violenta presa di distanza dai condizionamenti dell’oggi.

Tentiamo però veder le cose anche da un’altra angolatura. Se questo costituisce il calco scenico di quelle che un Presidente del Consiglio della nostra Repubblica definiva con sufficienza come “generazioni perdute”, immolate sull'altare di macroeconomie di scala mondiale, sorprende e fa piacere la voglia di continuare a fare teatro che hanno questi giovani artisti, il loro desiderio di scambiarsi parole in presenza di qualcuno che li ascolti, di usare la scena come luogo di riflessione comune sul presente. Il che vuol dire, in fondo, credere ancora in una comunicazione, in una riflessione a voce alta, in uno scambio, visto che questo, in conclusione, è il senso profondo che rimane vitale e forte nelle loro operazioni. sceniche. Ulteriore merito, quindi, del Festival di Castrovillari quello di averli accolti tra i segni del nuovo, e ancor di più che tutto questo abbia suscitato gli appassionati dibattiti tra gli spazi teatrali, i bar e le trattorie della cittadina, ad evidente conferma dell’ulteriore valore di una manifestazione viva e originale come questa.

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